Dal ritorno sotto
il dominio di Tolentino alla sua liberazione.
1447 - 1569
Breve periodo di
autonomia da Tolentino
Terminato il turbolento periodo di Francesco Sforza, Urbisaglia riprese
ad amministrarsi autonomamente con alterne vicende e sottoscrivendo
anche ripetuti e formali atti di sottomissione a Tolentino, che con
insistenza continuava inutilmente a fare ricorso alla Santa Sede per
rientrare in possesso del suo distretto. A testimonianza di questo
periodo confuso, risultano numerose note di spese sostenute dalla
comunità di Tolentino nel 1446 per inviare ambasciatori, o
riceverli, e per trattare la resa del riottoso borgo, mentre aveva
dissapori per la definizione dei confini con la vicina Sanseverino.
Nel 1448 vennero di nuovo nominati ambasciatori da inviare alla corte
pontificia in Roma a perorare il pieno recupero di Urbisaglia: Febo
di Catervo e Rossino di Andrea.
Urbisaglia ritornò sotto il diretto controllo di Tolentino
solo nel 1449 con le trattative condotte da Tommaso Bernabuzi di Tolentino,
in assenza del cancelliere Bartolomeo Butri, pagando 84 lire per i
censi alla Camera apostolica, in due rate consegnate da Tommaso di
Giovanni e Giovanni Carletti.
Nel 1448, scoppiò una guerra improvvisa tra Tolentino e Sanseverino.
Tolentino richiese a Colmurano e Urbisaglia 15 uomini adatti alla
guerra e armati, per impiegarli nella sua difesa. Il Legato pontificio
e arcivescovo di Spoleto, Lorenzo, proibì ad Urbisaglia di
parteggiare per Tolentino contro Sanseverino. Ma Ludovico dei Libbretti,
originario di Tolentino, li convinse con l'inganno a far consegnare
25 salme di grano a Giovanni Francesco, suo rappresentante. Ai dubbi
e tentennamenti degli Urbisagliesi rispose sostenendo che il grano
serviva per i festeggiamenti organizzati in occasione dell'arrivo
del nuovo Legato della Marca, Bartolomeo cardinale presbitero di san
Clemente. E così Urbisaglia rimase assolta dal tribunale del
Legato della Marca, per essere stata fraudolentemente ingannata.
Nonostante che gli appelli alla pace e alla concordia del Legato rimasero
lettera morta, Urbisaglia continuò a mantenere un forte autonomia,
pur facendo formali atti di sottomissione, come ci conferma il Filelfo
nella lettera indirizzata a Francesco, cardinale di Mantova. Nella
lettera, dopo un preludio storico su Urbisaglia si sostiene: Che Urbisaglia,
municipio dei miei Tolentinati, sia antica ed illustre, è dato
saperlo, o Reverendissimo Padre, come dagli altri geografi e cosmografi,
così dallo stesso Strabone. E noto che fu distrutta l'ultima
volta dai Goti: il che chiaramente provasi con i ruderi di tanta ruina.
In seguito, i Tolentinati la riedificarono entro una più angusta
cerchia e possedettero lunghissimo tempo in pace perfetta, finché
nei passati anni, quando tutta la Marca era oppressa per la guerra
fu loro rapita da quel birbante di Taliano. E quei di Urbisaglia,
al contatto di un ladro così finito, son diventati essi stessi
feroci in guisa che neppure in appresso, quando tutti i Piceni tornarono
sotto la santa romana Chiesa, per la somma virtù e sapienza
di quel santissimo Padre, che fu il sommo Pontefice Eugenio, vollero
rinsavire, che anzi commisero contro i Tolentinati, che doveano venerare
e rispettare come padri, quella scelleratezza che non temerono tentare
contro la santa Sede.
Costruzione della
Rocca come strumento di controllo sul turbolento comune
Il giudizio del Filelfo era senza altro partigiano e poco lusinghiero
per gli Urbisagliesi, ma coglieva la loro caratteristica di fondo:
il desiderio di autonomia da Tolentino, che si dimostrava un governo
sfruttatore per Urbisaglia ridotta quasi allo stremo e impoverita
economicamente. Inoltre è significativo che negli introiti
delle pene pecuniarie inflitte per reati comuni del periodo, mentre
non risultano nominativi di abitanti di Tolentino, sono molto numerosi
quelli di Urbisaglia. Perciò si rendeva necessario controllare
il paese con la presenza dissuadente di una numerosa guarnigione collocata
in un luogo fortificato, visto che l'antica fortezza era andata, con
molta probabilità, in rovina. Per contrastare queste legittime
spinte libertarie, Tolentino chiese con insistenza al Papa il consenso
alla ricostruzione della rocca. Così il 27 novembre 1457 il
consiglio di Tolentino nominò alcuni delegati pro fabbricando
et construendo arce castri Urbisalie. Destinata alla difesa bellica
e al presidio militare contro forze esterne, la Rocca é innanzi
tutto strumento autorevole di dominio sulla città e briglia
alle sue turbolenze.
Nuove forme di tassazione nella Marca
Dopo i dissesti arrecati allo stato dalle continue guerre la Santa
Sede giungeva ad una stabile regolamentazione con le città
soggette, introducendo nuovi obblighi fiscali: ottenendo il pagamento
di imposte in precedenza eluse come quella del sale; ripristinando
gli uffici delle dogane delle pecore, e soprattutto estendendo il
sistema annonario sui grani e le altre derrate agricole. Nel sistema
dell'annona, senza i permessi delle autorità superiori era
vietata la vendita dei cereali fuori dai confini del territorio dei
comuni di produzione. Talvolta, l'esigenza di accrescere le contribuzioni
fiscali finì per indurre il potere centrale ad accentuati riconoscimenti
di autonomia negli organismi cittadini, di cui, poi, doveva servirsi
per ottemperare alla riscossione stessa.
Il 16 febbraio del 1450 fu imposta una tassazione speciale a Tolentino
di ben 40 fiorini, il quale non trovò di meglio che scaricarla
sopra i suoi distretti di Urbisaglia e Colmurano obbligandoli ad una
compartecipazione di ben 15 fiorini a testa. Inoltre, i cittadini
urbisagliesi fecero una petizione ai priori di Tolentino di poter
utilizzare liberamente i pastini appartenenti a Matteo di Varano.
Il pastino era un attrezzo biforcuto di ferro utilizzato per rivoltare
la terra, passò poi a significare un sodivo messo a cultura,
lasciato a riposare un lasso di tempo e quindi utilizzato per pascolarvi
i greggi e le mandrie. I greggi erano una fonte pecuniaria rilevante
per l'economia locale, soprattutto per la produzione della lana e
dei panni. Spesso, i panni di lana prodotti a Camerino, Fabriano,
Matelica, Sanseverino e Sanginesio si ritrovano annotati nei libri
della Dogana di Roma, incrementando il commercio e l'economia della
zona. Inoltre, il fatto significativo è che su un totale di
5.000 panni spediti in un quindicennio a Roma, ben 4.472 provenivano
dalla sola Camerino e dal suo territorio.
I podestà
di Urbisaglia e Colmurano venivano nominati da Tolentino
Sorsero, anche, alcune questioni riguardanti la determinazione dei
confini e problemi di pedaggio o esenzioni tra Urbisaglia e Montolmo,
ma si raggiunse presto una pacifica soluzione di compromesso. Vennero,
poi, nominati per podestà ad Urbisaglia e Colmurano Giovanni
Relitti e Angelo Beccharius. Dal documento di nomina apprendiamo che
Urbisaglia godesse di una certa autonomia, tanto da avere uno statuto
proprio con capitoli particolari, che il novello podestà si
impegnava a rispettare. I due podestà svolgevano a turno il
mandato amministrativo nei due distretti, governandoli per sei mesi
a testa. Dovevano, inoltre, rispondere ai cittadini sul loro operato
nello svolgimento del mandato, sottoponendosi ad un giudizio sindacale
per un periodo di tre giorni dopo la scadenza della carica, soprattutto
per quanto riguardava la difesa giudiziaria degli interessi delle
vedove e dei minori, sottoposti per legge alla loro protezione.
Nel 1453, Tolentino per incrementare il suo bilancio, appalta la possibilità
di captare l'acqua dell'Entogge e di raccogliere legna sulle rive
a Bartolomeo di Angelo al prezzo di un ducato. Inoltre, alcuni cittadini
di Urbisaglia furono catturati e carcerati a Macerata, perché
si erano rifiutati di prestare il loro lavoro obbligatorio per la
fabrica; ma dagli atti non si riesce a scoprire di più riguardo
a questa fabrica, forse potrebbe riferirsi alla costruzione o ristrutturazione
della Rocca. Allora i priori di Tolentino ottennero il mandato dal
consiglio di richiedere un incontro con il governatore provinciale
per la loro liberazione; in caso di fallimento o di un esito negativo
furono autorizzati a presentare ricorso direttamente al Sommo Pontefice,
come era prassi comune nel periodo quando i tribunali locali della
Curia non soddisfacevano pienamente i desideri dei comuni maggiori
della Marca..
Inoltre, la Camera Apostolica stabilì che Urbisaglia dovesse
contribuire alle casse di Tolentino con 30 ducati, così il
27 aprile i priori di Tolentino, Guadagno di Nicola, Andrea di Antonio,
ser Battista di ser Lorenzo e Jacobo di Giovanni Polce, in pompa magna
ricevette dal podestà Angelo di Buongiovanni un acconto di
15 ducati. Altra rata la riscuoterono il 19 maggio i priori del periodo
per mano del podestà Angelo di Antonio Beccarini, mentre era
assente Battista Mauruzi, membro della nota famiglia di Tolentino
il cui capostipite va riconosciuto nel famoso Niccolò dei Mauruzi,
detto il Tolentino, capitano dei Fiorentini, celebrato con un affresco
da Andrea del Castagno in santa Maria Novella.
Il consiglio di Tolentino si preoccupò di rinnovare il reggimento,
le cui sostituzione avevano carattere ereditario, e il bossolo dei
priori di Urbisaglia, scegliendo certamente uomini più vicini
ai propri interessi e in grado di mantenere il paese in una quieta
e pacifica convivenza. Inoltre, venne rinnovato il podestà
nella persona di Giovanni Paolo di se Pietro, estratto dal bossolo
dal frate agostiniano Antonio alla presenza dei priori reggenti.
Il neo eletto nel maggio sequestrò alcune bestie appartenenti
a Giulio Cesare Varano e all'abbazia di Fiastra per i danni provocati
su terreni di altri proprietari. L'affare divenne un fatto provinciale;
il luogotenente del Governatore scrisse immediatamente al podestà
di Tolentino per la pronta restituzione. Tolentino scrisse subito
al podestà di Urbisaglia intimando l'immediata restituzione
e contemporaneamente, inviò ambasciatori, ser Pietro di ser
Alessio e il cancelliere Tommaso, al Governatore per appianare la
controversia sorta. Mentre il 20 settembre, Raffaele Gabriele de Farnia,
abitante ad Urbisaglia, come sindaco del comune giurò fedeltà
a Tolentino con i priori Pietro e Alessio.
Il controllo di
Tolentino si esplicitava anche sulle sulle nomine religiose di Urbisaglia
Tolentino, non amministrava solo la vita civile di Urbisaglia,
ma esprimeva anche un placet sulla nomina del pievano della chiesa
di san Lorenzo, che spesso veniva affidata alle cure di sacerdoti
originari di Tolentino, con la concessione del vescovo di Macerata.
L'11 gennaio 1454, il consiglio comunale di Tolentino decise finalmente
di dare un pievano alla chiesa di san Lorenzo di Urbisaglia nella
persona di frate Catervo degli agostiniani del convento di san Nicola.
Nell'anno successivo furono nominati come podestà a Colmurano
e Urbisaglia ser Massio di Tolentino e Giovanni Martino di Bartolomeo.
Sorse, inoltre, una questione riguardante il pagamento delle bollette
di transito tra Sanginesio e le i due distretti di Tolentino, i ginesini
pretendevano di non pagarli a tutte e due le comunità. I priori
di Tolentino, assodato che queste bollette non le percepivano direttamente
loro ma rimanevano nella disponibilità delle due comunità,
inviarono tutta la documentazione alla curia di Macerata, lavandosene
praticamente le mani. Il sindaco Raffaele di Gabriele con atto del
notaio Domenico di Andrea, rinnovò la fedeltà a Tolentino
secondo i soliti costumi nell'ottobre dello stesso anno.
Nel 1456 risultano podestà di Urbisaglia ser Battista di Lorenzo
Concini e Benedetto Nicolai, mentre nel luglio scoppiarono alcuni
casi di peste, spingendo alcuni cittadini di Tolentino, abitanti in
Urbisaglia, a chiedere ai loro priori la licenza di rientrare nella
loro patria. Nel 1457, sotto la podesteria di Giovanni di Nicola e
Antonio di Andrea, il Legato della Marca con il tesoriere, si recò
in visita all'abbazia di Fiastra per acquistare del grano, Tolentino
inviò alcuni cittadini come ambasciatori, Giovanni Martino,
Angelo Savie, ser Parisiano, Giovanni di Catervo e ser Tommaso Giovannucci,
e stabilì di mettere al suoi servizio alcuni uomini e cavalli
a spese della comunità di Urbisaglia.
Procedeva, intanto, lentamente il progetto di ricostruire e restaurare
la Rocca di Urbisaglia per mantenere l'ordine pubblico nel paese.
Il 6 novembre, dopo numerose riunioni del consiglio generale e alcune
di quello di credenza, Tolentino presentò al papa Callisto
III (1378-1458) la richiesta ufficiale di poter iniziare la ricostruzione
della fortificazione.
Il 17 agosto del 1460 furono Munaldo Bisthiose de Flaminis castri
Urbisalie et Johannes Domitii de castro Colmurani a giurare la solita
fedeltà.
Nel secondo semestre del 1461 è documentato un Domenico di
Andrea da Urbisaglia, nominato socius miles in Amandola. Questa carica
veniva ricoperta da una persona pratica nell'arte militare, che svolgeva
le sue funzioni al servizio del podestà per mantenere l'ordine
pubblico. Sovente aveva anche le mansioni di cancelliere, come sostituto
del podestà o del giudice durante le loro assenze, per questo
motivo doveva essere laureato nel notarile ed esperto nella conoscenza
delle leggi e consuetudini locali.
In questo periodo la comunità di Urbisaglia riuscì ad
ottenere da Tolentino di poter prendere il grano nel suo territorio
e venderlo all'esterno, mentre erano scoppiati alcuni casi di peste
nel circondario e le sue porte cittadine erano custodite da guardie
armate. Inoltre, nel 1462, ci furono forti contestazioni di cittadini,
poiché Tolentino aveva deciso la vendita del molino della Comunità
a dei privati, sedate subito con l'invio di soldati.
La ribellione esplode
ancora apertamente in Urbisaglia
Nel dicembre del 1464 Urbisaglia si ribellò di nuovo, a causa
dell'imposizione di una tassa camerale di 75 fiorini, scacciando i
militi e le autorità di Tolentino. E che la sollevazione non
fosse molto pacifica è testimoniato dal fatto che tre anni
dopo Tolentino risarcì il proprio concittadino Francesco di
Antonello Brunetti, allora abitante in Urbisaglia, per i danni che
aveva subito nella propria abitazione per essersi opposto; a Marco
Marini vennero concessi cinque fiorini pro restauratione domum sibi
combustam tempore rebellionis Urbisalviensium; mentre ad Antonio lombardo
venne risarcito per il furto di una balestra e di ben duecento dardi.
Altri provvedimenti restrittivi furono presi nei confronti di un certo
Barnaba di Tolentino, che aveva testimoniato con uno scritto a Roma
in favore dei massari di Urbisaglia.
Nel novembre, poi, il consiglio generale di Tolentino, torna a discutere
sui pedibus existentibus in arce Urbisalie, e sull'elezione di uno
o più cittadini commissari per seguire la questione per arce
fienda in Urbisalia.
Così il consiglio di Credenza del 19 novembre, per prevenire
future ribellioni cercò di dotarsi di strumenti atti alla dissuasione
di continue sommosse e nominò due cittadini per quartiere con
l'incarico di decidere il da farsi: Ser Nicolaus ser Bernardi, Laurentius
ser Pasqualini, Antonius Nutii, Blaldutius Nicolai, Thomas de Parisiano,
Johannes Catervi e ser Jacobus Stefani. Il giorno dopo gli otto nominati
si riunirono e stipularono un contratto per lavori da effettuare sulla
rocca con magistro Jacobo murator fabricator. arcis Urbisalie. I capitoli
del contratto prevedono: di tagliare la torre del Maschio per edificare
il nuovo piano rialzato con l'aggravio, a spese del comune, per tutti
i ferri necessari alla bisogna; di fare il piano rialzato con le finestre
ferrate, i camini, la cisterna dell'acqua e ogni altro muro al prezzo
di 10 fiorini la canna; che in cima fino ai beccatelli il muro fosse
dello spessore di un mattone di testa e uno traverso; che il comune
metta a disposizione la calcina necessaria, la rota e i picconi indispensabili
per la demolizione; si impone di recuperare le pietre e di demolire
tutte le case attorno a detta torre al prezzo di 24 fiorini e 6 some
di vino; e mastro Giacomo promette di spuzzare la calcina a sue spese
direttamente nel calcinare di presso la rocca stessa.
Urbisaglia non domata, inviò dei plenipotenziari al papa Paolo
II (1417-1471), i quali furono successivamente, con l'intrigo della
più potente Tolentino, arrestati e ingiustamente condannati
ai remi delle galee pontificie. Il 3 gennaio 1465, il consiglio generale,
dopo aver ascoltato la relazione degli ambasciatori inviati al Legato
pontificio, decise di far presentare al Legato stesso, dodici probi
e onesti cittadini per far valere i diritti di Tolentino con la loro
autorità personale. Nei mesi successivi continuarono a chiedere
udienze al Legato per risolvere celermente e positivamente la questione.
Ma il Legato inviò Nicolò Mazzerio come commissario
ad Urbisaglia, insieme al reverendo Paolo, judex malleficiorum, per
indagare direttamente sugli avvenimenti; e il 17 aprile fece personalmente
una visita a Tolentino e gli onori per un suo degno ricevimento furono
affidati a Nicola di ser Bernardo, Benadduci di Nicola, Lorenzo ser
Pasqualini e Giacomo Antonio Savie. Mentre più volte Tolentino
tentava di nominare il podestà per Urbisaglia. Il 9 maggio
al consiglio di Credenza, gli ambasciatori Lorenzo se Pasqualini e
Lorenzo Massi riferiscono che il comune può rientrare in possesso
di Urbisaglia, dopo aver pagato trecento ducati aurei al tesoriere
della provincia. Il 23 maggio, su proposta di Cristoforo Maruzi viene
imposta una dativa in base al vecchio catasto per pagare i trecento
ducati di multa. Il primo giugno si nominarono ser Battista dei Parisiani
e Antonio di Andrea, con ampio mandato per sottoscrivere ogni accordo,
promessa o obbligazione con il legato cardinale Giovanni Paolo Orsini,
mentre ad una richiesta di amnistia per i cittadini di Urbisaglia
incarcerati, il consiglio generale deliberò di liberarli, dopo
una salutare fustigazione pubblica.
Ma la situazione non era ancora pacifica e tranquilla, tanto che per
organizzare una squadra addetta al controllo dell'ordine pubblico
in occasione della festa all'abbazia di Fiastra, si deliberò
di schierare tra i 150 e i 200 uomini armati di tutto punto perché
c'era uno spirito di furore in Urbisaglia. E nel libro delle spese
di Tolentino per lo stesso anno risulta il pagamento di 54 bolognini
per retribuire una decina di soldati recatesi nottetempo ad Urbisaglia
al servizio del domino Marescallo per procedere all'esecuzione contro
i condannati.
Il cardinale Orsini, Legato della Marca, il 28 maggio 1465 sentenziò
sulla lite dal palazzo legatizio di Macerata: Urbisaglia torni sotto
Tolentino; questi non insulti gli urbisagliesi e non permetta che
i suoi abitanti lo facciano; non invadano ostiliter Urbisaglia e non
devono fare innovazioni nei suoi statuti e nelle sue consuetudini;
siano prosciolti tutti i prigionieri, siano annullati tutti i processi
in corso contro gli urbisagliesi e rimessi tutti i danni dati o ricevuti,
sotto la pena per gli inadempienti di 3.000 ducati.
Ritorno sotto Tolentino
e tentativi di conquistare la libertà davanti la Sacra Rota
di Roma
Così Tolentino riuscì a rientrarne in possesso
solo nel successivo giugno, ottenendo un punto a suo favore, visto
che la contestazione del suo dominio non riguardava solo Urbisaglia:
Colmurano infatti, approfittando della situazione, ottenne la facoltà
di eleggere autonomamente il proprio podestà, come faceva da
tempo anche Caldarola. La pergamena che descrive l'episodio, riporta
la cerimonia, per certi versi suggestiva, della presa di possesso
da parte del podestà Niccolò Berardi di Urbisaglia,
eletto da Tolentino. Accompagnato dal sergente degli armigeri, Niccolò
Frollano, si recò al palazzo priorale dove, alla presenza dei
priori locali e della cittadinanza tutta, gli furono consegnati gli
statuti comunali e le chiavi delle porte del castro in segno di avvenuta
pacificazione. Poi, accompagnato dagli abitanti, scortato dal sergente
che reggeva una mazza d'argento in segno dell'avvenuta sottomissione,
e tenuto per mano dal sindaco di Urbisaglia, fu condotto per le vie
principali e nei pressi delle porte Fiastra ed Entogge. La popolazione
doveva presentare atti di omaggio e sudditanza dovunque transitasse
il solenne corteo.
Mentre continuava la causa davanti alla Sacra Rota, il Papa aveva
avocato a sé la causa a luglio: numerosissime volte la Santa
Sede sarebbe stata chiamata a dirimere le vertenze tra l due rissosi
e contrapposte comunità.
Il 27 settembre giungendo in corteo presso il ponte del Diavolo a
Tolentino e innalzando al vento un palio di seta, il sindaco di Urbisaglia,
Maurizio Mancini di Montecchio, giurò fedeltà a Tolentino
davanti al rappresentante del Legato, dominus Latinus, e alle autorità
cittadine: il podestà Andrea de Spada, il sindaco Ansovino
di Andrea e i priori Angelo Martini, Benadduce di Nicola, Tommaso
Bonitti e Nicola di Giovanni.
Ancora, il 14 gennaio 1466, ser Tommaso Lopidii de castro de Urbisalie
pronunciò il giuramento come sostituto del castellano Paolo
Ludovici di Camporotondo e gli vennero consegnati gli statuti, mentre
il nuovo podestà, ser Francesco di Nicola, prese possesso della
sua carica solo il 19 maggio. Mentre andava avanti la causa in Sacra
Rota, Urbisaglia non si presentò al giuramento di fedeltà,
così che venne nuovamente condannata in contumacia, anche per
non aver offerto un pallio di seta di 20 soldi in occasione della
festa di san Catervo, nella persona dei suoi priori: Jacobo Pauli,
Bartolomeo Petri Marcelli e Giovanni Bardazze. Mentre continuava la
causa, Urbisaglia vendette un pezzo di terra comunale in contrada
Colli Vasari, sicuramente per finanziare le spese processuali, destando
le ire di Tolentino che delibero in consiglio generale di presentare
ricorso davanti al Governatore, nella persona del preposto di san
Catervo.
Nel febbraio 1467, Tolentino nominò Antonio da Gubbio, come
procuratore per la causa con Urbisaglia vertente presso la Curia romana,
con atto notarile di Raniero Giampaoli di Montecchio. Nel consiglio
del 28 maggio, dopo aver fatto una ispezione sulla dotazione delle
armi e delle balestre e ordinato di sorvegliare le porte cittadine,
forse per i primi indizi di diffusione della peste o per i fatti di
Urbisaglia, si nominarono nuovi ambasciatori da inviare a Roma per
la causa. Secondo la documentazione di Tolentino la causa doveva volgere
al peggio per Urbisaglia se, il 19 dicembre Giovanni Mancini detto
Brubimo di Sanginesio, giurava fedeltà a Tolentino a nome del
sindaco Stefano Sebini, mentre Tolentino affittava con il pieno diritto
del possesso il terreno, già venduto dalla comunità
sui colli Vasari, come pascolo per i maiali. Ma all'inizio del nuovo
anno sorse una nuova questione al consiglio generale di Tolentino:
si cercavano affannosamente documenti e pezze di appoggio per contestare
la proprietà delle possessioni appartenenti a Fidesmido alla
Camera Apostolica, che aveva diffuso numerosi bandi per la vendita.
Vennero nominati alcuni cittadini divisi per quartiere, anche per
raccogliere la cifra necessaria all'acquisto se si fosse indimostrata
infondata l'ipotesi di proprietà comunale. Intanto Antonello
Ercolini, podestà di Urbisaglia, presentò la richiesta
a Tolentino per rifare il reggimento delle magistrature per Urbisaglia.
Vennero nominati Nicola di Benadduce e Matteo Augusti Seris, priori
di Tolentino, che insieme al podestà e ad alcuni illustri uomini
di Urbisaglia avrebbero ricostruito il bossolo delle magistrature
urbisagliesi, distrutto nella ribellione precedente. Furono registrate
tredici quaterne di nominati per la carica di priore, abbinate ad
un solo nominativo per la carica di camerario, e consegnate ai priori
di Tolentino per la custodia e l'estrazione dopo l'approvazione consiliare,
secondo le prescrizioni stabilite dagli statuti comunali. Il 22 maggio
venne estratto il nuovo podestà di Urbisaglia nella persona
di ser Francesco Jacopi.
Conferma di Urbisaglia
al dominio di Tolentino con spazi di autonomia
Finalmente, Liberato de Manasseus de Interamne, arcivescovo di Spalato,
tesoriere e governatore luogotenente della Marca comunicò le
decisioni della Sacra Rota a Mariano Claudi, procuratore di Urbisaglia,
a Bartolomeo Petri sindaco di Urbisaglia, a Baldassarre Pascolini,
sindaco di Tolentino e a Domenico Luce, originario di Urbisaglia ma
residente a Tolentino, il 24 settembre 1468. Urbisaglia era terra
raccomandata e non immediatamente soggetta a Tolentino: in base a
questa sentenza Tolentino non era autorizzata a tenere in prigione
e torturare i cittadini di Urbisaglia ingiustamente condannati, che
dovevano quindi essere immediatamente liberati. Il governatore, inoltre,
accludeva alla sua sentenza quella del cardinale Orsini, vescovo Albanense
e Legato della Marca, che riconfermava Urbisaglia alla giurisdizione
di Tolentino nello stato originale prima della rivolta, assolveva
le due comunità per i reciproci reati commessi durante la ribellione
e Urbisaglia veniva condannata alle spese giudiziarie poiché
Tolentino esercitava legalmente il merum et mixtum imperium. Nell'occasione
fu tenacemente favorito Tolentino poiché illegalmente aveva
decapitato un urbisagliese disarmato che si era recato, con un salvacondotto
concesso dal Legato, alla fiera di san Tommaso svoltasi in quella
città. Non fu l'unico decapitato a Tolentino, nel 1470 fu giustiziato
un certo Giovanni Cervellerie di Colmurano, reo di sodomia, e fu retribuito
il boia con tre carlini; mentre la tavola e il ceppo per il supplizio
fu pagato un solo scudo.
Inoltre, Tolentino brigava con la Curia, pretendendo di detrarre dalle
sue tasse verso la Santa Sede delle spese sostenute per il mantenimento
di dieci cavalieri in Urbisaglia e di cinque in Colmurano, stanziati
in quei castelli per il controllo dell'ordine pubblico e della pacifica
coesistenza. Ancora, si registra negli atti documentali del comune,
un'intensa attività diplomatica con ripetuti invii di ambasciatori
a Roma e al Legato della Marca, il cardinale Aquilano, o il suo luogotenente,
per ottenere nuove sentenze favorevoli contro Urbisaglia, che si rifiutava
di contribuire ad una nuova imposta papale, e per procedere nella
costruzione della Rocca.
Il 25 giugno 1469, viene eletto come podestà Gregorio dei Reguardati
da Norcia, con un salario di 130 fiorini, nonostante una petizione
presentata da Jacopo Franciosi e altri cittadini di Urbisaglia per
potere deliberare all'interno del proprio territorio e di poter nominare,
come podestà, dominum Johannem de Lauro. La richiesta non fu
presa in alcuna considerazione, tanto che in novembre, un nuovo podestà
ser Ludovico Ruperti, fu elogiato dal consiglio generale di Tolentino
per aver pubblicato un libro in occasione della morte del vescovo
di Macerata e Recanati, il quale aveva sostenuto la tesi di aggregare
al capitolo di quel vescovado le proprietà dell'Abbazia di
Fiastra.
I cardinali commendatari
all'abbazia di Fiastra
Sin dal 1448, il comune di Macerata e il vescovo di quella città,
avevano fatto richiesta al papa Nicolò V di assegnare i beni
dell'abbazia in favore della mensa vescovile, ma senza risultato.
Per salvare l'abbazia dal completo sfacelo, Callisto III l'aveva data
in commenda al nipote cardinale Rodrigo Borgia, legato della Marca
e futuro papa con il nome di Alessandro VI (1431? - 1503), con l'obbligo
di restaurare gli edifici monastici e provvedere ai monaci rimasti,
che vi avrebbero continuato a dimorare per il servizio della chiesa
e l'amministrazione dei sacramenti. La commenda cardinalizia durò
125 anni e risollevò l'abbazia dalle disastrose condizioni
in cui si trovava. I cardinali commendatari furono tutti personalità
di grande levatura: a Rodrigo subentrò un altro Borgia, Giovanni;
poi di seguito i cardinali Marco Balbo, Latino Orsini, Raffaele Riario,
Girolamo Sansoni, Guido Ascanio Sforza e Alessandro Sforza.
La nomina di Rodrigo Borgia non rintuzzò subito le aspirazioni
di Macerata, che nel 1465 dette mandato al canonico Marco Cola di
recarsi a Roma, insieme con cinque membri del consiglio, per presentare
a Paolo II una nuova richiesta. A queste interessate manovre maceratesi,
Tolentino rispose inviando a Roma nell'ottobre del 1469, come ambasciatori
magistrum Jeronimum, ser Battista de Parisiani, Beneductium ser Niccolai,
Johannem Paulum ser Petri et Johannem Catervi, per sostenere di annoverare
l'abbazia nel proprio territorio.
Continua la normale
amministrazione di Tolentino tra peste e tentativi di autonomia
Oltre alla emissione di vari bandi per tenere lontana la peste
dalle nostre contrade, che invitavano a presidiare con armati le porte
cittadine e controllare i movimenti degli stranieri, soprattutto degli
albanesi e slavoni, il comune di Tolentino, facendo un primo passo
accomodante verso il proprio distretto, deliberò in via del
tutto straordinaria di nominare podestà Giovanni da Loro, come
era stato precedentemente richiesto da una petizione popolare di urbisagliesi.
Il 25 aprile 1470, Nicola, canonico trevigiano e commissario in spiritualibus
della Marca, scrisse alle comunità di Tolentino, Montolmo,
Urbisaglia, Loro, Mogliano e Petriolo di non accedere ai possedimenti
appartenuti a Fidesmido di Camerino, vecchio signore di Urbisaglia,
o impadronirsi dei suoi terreni sotto la pena di 25 ducati. Il 25
maggio venne eletto Giovanni Claudi come podestà di Urbisaglia,
dopo aver giurato fedeltà al podestà di Tolentino come
lo stesso sindaco Tommaso Petri de Salomonie.
Nello stesso periodo, il consiglio di Tolentino tornò a riunirsi
più volte per discutere le lagnanze che alcuni cittadini avevano
presentato contro i priori di Urbisaglia. Il comune a causa degli
acquisti di terreni in Brancorsina e delle liti contro Tolentino per
la libertà era precipitato in una grave crisi economica, dal
quale aveva prospettato di uscire prendendo dei censi in prestito
da Domenico Baldoni di Sanginesio e aumentando la tassazione sui propri
concittadini per pagarli. Alcuni di questi protestarono fortemente
con le autorità comunali di Tolentino, le quali erano inoltre
molto sospettose dei movimenti di autonomia, che gli urbisagliesi
mettevano in atto. Inoltre lo stesso Domenico Baldoni fece pressione
presso il governatore della Marca, il quale scrisse ai priori di Tolentino
di costringere Urbisaglia a pagare, anche con la forza se fosse stato
necessario.
La situazione non era tanto tranquilla nella vita sociale del paese,
tanto che il podestà Giovanni Claudi fu villanamente assalito
da un certo Bartolo e ferito. Il consiglio di Credenza di Tolentino
stabilì che si inviasse il socio milite con 25 armati per catturare
Bartolo; che fosse tradotto in catene a Tolentino; che fosse condannato
a 50 tratti di corda nella pubblica piazza come prima dimostrazione
ad esempio degli altri e che quindi fosse giudicato dal tribunale,
sottoposto a tortura e alla decapitazione: il tutto con una sentenza
già scritta e definita. Il tratto di corda era il più
comune dei tormenti che consisteva nel legare con una corda le mani
dietro le spalle dell'imputato; la corda passava poi per una carrucola
infissa in alto. Tirando la corda il torturato veniva sospeso in aria
per un certo tempo e poi poteva essere lasciato cadere di colpo per
un certo tratto di fune, infliggendogli così quelli che venivano
chiamati tratti di corda o insaccate.
I motivi dei dissapori tra Urbisaglia e Tolentino non erano solo questi.
C'era in sospeso anche la questione delle proprietà comunali
situate nei colli Vasari e in Brancorsina, che Tolentino si arrogava
per sé. Corradino e Mattiolo di Urbisaglia le avevano occupate
pascolandovi i propri armenti, vantando il diritto di averle in affitto
dalla comunità di Urbisaglia. Il consiglio di Credenza di Tolentino
ingiunse loro di liberare le terre dagli animali e di pagare il danno
dato. Questo scatenò l'ira di quelli di Urbisaglia, infatti
il nuovo podestà di Urbisaglia Jacobo Stefani comunicò
ai priori di Tolentino che nessuno degli urbisagliesi voleva lavorare
le terre appartenenti alla comunità di Tolentino nel territorio
di Urbisaglia.
Nuove manovre per
la libertà da Tolentino
Ma il desiderio di indipendenza continuava a covare sotto la
cenere, nonostante le annuali e formali promesse di sottomissione
e l'offerta di un palio di seta dipinto per la festa di san Catervo.
Gli abitanti di Urbisaglia continuarono testardamente ad inviare e
presentare istanze e suppliche al Papa per l'autonomia e per la scarcerazione
di numerosi concittadini detenuti illegalmente per la grave colpa
di amare troppo la propria patria. Inoltre nel consiglio di Credenza
di Tolentino dell'11 marzo 1472, si tornò a discutere della
questione. Il Legato papale aveva scritto perché fossero inviati
due o tre cittadini a Macerata con mandato amplissimo per discutere
con i massari di Urbisaglia su tutte le questioni sorte nella passata
rivolta. Dal documento si evince che il Legato esercitasse una specie
di protezione su Urbisaglia per difenderla da una possibile vendetta
di Tolentino. Infatti Andrea di Ancona, commissario del Legato, ottenne
l'elezione a podestà di Urbisaglia di Pietro Rainaldi in vece
di Antonello Cherubini. La cosa è indicativa perché
nell'imbossolamento dei probabili podestà di Urbisaglia e Colmurano,
quello di Urbisaglia non venne imbussolato.
Nel consiglio di Credenza del 18 maggio si tornò a parlare
di Urbisaglia in questi termini: cum dictos Urbisalvienses in eorum
perfidia perseverantes non desistono dall'incaponirsi nel disubbidire
al loro legittimo podestà, nec desistunt ab eorum malis operis
continue ... contra hanc nostram comunitatem. Si nominano tre cittadini,
Lorenzo de Pasqualini, Lorenzo de Massi e ser Ludovico Ruberti, per
indagare sui fatti di Urbisaglia e riferire al consiglio e al podestà
Troilo, originario di Santelpidio. Nel frattempo Giovanni Berdozze
e Cola Luce erano stati arrestati dal podestà di Tolentino
per cospirazione e altri delitti da loro commessi e perpetrati. Messi
ai ferri, giacevano in prigione, mentre il luogotenente ordinava al
comune che fossero condotti a Macerata per essere giudicati. I consiglieri
di Tolentino, sospettando che il luogotenente non li volesse giustiziare,
ma salvare loro la vita, inviarono ambasciatori a Roma per difendere
il loro diritto ad applicare la giustizia sugli abitanti di Urbisaglia.
Così per mettere la curia davanti al fatto compiuto giustiziarono
immediatamente Giovanni Berdozze. Ma non tutti gli urbisagliesi erano
visti da Tolentino come probabili cospiratori, tanto che ritroviamo
un certo Giovanni di Cristoforo da Urbisaglia come grande ufficiale
per i danno dato per l'intera terra.
Contromosse di Tolentino
Per i fatti di Urbisaglia e la guerra in atto con Sanseverino
il podestà e i priori di Tolentino, vennero arrestati e incarcerati
a Macerata. Così in questa crisi istituzionale del comune,
il consiglio di Credenza rapidamente si riunì e delibero di
nominare Marco Filelfo come ambasciatore da inviare a Macerata e a
Roma per ottenere la liberazione delle autorità cittadine.
Mentre il cardinale Orsini, legato pontificio si autoproclamava podestà
di Tolentino e inviava Francesco Antonelli da Montolmo come suo vice.
Anche Giovanni Francesco Mauruzi, nominato ufficiale ai crimini, venne
inviato come ambasciatore a Roma. In quell'anno Tolentino si diede
ad un'intensa attività diplomatica su tutti i fronti. Ritroviamo
nel libro delle spese una documentazione ricchissima con spese anche
considerevoli, fino a 400 fiorini, per i soggiorni dei propri ambasciatori
a Macerata, Cingoli, Ancona, Roma, Napoli e Milano. E il ruolo dei
Mauruzi fu importante in questa occasione, tanto che il comune gli
regalò la possessione di Brancorsina, o Coste di Chienti, per
i meriti acquisiti durate la guerra con Sanseverino e la soluzione
della crisi con Urbisaglia. Questa possessione apparteneva al comune
di Urbisaglia e nella separazione dei territori, avvenuta quasi centanni
più tardi, questa perse completamente questa parte importante
del suo territorio, che gli permetteva di confinare con Pollenza come
riportano le antiche pergamene.
Nel settembre sembra che Tolentino riuscisse a superare il momento
sfavorevole; venne nominato il nuovo podestà di Tolentino nella
persona di Francesco Antonio da Recanati. Si nominò Stefano
di Matteo come nuovo sindaco di Colmurano, mentre Urbisaglia, il 17
ottobre, subì una condanna in contumacia per non essersi presentata
al giuramento di fedeltà. Successivamente, l'oratore inviato
a Roma, interrogò il consiglio di Credenza su cosa fare riguardo
alla condanna di 300 ducati subita dal podestà e i priori,
ancora incarcerati in Macerata. Il consiglio deliberò di pagare,
metà a spese della comunità e l'altra metà a
spese degli stessi imprigionati. Non fu la sola multa pagata da Tolentino:
Giovanni di Catervo aveva già versato nelle casse erariali
250 marche papali per far togliere l'interdetto e altri 500 ducati
veneziani d'oro erano stati versati al tesoriere della Marca per la
condanna subita in occasione della guerra con Sanseverino.
L'11 aprile 1473, il consiglio di Credenza tornò a riunirsi
sulle nefandezze e obbrobri perpetrati dai malefici urbisagliesi contro
Tolentino, si stabilì di inviare un ambasciatore a Roma, que
portet secum pecunias, che esplorasse l'intenzione della curia presso
un tal Tommaso Ungaro, che indagasse e scoprisse le carte di Urbisaglia,
quindi riferisse ai priori e si prendessero le contromisure necessarie
a conservare il potere sul distretto ribelle. Nell'intero anno si
continuò a brigare con ambasciatori inviati presso il Cardinale
di san Sisto, presso il Legato della Marca, e presso le corti di Milano
e Napoli, affinché si adoperassero al recupero della riottosa
Urbisaglia. Nel frattempo, in occasione della festa di san Catervo,
si condannò Urbisaglia in contumacia per non aver prestato
il solito giuramento di fedeltà.
Un breve respiro
di libertà e una sanguinosa ribellione
Inaspettatamente, il papa Sisto IV (1414-1484) con un breve, inviato
al governatore Paolo Odescalchi, mise Urbisaglia alle dirette dipendenze
della Santa Sede, ma sette anni dopo, ritornando sulle sue decisioni,
cancellò la decisione dietro le insistenti e pressanti richieste
di Tolentino.
Nel 1488 scoppiò una lite tra i comuni di Colmurano e Urbisaglia
per il possesso delle selve di Monte Loreto, che Tolentino riuscì
a dirimere solo secoli dopo. Si giunse così alla successiva
ribellione del maggio del 1497, alla quale parteciparono: Marino di
Barbazia, Pietro di Nicola, il frate Giacomo, Francesco di Antonio
detto Morello de Strellere, Pietro Giovanni Mattioli, Francesco Simonetti,
Troilo di ser Tommaso e Marinangelo Petraccini. La presenza nella
ribellione di un frate e di un ricco possidente è indicativa
di come l'aspirazione all'autonomia avesse raggiunto tutti gli strati
sociali della collettività locale. Tentarono prima una sollevazione
dei cittadini del borgo, e poi radunati un manipolo di arrabattati
fanti e cavalieri marciarono alla conquista di Urbisaglia. Ma la voce
della sommossa era già trapelata e giunse all'orecchio del
podestà di Tolentino, che fece presidiare il borgo, giorno
e notte, da una numerosa guarnigione di armati. Dei ribelli furono
subito catturati Francesco detto Morello e Pietro Giovanni Mattioli.
Dopo un sommario processo furono condannati a morte mediante decapitazione.
La sentenza fu eseguita nella pubblica piazza di Tolentino davanti
al popolo riunito per l'occasione.
Vita religiosa e
civile nelle confraternite
Ai primi del '500 risale la costituzione della confraternita
del Santissimo Sacramento. La struttura organizzativa della confraternita
prevedeva due priori, un camerlengo e un depositario, che restavano
in carica per soli sei mesi dopo aver prestato un giuramento di rispondere
di persona nei possibili ammanchi nella gestione amministrativa. Principali
attività della confraternita erano l'organizzazione nel culto
al Santissimo Sacramento, di pellegrinaggi e processioni, il prestito
ai confratelli in stato di necessità, l'istituzione di fondi
per le doti delle zitelle, coprire le spese per il baldacchino nelle
processioni, le candele e l'olio per la lampada del Santissimo, e
la distribuzione di pane e castagne in alcune feste stabilite (Ognissanti).
Ogni associato era tassato per quattro bolognini se maschio e due
bolognini se femmina. Da un elenco coevo risultano iscritti 95 uomini,
di cui 4 sacerdoti, e 167 donne. La loro esperienza associativa formò
il tessuto connettivo della vita democratica del paese su base solidaristica;
non a caso i principali attori (Pacciaritto e Vincenzo Saraceni, Domenico
Capponi) nella causa della libertà di Urbisaglia da Tolentino,
proverranno dalle sue fila organizzative. Invece, al 1533 risale certamente
l'istituzione della Confraternita della Beata Vergine della Misericordia,
con lo scopo di assistere i confratelli e i bisognosi nelle esequie
e lucrare le indulgenze per i defunti. Ambedue le confraternite gestirono
un monte di Pietà o Pio Monte Frumentario.
La Rocca finalmente
viene completata
E nel contesto delle continue ribellioni e del malcontento popolare
degli urbisagliesi che si decise di avviare la costruzione della Rocca,
di cui è evidente la funzione architettonica di controllo strategico
e militare sul paese e la sua popolazione, dopo che il papa Alessandro
VI aveva concesso la sua approvazione.
Nel 1503 la ricostruzione della Rocca doveva essere già completata,
se un breve di Giulio II autorizzò i castellani della fortificazione
a giurare la fedeltà nelle mani del podestà di Tolentino
e non in quelle del Rettore della Marca, come si era eseguito precedentemente.
Nel 1507 Stefano Folchetti completò il Trittico di san Lorenzo,
a spese di Sante, pievano di san Lorenzo, e di altri cittadini devoti
di san Francesco, durante questo travagliato e violento periodo.
Nel 1512, essendo carcerati ingiustamente alcuni d'Urbisaglia da Tolentino,
questi inviò degli ambasciatori a Roma per sostenere la loro
colpevolezza e la garanzia che sarebbero stati rilasciati se trovati
innocenti. Il Papa, invece, ordinò ai contendenti di presentarsi
davanti i suoi tribunali e sottoporsi al loro giudizio più
garantista.
La Marca attraversa
una instabilità politico-militare e Urbisaglia una litigiosità
giudiziaria
Nello stesso anno Spagnoli e tedeschi attraversarono la Marca
alla volta del regno di Napoli, lasciando dietro di loro angherie
e vessazioni sulla popolazione, che proseguiranno fino al sacco di
Roma del 1527.
Camerino e il suo contado, che comprendeva Urbisaglia, vennero eretti
in ducato a favore di Giovanni Maria Varano (1515), alla morte del
quale senza discendenza maschile (1527), il ducato restò disgiunto
dal Governo della Marca, passando alla vedova Caterina Cybo e alla
figlia Giulia e poi a Ottavio Farnese, per essere costituito infine
in governo separato nel 1545.
Nel gennaio del 1542, dopo il ferimento del podestà, Tolentino
emise un'ordinanza nel quale vietava di portare armi dentro Urbisaglia;
chiunque sarebbe stato sorpreso armato avrebbe subito quattro tratti
di corda nella Rocca da parte della guarnigione.
Nell'aprile del 1549 monsignore Migliorelli, vicelegato della Marca,
esaminò la lite tra Colmurano ed Urbisaglia per le selve di
Monte Loreto che perdurava da molti anni; le assegnò alle due
comunità contro il parere di Tolentino che le pretendeva per
se e per i suoi soldati asserragliati nella Rocca. Urbisaglia, nominò
Ercole Ercolani, avvocato di Macerata, come procuratore per il ricorso
contro la sentenza contestando a Colmurano la comproprietà
delle selve. Il mandato venne confermato dal consiglio composto dai
seguenti consiglieri: Domenico Cola, Bartolomeo di Cesare, Antonio
Corradini, Caterino Pascolini, Francesco Paladini, Marino di Pietro,
Francesco Crescimbeni, Detaino magistri Pauli, Cecco di Giovanni Dominici,
Leonardo, Zengaritto Tassaglia, Luca Cola, Paolo Marini, Paolo Malecucine,
Carlo di Catervo Foglietta e Sforza Dominici. I priori del tempo erano
Branerio di Pietro, Cecco di Giovanni Marini e Jacobo di Domenico
Mariani.
Nel 1559 Tolentino proclamò che non si potessero celebrare
i Consigli della Comunità senza la licenza del podestà,
sotto la pena di tre tratti di corda da infliggersi in pubblico ai
consiglieri che avessero partecipato all'assemblea e al bajulo che
proclamasse al popolo il bando di convocazione. Probabilmente erano
stati informati del fatto che alcuni consigli si erano stati riuniti
segretamente per discutere sulla opportunità e sulle modalità
di presentare nuove petizioni al Papa, onde ottenere l'agognata libertà
da Tolentino.
Nel 1562 il conte Antonio Mauruzi e Catervo Rutilone furono i rappresentanti
di Tolentino per una lite riguardante l'uso delle selve situate nel
vallone de li Frisculi e di Brancorsina, mentre Urbisaglia era rappresentata
da Antonio Loino di Porcula. In questa occasione la lite non fu risolta
e si protrasse per più di un secolo.
La via legale alla
libertà e seconda provvisoria vittoria
Dalle Uscite della compagnia del Santissimo Sacramento del luglio
1563 risulta: In prima li detti priori (Giuliano Foglietta e Bernardino
di Pietro) dettero in prestito alla Magnifica Comunità di Urbisaglia
e per lei contanti a maestro Vincentio Saracini et a maestro Bernardino
Marcelli per le mani del prefato ser Giuliano fiorini trenta doi quali
forno mandati a Roma per la causa de essa Comunità con Tolentino,
li portò il suddetto maestro Bernardino che così ho
scritto io don Bernardino Saracini per commissioni delle parti. E
il primo documento che attesta una frenetica attività per ottenere
la libertà di Urbisaglia per vie legali dopo che le numerose
rivolte avevano fallito nel tentativo di mettere Tolentino e la Chiesa
davanti al fatto compiuto.
Infatti, i cittadini urbisagliesi, nel 1564, inviarono come oratori
don Cino Campano, originario di Osimo, e don Ludovico Salviense a
Roma, con una petizione al papa Pio IV (1499-1565), chiedendo, per
l'ennesima volta, l'autonomia e l'elezione del cardinale Mark Sittich
von Hohnems (Altemps), nipote del Papa stesso e legato della Marca,
a governatore provvisorio di Urbisaglia. L'iniziativa fu coronata
da successo, infatti Pio IV con un motu proprio del 30 ottobre 1564
inviato al nipote Marco, cardinale dei Dodici Apostoli e legato della
Marca, rese Urbisaglia direttamente soggetta alla Chiesa. Il cardinale
inviò Domenico Barbetta di San Costanzo a prendere immediatamente
possesso in suo nome della Rocca e del paese. Il Papa, inoltre, scrisse
una lettera direttamente a Tolentino intimandogli di consegnare subito
la Rocca con la minaccia della scomunica, in caso contrario. Dal libro
delle sentenze emesse da Pietro Barbetta, sedentem in banco ligneo
existente in torrione arcis dicte Terre iuxta foveum Comunis ac alia
notissima latera, ricaviamo uno spaccato della storia sociale, economica
e politica di Urbisaglia.
Nel dicembre del 1564 si volse un processo contro Ottaviano Bernabeo
Farroni che fuggì dalla Rocca dove era carcerato per una condanna,
rompendo le catene e usando chiavi false. Fu condannato alla multa
di 50 lire, condonate poi da Angelo Angelini. Tra gennaio e marzo
del 1565 si svolsero: una causa per la mancata restituzione di un
prestito tra Angelo Sabbati, ebreo di Tolentino, e Matteo Placiti
di Urbisaglia; tra Antonio di Cola Dominicotti e Domenico di Antonio
Dominici, ambedue albanesi residenti in Canalecchio, dove esisteva
un allevamento di bufale; l'albanese Andrea di Cola venne condannato
per aver colpito con una pietra Gilio di Giovanni Paolo da Fiegni
in contrada Spescie, a causa di una lite sorta per il furto di una
greppia; contro Marcuzio Caracini che aveva effettuato diversi furti
di grano, orzo e lardo passando con destrezza per i tetti, e condannato
era scappato dalla Rocca passando dalla porta falsa; mentre invece
Giorgio Antonelli di Montecchio, detto Marguttu, venne liberato dal
carcere della Rocca, dopo che il padre aveva pagato la multa. Ma il
processo più interessante è quello contro Marcello detto
Sforafratte, che nonostante fosse stato bandito dal Legato della Marca,
si presentò alla porta di Fiastra e apostrofò con male
parole Dettaino magistri Pauli di anni 55 e a capo dei priori della
comunità, intimandogli di fare i bollettini del pane venale.
Alla risposta che era competenza del Commissario legatizio, lo Sforafratte
si allontanò. Ma dopo un ora incrociò Dettaino presso
il palazzo comunale, dove si recava per l'ufficio della sua carica.
Lo apostrofò con la frase: "Dettaino, Dettaino, parte
a te che mi habbia a menare per la fibbia, et mandarmi da Rode et
Pilato". Al che Dettaino rispose che non sapeva a che cosa si
riferisse. Sforafratte allora lo aggredì con un pugno al naso,
procurandogli una ferita con effusione di sangue. Se non avesse fatto
ricorso alle cure mediche, sarebbe di certo morto dissanguato. Per
non essere arrestato, Sforafratte riuscì a fuggire dalla Terra
scardinando i cardini della porta verso l'Entogge. Fu condannato in
contumacia alla pena di tre anni di carcere duro.
Finalmente la libertà
La repentina morte del Papa bloccò sul nascere questa
sofferta e a lungo desiderata riconquista della libertà per
gli Urbisagliesi, che fu rinviata di ben altri cinque anni; mentre
i peroratori della causa di Urbisaglia furono condannati e inviati
alle galee pontificie. Mentre continuavano i tentativi di libertà,
nel 1566, Ciriaco Spondeo di Fano ricopriva la carica di commissario
Terre Urbisalie, mentre il bajulo era Giovanni Crisogani e i priori
incaricati in settembre Pacciaritto Silvestri e Loctium Catarini.
Un primo positivo risultato lo ottennero con la sentenza inappellabile
del 18 agosto 1568, quando alcuni cittadini di Tolentino, che avevano
proprietà agrarie nel territorio di Urbisaglia, furono condannati
a pagare come gli altri cittadini urbisagliesi due carlini per cento
nel censo dei terreni, in base ad una lettera di transazione di Pio
V del 1566.
Ma gli urbisagliesi non si lasciarono prendere dallo sconforto e continuarono
pervicacemente ad insistere anche con l'ausilio di Margherita d'Austria,
figlia di Carlo V (1500-1558) e moglie di Ottavio Farnese, duca di
Camerino fino al 1545 e successivamente marchese di Parma. Il fatto
è testimoniato nel Libro delle Uscite del maggio 1569: vennero
inviati a spese della Comunità piccioni, pollastri, vino, olio
e cacio, oltre a 9 fiorini consegnati personalmente da Bernardo Serra,
per ringraziare la marchesa, che in quel momento si trovava pellegrina
a Loreto, per omaggiarla delle attenzioni prestate alla causa di Urbisaglia.
Finalmente il motu proprio pontificio del 9 agosto del 1569 di Pio
V (1504-1572) tolse per sempre Urbisaglia dalla giurisdizione di Tolentino,
restituendole la tanto agognata libertà, mettendola alle dirette
dipendenze della santa Sede e concedendogli il diritto all'elezione
del podestà insieme al merum et mixtum imperium per le cause
in prima istanza. La motivazione giuridica della libertà restituita
agli urbisagliesi veniva individuata nella nullità dell'atto
di vendita effettuata da Fidesmido, il quale aveva avuto il dominio
di Urbisaglia per concessione papale, quindi risultava solo come un
usufruttuario e non il dominus loci, e in tale veste non era nel suo
diritto vendere Urbisaglia, proprietà della Camera apostolica,
a Tolentino. Con una oblazione di 1150 scudi, versata dai tenaci oratori
di Urbisaglia, Vincenzo Saraceni (prima di lui Pacciaritto Saraceni)
e Ludovico Salviense, si concluse la lunghissima serie di ribellioni
e di controversie tra Urbisaglia e Tolentino.
La somma necessaria fu messa insieme prendendo a censo 200 fiorini
da ser Ascanio Gentiloni, 400 da Ottavio Roberti, 400 da Benedetto
Santi (tutti di Macerata), 90 con un prestito in olio dal mercante
di Mogliano, Martino Rota, e il resto dalle casse comunitarie. Con
comprensibile gioia dei cittadini di Urbisaglia, il 28 settembre dello
stesso anno, Giulio Fedele, notaio di Macerata, prese possesso della
rocca e del castro di Urbisaglia nel nome della Camera apostolica.
A nulla valsero i reiterati ricorsi presentati da Tolentino negli
anni successivi, poiché la politica della Chiesa nella gestione
dello stato era cambiata. Tra il 1536 e il 1569 fuoriescono dai rispettivi
contadi e vengono riconosciute terre Apostolice Sedis immediate subiectae
Caldarola sganciata da Camerino, Urbisaglia da Tolentino, Monte san
Pietrangeli da Fermo, Castignano da Ascoli. Se nei secoli precedenti
la Curia romana utilizzava come strumento di controllo politico del
proprio territorio statale la rete dei vicari apostolici, in questo
secolo si orientò verso un diverso interlocutore: le città
immediate subiectae e i suoi patriziati. Per amministrare meglio lo
stato si puntava nella periferia alla frantumazione dei grandi comuni
in una miriade di governi separati, istituiti per rafforzare la rete
di controllo sul territorio, e soddisfare così l'aspirazione
dei ceti dirigenti locali dei piccoli comuni, intesa a mantenere o
recuperare in qualche modo alle proprie comunità l'antica autonomia.
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Dalla
riconquistata libertà all'Unità d'Italia
1569 - 1860
Organizzazione dell'amministrazione
civile della Comunità
Urbisaglia, posta immediate subiectae della Chiesa, continuò
ad essere retta da una magistratura, composta da un Gonfaloniere e
due priori, che restavano in carica solo due mesi, dopo la loro estrazione
dal bossolo dei consiglieri comunali. Ai priori spettava l'amministrare
e regolare i pubblici uffici del comune, l'eseguire e far eseguire
tutto ciò che veniva deliberato nei consigli e ordinato dalle
autorità superiori. Mancando di tali diligenze erano tenuti
a risponderne di persona e in solido. Durante l'espletamento del loro
ufficio non potevano contrarre debiti, né tanto meno essere
incarcerati per i più svariati motivi. Il podestà, eletto
da Roma attraverso il legato della Marca o il governatore, esercitava
il controllo sul consiglio generale e amministrava la giustizia nei
tribunali civili e criminali. Altre uffici amministrativi erano svolti
dal camerlengo, dal sindaco, dai revisori dei conti, dai compositori
del libro delle esigenze e dai deputati all'annona: tutti di nomina
consigliare.
Il camerlengato, carica preposta alle entrate del comune e alla riscossione
dei vari proventi, venne esercitato da cittadini che ne facevano richiesta
dietro l'offerta di una somma di denaro per la garanzia fideiussoria.
Il Sindaco, rinnovato di anno in anno, era delegato al pagamento e
al controllo dei lavori pubblici. Sia il podestà, che il sindaco
e il camerlengo dovevano, alla fine del loro mandato, sottostare al
giudizio sindacale dei cittadini. Il consiglio generale era composto
fino a trenta membri scelti tra i cittadini, che godevano diritti
attivi e passivi, cioè esercitavano il diritto del voto e di
poter essere eletti. I chierici privilegiati non potevano far parte
del consiglio; ma potendosi in esso trattare di questioni inerenti
gli interessi ecclesiastici, Innocenzo XI, con una circolare del 19
luglio 1681, ordinò che si eleggessero due deputati del clero,
uno per quello secolare ed uno per quello regolare, i quali potessero
intervenire nell'approvazione del bilancio, nelle deliberazioni per
gli appalti pubblici, nel rendiconto dei conti e in tutti quei atti
nei quali si trattasse del loro interesse. Gli ecclesiastici avevano
un voto solo consultivo, assistendo e suggerendo quello che stimassero
più giusto e proficuo; ma nei fatti erano i consiglieri più
ascoltati. I consiglieri dovevano, inoltre, pagare al comune la bella
somma di 25 scudi per avere il diritto di esercitare qualsiasi carica
amministrativa.
I dipendenti del comune erano: il segretario che svolgeva anche le
funzioni di notaio e cancelliere; il balivo o trombetta che diffondeva
i bandi e convocava i cittadini; il maestro della scuola elementare
maschile; il medico chirurgo, che esercitava all'ospedale, oltre che
la libera professione, e il moderatore dell'orologio.
La frantumazione della periferia dello Stato pontificio in una miriade
di governi separati, fu conseguenza del riassetto territoriale, dei
recuperi e delle decisioni adottate, specie nel corso del XVI secolo,
dalla Santa Sede che non poteva prescindere dal consenso dei governati,
che era dire delle élites locali. Si trattava di un ceto nuovo,
formatosi attraverso la progressiva fusione ed amalgama di famiglie
in parte di origine feudale (milites, domini, domicelli) titolari
di antichi diritti pubblici sussistenti allo stato residuale, in parte
formata da gruppi emersi negli ultimi due secoli dalla pratica del
diritto, della medicina, del commercio e nei paesi più piccoli
nell'artigianato. La fine delle esenzioni fiscali dei signori, rende
più compatto questo aggregato sociale costituito dai maggiori
contribuenti, garanti del normale gettito tributario, ma anche interessati
a gestirne in prima persona e sul posto le operazioni dirette all'accertamento
fiscale, all'estimo delle proprietà, al riparto delle spese
e all'esazione dai tributi. Sono gli interlocutori ideali del potere
centrale, attraverso il governatore della provincia, funzionali dunque
alle esigenze del centro come a quelle della periferia.
Le finanze locali erano sovvenzionate dalla tassa sul focatico imposta
alle singole famiglie, dalla tassazione sui terreni in base alla descrizione
agricola del catasto, dagli affitti dei terreni comunali, dai proventi
di alcuni servizi, come i forni nelle contrade di Guardacinque e Guardaotto,
il molino a grano, la spedizione delle lettere, il camerlengato, il
danno dato, la cenciaria (raccolta degli stracci), la grascia (la
raccolta del letame e dei resti della vinificazione), la caldara di
rame appaltata per vinificare il vino cotto, ecc. Ma le entrate non
erano certamente sufficienti se il cancelliere Vincenzo Saraceni,
il 19 agosto del 1585, chiese un prestito a nome della comunità
al console e priore di Sanseverino con la fideiussione del concittadino
Anton Maria Divino.
Liti giudiziarie
per riappropriarsi dell'intero territorio comunale
I primi anni del nuovo comune furono vessati da continue cause con
i comuni limitrofi per i confini, con i proprietari terrieri per accertare
il giusto importo delle collette; tra il comune e i decaduti amministratori,
i quali non sempre presentavano il giusti conti, evitando anche di
sottoporsi al sindacato di controllo; liti con i proprietari ecclesiastici
che pretendevano inopinatamente per il comune la completa esenzione
delle collette stesse (bisogna annotare che più di tre quarti
del territorio di Urbisaglia era di proprietà di enti ecclesiastici);
dissapori sui lavori pubblici nei quali la realizzazione eseguita
non corrispondeva spesso al capitolato d'appalto. Tutte queste spese
incisero negativamente nelle esauste casse del comune, dovendosi continuamente
far ricorso alla competenza di numerosi avvocati a Macerata e di un
procuratore legale a Roma, provvedere alle spese legali e documentali,
e frequenti viaggi per presenziare le cause quando erano avviate e
discusse davanti ai vari livelli del giudizio. In proposito è
documentata una lunghissima serie di asserzioni, in data 18 agosto
1570, sottoscritte da numerosi testimoni ultraottantenni che ricordano
come il territorio di Urbisaglia arrivasse fino al Chienti nelle contrade
di Brancorsina, Spescie e Coste di Chienti. Le boscaglie di queste
contrade appartenevano alla comunità di Urbisaglia e i suoi
cittadini avevano il diritto di raccogliervi legna e pascolarci i
maiali; mentre era proibito agli altri abitanti di Tolentino. Era
una terra di proprietà dell'intera comunità. Raccontano,
inoltre, che Battista dei Mauruzi, brigando con le leggi e con l'uso
della forza, riuscisse a recuperarle al pieno controllo di Tolentino;
così quel comune, grato del servizio ottenuto, gli donò
quelle possessioni. Tutte le testimonianze concordano sul fatto che
i confini di Urbisaglia raggiungessero il Chienti. Fu lo scotto da
pagare per ottenere la libertà da Tolentino, poiché
in tutte le cause successive la Curia dette ragione a quel comune
per tenerlo buono, dopo che gli aveva tolto Urbisaglia.
Altri capitoli di spese riguardavano la cura del patrimonio edilizio
del comune nei palazzi preturale e priorale, soprattutto nel mulino
per il vallato, la chiusa, il ponte di accesso, la ruota motrice,
e la macina; e nel continuo riattamento dei forni pubblici, del macello,
della Rocca, del carcere, delle porte cittadine, delle strade di accesso
e dell'orologio comunale.
Altro settore di spesa per il comune erano le feste religiose e le
fiere. Il comune faceva celebrare una messa solenne in occasione della
festa del santo patrono san Giorgio, e di numerosi altri santi: san
Macario, san Biagio, san Barnaba, sant'Egidio e san Girolamo; e spese
di rappresentanza nelle visite pastorali del vescovo di Macerata in
occasione della cresima; il costo del predicatore nelle quaresime;
le sovvenzioni per i vari pellegrinaggi organizzati dalle confraternite
a Loreto; e per tutte le prime messe novelle dei nuovi sacerdoti,
dei monaci dell'abbazia di Fiastra e del convento del santissimo Crocefisso.
In questa epoca lo Stato pontificio manteneva i rapporti con i Comuni
attraverso due organismi detti congregazioni, le quali avevano il
compito di vigilare sulle amministrazioni comunali. La prima era detta
Congregazione del Buon Governo ed esercitava la sua funzione di controllo
su tutto ciò che riguardava questioni concernenti l'economia
come preventivi di spesa, bilanci o tabelle, spese correnti. Mentre
la seconda era la Congregazione della Sacra Consulta che aveva il
compito di controllare tutto ciò che riguardava i consigli,
le deputazioni e l'osservanza delle norme statutarie.
Il primo atto amministrativo
documentato
Il 3 dicembre 1576 si tenne un consiglio comunale bandito dal bajulo
Giovanni Crisogani con la partecipazione del podestà Geronimo
Martinozzi di Fano, dei priori Benedetto Berzoni, Pietro di Domenico
Clodii e Geronimo di Amedeo, per discutere se ratificare l'appalto
delle collette concordato il 25 agosto dai priori dei mesi di agosto-settembre
Pacciaritto Silvestri e Bernardo Bernardi, da concedere per diciassette
anni a Guidobaldo Seghezza. Dopo l'intervento di Bernardo Marcelli
che illustra le motivazioni dell'accordo: Guidobaldo si accolla tutti
i debiti del comune in cambio della gestione delle collette riguardanti
il passo delle merci, la tassa sui pascoli e le biade, l'acquisto
di cose o animali e la cenciaria per gli anni stabiliti, secondo i
capitoli soliti. L'atto venne approvato con 29 fave bianche favorevoli
e 2 nere contrarie come risulta dal verbale del cancelliere comunale
Vincenzo Saraceni.
Nel 1581 venne effettuata dal vescovo di Camerino, Gerolamo de Buoi,
una visita diocesana molto interessante per la relazione tramandata.
É documento molto dovizioso che ci illustra la situazione effettiva
delle chiese e della religiosità popolare di Urbisaglia in
quel periodo storico.
I gesuiti arrivano
all'Abbadia di Fiastra
Alla morte del cardinale commendatario Alessandro Sforza nel
1584, il papa Gregorio XIII cedette tutte le terre dell'abbazia di
Fiastra alla congregazione dei gesuiti, allo scopo di sovvenire ai
bisogni del Collegio romano; e ai rettori del Collegio furono trasferiti
i privilegi, le prerogative e le giurisdizioni di cui un tempo era
titolare l'abate di Fiastra. Uno sparuto gruppo di monaci cistercensi
continuò ancora a convivere con i gesuiti, ad abitare l'abbazia,
fin quando dopo rancorosi strascichi giudiziari, nel 1624, si giunse
ad un accordo. I cistercensi abbandonarono Fiastra, trasferendosi
nella chiesa di san Vito in Roma, ottenuta in permuta dai gesuiti.
Nel prendere possesso dell'abbazia i gesuiti avviarono una profonda
riforma della gestione economica e agraria dell'abbazia, cercando
di accorpare le possessioni e vendendo i piccoli appezzamenti dispersi
nel territorio di Urbisaglia. Ebbero un ruolo incisivo e determinante
nella crescita economica, nella formazione e trasformazione del paesaggio
agrario di quel territorio sito nel corso del Fiastra, del Chienti
e del Potenza.
Ultimi decenni del
secolo XVI
Nel 1586 Sisto V restituì la sede vescovile e il titolo
onorifico di città a Tolentino, forse per risarcirla dell'avvenuta
perdita del distretto di Urbisaglia, anche se poi pone questa, insieme
a Pollenza, sotto la giurisdizione diocesana di Macerata, il 10 marzo
1588. L'assorbimento della più antica feudalità minore
nelle più ampie strutture patriziali, appare evidente a Tolentino,
ove si pervenne alla formalizzazione della chiusura del ceto patrizio,
avendola fatta precedere da una pace e concordia generale arbitrata
dal cardinale Rusticucci l'11 settembre 1585 inter domicellos, nobiles
et cives et incolas.
Nel 1596, i priori di gennaio e febbraio, Francesco Foglietta e Bernardino
di Antonio, detenevano illegalmente le carte e i documenti del comune,
favorendo alcuni che avevano occupato arbitrariamente le proprietà
comunali. Il podestà li invitò a restituire le chiavi
minacciando la multa di 500 scudi. Il sindaco Bernardo Cecchi comunicò
per due volte l'ordine del sindaco, prima che si eseguissero i suoi
ordini.
Nel settembre del 1599 vennero pagati ad un certo Tizio Ambrosino
baiocchi 34 per la redazione dello statuto, come risulta dal Libro
delle uscite. Probabilmente la spesa non si riferisce ad una redazione
completa dello Statuto, vista l'esiguità della spesa, ma forse
riscrittura di una copia dello statuto o alla revisione di alcune
delle sue norme, dovuta alla riconquistata libertà.
Negli anni successivi, come era uso frequente in questi casi, i papi
Gregorio XIII (1502-1585) e Sisto V (1520-1590) riconfermarono pienamente
la libertà di Urbisaglia durante il loro pontificato, mentre
ancora nel 1623, il cardinale Maffeo Barberini, futuro papa con il
nome di Urbano VIII (1568-1644), la rassicurava nella sua reale autonomia
dalla vicina città troppo prevaricante.
Una funesta carestia
imperversa per le Marche
Verso la fine del secolo, su una situazione già precaria dal
punto di vista economico per le ingenti spese comportate per la libertà
di Urbisaglia, si abbatté una disastrosa carestia, che nelle
Marche provocò un gran numero di morti. L'agricoltura era la
fonte di sostentamento principale della popolazione, e versava in
una condizione riprovevole. Il forte accentramento della proprietà
fondiaria in mano a pochi possidenti e le grandi estensioni terriere
ecclesiastiche impedivano uno sviluppo più razionale ed equo
per i ceti più poveri, composti da piccoli contadini con un
fazzoletto di terra, artigiani indigenti e mezzadri non garantiti.
Era necessario un processo di notevole portata che richiedeva una
più funzionale utilizzazione delle proprietà comunali
e ecclesiastiche, una forte mobilità del mercato fondiario
per rimettere in circolo le terre abbandonate o malcoltivate, la creazione
attraverso divisioni e accorpamenti di nuovi poderi e possedimenti
e la costruzione di un gran numero di case rurali. Questo mutamento
nella situazione economica non avvenne, tanto che questa situazione
si protrasse fino all'inizio del nostro secolo. Anzi, la partecipazione
privilegiata di uno sparuto gruppo di cittadini alla vita amministrativa,
generò uno sbocco ancora più devastante: nei secoli
seguenti saranno gli stessi amministratori comunali ad acquistare
le proprietà comunali via via svendute per far quadrare i conti
del bilancio comunale. Le attività silvo-pastorali, che avevano
caratterizzato le zone medio-collinari, cedettero il passo ad una
economia agricola imperniata sul diffondersi capillarmente della mezzadria,
sulla produzione di cereali e l'incremento della viticoltura.
Il 14 agosto 1600, don Faustino Tudeschus da Verona, abate di santa
Maria degli Angeli di Pesaro della congregazione camaldolese, con
il consenso dei confratelli don Gerundo da Verona, don Battista da
Fabriano e don Luca da Bagnacavallo delega don Bernardino Saraceni,
pievano di san Lorenzo e don Pietro Buongiovanni, preposto di san
Giorgio, a vendere le proprietà dei camaldolesi in Urbisaglia,
consistenti nella chiesa di san Biagio e alcuni terreni in diverse
contrade. Le proprietà in questione riguardavano la donazione
fatta da Abbracciamonte diversi secoli prima. I gesuiti, presenti
all'Abbadia, con un atto notarile di Cesare Saraceni in data 2 aprile
1601, acquistarono gli stessi beni per una cifra complessiva di 510
scudi, alla presenza dei testimoni don Marino Pagliucca e il capitano
Achille Saraceni.
Agli inizi del nuovo
secolo
Con inizio dal 1601 per vari anni si protrasse una pluridecennale
lite giudiziaria per questioni territoriali riguardanti la contrada
di Pezzalunga, che fu assegnata definitivamente ad Urbisaglia, solo
dopo che fu di nuovo sollevata la questione ancora negli anni che
vanno dal 1672 al 1676. Il comune per non correre rischi inutili l'aveva
acquistata da Bernardo Pettoni di Tolentino nel 1602, al prezzo di
10 fiorini al modiolo.
Trascorse un periodo tranquillo e le cronache dei documenti di archivio
narrano della edificazione di un ospizio fondato con un lascito di
Giovanni Domenico Paladini; la creazione di una scuola parrocchiale
per insegnare la dottrina religiosa secondo i dettami del concilio
di Trento; l'arrivo dei frati del Terzo ordine francescano da insediarsi
nella chiesa del santissimo Crocifisso in frazione Convento, la cui
edificazione era già iniziata da anni (in consiglio comunale
si discusse anche se affidarla ai Domenicani, poi prevalsero i francescani
del vicino convento di Monte Loreto); i grandi onori tributati al
cardinale Gian Battista Pallotta, che si recava a consacrare la chiesa
di santa Maria della Neve in san Ginesio; la concessione, importante
per quei tempi, di tenere il mercato nei giorni di martedì;
e si concedessero 10 scudi ad Enea Maccaresi per trasferire la sua
farmacia dalla Muccia a Urbisaglia.
Istituzione di servizi
sociali per la popolazione
Inoltre, venne incaricato dal comune il pievano don Bernardino Saraceni
di riscuotere un lascito in denaro di Nicola Savio di Tolentino per
dotare il paese di un nuovo orologio, onde regolare i tempi della
piccola comunità locale. Bernardino Saraceni, appartenente
all'illustre famiglia che annoverava tra i suoi membri Vincenzo, il
peroratore della causa della libertà di Urbisaglia da Tolentino
davanti al papa Pio V, era vicario foraneo e pievano di san Lorenzo
nel 1605, anno in cui con il testamento provvedeva all'istituzione
di un ospedale dotato di due letti per le necessità dei bisognosi
del paese e dei pellegrini di passaggio. Ma, sicuramente, la costruzione
non avvenne senza traversie, se il priore Salvio, il 20 aprile 1621,
citò in giudizio Cecco di Bernardino, erede del pievano, per
difendere l'interesse del comune.
Anche altri aspetti sociali vennero affrontati con la fondazione di
un Monte di Pietà, o Pio Monte Frumentario, alla cui gestione
era incaricato nel 1616 Giuseppe Foglietta e che prestava il grano
ai contadini poveri durante il periodo della semina e nei casi di
calamità naturali, con una piccola maggiorazione alla riconsegna,
dopo il raccolto; e l'apertura di un'osteria da parte di Giovanni
Domenico Paladini e gestita da Flaminio di Antonio. Ma non si diede
impulso solo ad opere di beneficenza: nel 1608 si rifece il canapo
per la gogna acciò che la Comunità amministri la sua
giustizia e, per dare l'esempio ai salariati, fu approvata una risoluzione
del consiglio comunale che permetteva di punire perfino con la tortura
i dipendenti comunali inadempienti nei loro doveri professionali.
Inoltre, fu emesso un bando che vietava il porto delle armi dopo il
suono della campana dell'Ave Maria, la quale preannunciava alla popolazione
la chiusura delle porte cittadine dopo un ora dal suo rintocco. Poi
gli accessi al paese venivano sbarrati e presenziati da guardie armate,
per l'armamento delle quali nel 1610 il podestà autorizzò
il sindaco Salvio Clodio all'acquisto degli archibugi con una spesa
di 4 fiorini. La tradizione del suono della campana al tramonto è
rimasta inalterata quasi fino ai nostri giorni, quando la voce della
campana si diffonde per la campagna sottostante ricordando ai contadini
l'ora dell'Ave Maria, un ora prima del calare del sole.
Nel 1609, si pagarono 30 baiocchi al tamburino Domenico di Giacomo
per aver suonato il tamburo in occasione della venuta del conte Cesare
Bentivogli, tribuno della milizia, e del capitano Alessandro Castaldi
venuti a consegnare le armi per la neo-costituita milizia popolare.
Erano stati acquistati 20 moschetti, 20 archibugi, 40 flaschettis
per le polveri, 20 conchettis e 24 para formarum al costo complessivo
di 140 scudi.
Nel 1612, fu redatto il nuovo catasto agrario, per una più
valida e corretta riscossione delle tasse, dall'agrimensore Giovanni
Battista Palmesciano, e completato successivamente da Tommaso Bindi.
Nell'anno successivo si inviarono 60 soldati al castello della Rancia
schierati in picchetto d'onore al passaggio del granduca di Toscana
Cosimo II in visita verso Loreto, con una spesa di otto fiorini per
il pane e il vino, concessi loro come viatico. Uguale solenne cerimonia
si era svolta per salutare la visita dei principi di Savoia in visita
ufficiale nello Stato pontificio.
Le confraternite
In questo periodo operarono in campo sociale e religioso alcune
confraternite: del santissimo Sacramento (con i priori capitano Achille
Saracino, Alessandro di Pietro e Catervo di Marco); della Madonna
della Misericordia (con i priori Tommaso Tidei e Domenico di Giovanni
Blasi); del Suffragio dedita alla cura delle anime dei defunti; quella
di san Giovanni, alla quale vengono condonate alcuni censi, sempre
con l'approvazione degli organi superiori; ed, infine, la compagnia
del santissimo Rosario (con il priore capitano Foglietti).
Deliberazioni comunali
per opere pubbliche e calamità sanitarie
Nel 1615 il sindaco Febo Buccalazio spese 155 fiorini per rifare
il ponte di legno sull'Entogge. Il 30 marzo del 1616 furono concessi
dal camerlengo Giovanni Cappone al priore del convento del santissimo
Crocifisso sei fiorini come contributo concesso dal consiglio per
un capitolo provinciale tenuto dai francescani. Nel maggio 1626 si
aderì al Monte del Sale costituito a livello provinciale con
i fondi di diversi comuni: Sanseverino con 1750 scudi, Osimo con 1300,
Montolmo con 1400, con Tolentino 1700, Montegiorgio con 404, con Urbisaglia
con 625, Sarnano con 1510, Montecassiano con 650, e Santelpidio con
1170. Frattanto due lettere di Tolentino invitarono il comune a non
molestare alcuni coloni di Canalecchio per la riscossione dei pedaggi
e per l'obbligo di macinare il grano nel molino. Si ponevano così
le premesse per una lite giudiziaria su questo territorio, che Tolentino
pretendeva sotto il suo controllo. Nel 1630 si profilò all'orizzonte
il contagio della peste e così vennero messe delle guardie
al controllo delle porte. La porta Entogge restava aperta due ore
alla mattina e due alla sera, mentre Porta Fiastra era continuamente
controllata durante il giorno, e veniva aperta solo alla mattina,
prima dell'alba, per consentire agli abitanti meno abbienti di portarsi
a Macerata per smerciare le fascine. Le fascine era una componente
importante nella povera economia domestica, poiché fornivano
la fiamma viva per cucinare i cibi delle famiglie, Mentre il carbone,
la carbonella, era un bene di consumo utilizzato dai benestanti.
Furono, poi, ricomposte alcune controversie di confine con Loro Piceno,
Colmurano e Tolentino, nelle quali Urbisaglia vide ridursi spesso
il suo territorio. Più volte fu aggiornato e rifatto il catasto
per permettere una più giusta tassazione dei terreni e per
comprendervi gli appezzamenti contestati dai comuni limitrofi.
I cardinali protettori
della comunità
Come in ogni altro comune, si nominò in caso di bisogno il
Protettore della Comunità per le cause presentate a Roma nella
persona di diversi cardinali: Giovanni Evangelista Pallotta (1548-1620),
il nipote Giambattista Pallotta (1594-1668), Giovanni Battista Rubini
(1637-1702), Raniero Marescotti (1629-1726) e Pietro Ottoboni (1667-1740).
I primi due sono originari di Caldarola mentre il cardinale Rubini
era un patrizio veneziano che aveva iniziato i primi passi nell'amministrazione
ecclesiastica nella Marca; nipote di Alessandro VIII era stato nominato
segretario di Stato e Legato ad Urbino. Raniero Marescotti, di nobile
famiglia romana espletò varie nunziature negli stati di Polonia
e di Spagna; divenne vescovo di Tivoli e segretario di Stato. Pietro
Ottoboni veneziano, nipote di Alessandro VIII, divenne a 22 anni cardinale
di san Lorenzo in Damaso, legato in Avignone; cultore delle arti e
la sua biblioteca competeva con la Vaticana per la ricchezza dei tomi
di autori classici.
Allargamento della
nobiltà cittadina per dare lustro al paese
Nel 1640 venne fatta una richiesta a Roma per poter costringere i
proprietari di alcune case diroccate e in rovina presso porta Fiastra
a riedificarle. In questo periodo vennero eletti cittadini di Urbisaglia
diversi patrizi appartenenti alla nobiltà maceratese come i
Crescimbeni, i Lauri, gli Illuminati, i Compagnoni, ecc. Questa operazione
era un modo per dare più lustro al paese e renderlo finanziariamente
più solido; infatti resta la testimonianza che a Pompeo Compagnoni,
autore della Regia Picena, vennero restituiti 17 scudi e baiocchi
50 per gli interessi maturati su un censo da lui prestato alla Comunità.
Nel 1644 vennero concesse 20 giornate lavorative di cittadini di Urbisaglia
al gesuita padre Martino, rettore di Fiastra, per edificare un ponte
provvisorio sul Chienti, consentendone il transito a chiunque.
La mancanza di risorse finanziarie era cronica per il comune tanto
che i priori trovarono enormi difficoltà a reperire i fondi
da versare a Roma per la tassa di tre scudi pro capite imposta dal
papa Urbano VIII, attraverso il tesoriere della Marca a causa della
guerra di Castro contro il duca di Parma. Nell'anno successivo si
imposero nuovi balzelli per la tassa derivata dal sostentamento e
dalla presenza di soldati stranieri acquartierati in Provincia.
Nel 1650 i priori di Urbisaglia protestarono presso la sacra Consulta
per l'arresto del loro podestà eseguito da alcuni sbirri di
Macerata per una causa civile, che pendeva a suo carico. Inoltre inviarono
la somma di scudi 5 e baiocchi 10 a Roma al Carfagna, segretario di
monsignor Mancini, per ricognizione delle cause territoriali, che
il comune sosteneva contro Tolentino. Si concedettero gratis diversi
lotti all'interno delle mura per edificare case ad alcuni possidenti
dei paesi limitrofi sia per incrementare le persone tassabili sia
per ammodernare l'edilizia residenziale del paese.
Nel 1667 vennero arruolati nella Marca 700 soldati per la guerra di
Venezia contro i Turchi, e la comunità fu obbligata a contribuire;
mentre si sospese il commercio e i bandi delle fiere per la presenza
di nocivi focolai di peste. Inoltre, il comune ottenne la licenza
di emettere una richiesta di colletta ai concittadini, destinata a
restaurare le condotti delle fontane pubbliche.
Nel 1671 iniziò un'annosa lite davanti alla Congregazione del
Buon Governo per aver Tolentino e Colmurano effettuato alcune usurpazioni
di terreni e selve appartenenti da sempre ad Urbisaglia. La causa
si protrasse per molti anni con effetti deleteri nelle già
esauste finanze comunali a causa delle enormi spese legali da sostenere.
Nell'anno successivo venne in visita ufficiale alla comunità
il cardinale Corsi.
Il 17 giugno 1686, da Roma i cardinale Cybo ordinò al comune
di costringere coloro tra i più giovani, che praticavano la
carriera militare, ad esercitare le cariche pubbliche, ricoprendo
l'ufficio di consiglieri, lasciando esente il terzo dei più
anziani; e di obbligare i benestanti, immessi nel bossolo, di assumere
l'incarico di camerlengo.
Nel 1691 vennero restaurate le mura castellane e porta Entogge, le
quali minacciavano di crollare; si assunse la gestione diretta della
tassa sul macinato ed si intentò una lunga causa, insieme Tolentino,
contro i gesuiti dell'abbadia di Fiastra per costringerli a pagare
le collette e le altre gabelle. Questa lite terminò nel 1718
con Urbisaglia che acquisisce solo un terzo del territorio dell'Abbadia,
mentre il resto andrà a Tolentino poiché aveva sostenuto
il maggiore onere delle spese giudiziarie. Altra conseguenza deleteria
di questa causa fu che la chiesa dell'abbazia di Fiastra con gli edifici
annessi venne stralciata dal territorio di Urbisaglia, alla quale
storicamente era sempre appartenuta. Mentre si perdurava la causa
per il possesso dei territori delle contrade di Canalecchio e Rocchetta,
si giunse nel 1696 ad una concordia riguardante i contestati confini
lungo torrente Entogge e presso l'abbazia di Fiastra.
Fin dal 1692 Urbisaglia era soggetta al Governatore Provinciae Marchiae,
che sommava all'autorità amministrativa e giudiziaria anche
quella di polizia per il mantenimento dell'ordine pubblico.
Incremento edilizio
del paese
Lo sviluppo della popolazione richiedeva nuove strutture abitative
e ad ornamento del paese si concedettero gratuitamente alcune aeree
fabbricabili sopra le mura castellane con l'obbligo della manutenzione
perpetua delle stesse. Poiché si era reso inabitabile il palazzo
del podestà, si decise di acquistare una piccola casa vicina
per ristrutturarlo ed ampliarlo. Inoltre, non si potevano celebrare
i consigli per la disaffezione dei consiglieri eletti a parteciparvi,
venne ordinato dalle autorità superiori di ridurre il numero
complessivo dei consiglieri a 21 nel primo consiglio utile modificando
lo statuto comunale.
Il 17 luglio 1702, venne in visita il governatore Sinibaldo Doria,
proveniente da Sanginesio che sostò all'Abbadia anche i giorno
dopo, accolto con tutti gli onori del caso.
Nel 1703, mentre i magistrati e i cittadini assistevano alla messa
solenne, celebrata nella chiesa principale di san Lorenzo, avvenne
una scossa di terremoto che lasciò Urbisaglia completamente
indenne e i suoi abitanti incolumi, ma procurò molti danni
a Camerino distruggendovi molti edifici pubblici e privati danneggiando
gravemente il duomo. Dal consiglio comunale fu deliberato di celebrare
il giorno della Purificazione della beata Vergine, a memoria dell'evento
ritenuto miracoloso, e di rinnovare i tradizionali pellegrinaggi alla
santa Casa di Loreto e a san Nicola di Tolentino per tenere lontani
i terremoti da questa terra.
Il 24 settembre 1706, il governatore della provincia Albergotti abrogò
alle comunità soggette la Tassa per la Marina (pagata per provvedere
alla difesa della costa in presenza di pericolose navi corsare turche),
devolvendola al rifacimento della Flaminia, agevolando così
i traffici con la capitale.
Si incrementa il
commercio locale tra i rumori di guerra
Pian piano si sviluppò il commercio e le famiglie uscirono
da una economia di autosufficienza; infatti nel 1707 tal Catervo Nicola
Venanzetti aprì una bottega di pizzicagnolo con il permesso
del comune e a prezzi controllati. Ma la tranquilla vita paesana era
sovente turbata da avvenimenti esterni: nel 1708 il Papa ordinò
di scegliere un soldato ogni cento anime da inviare a Faenza per la
guerra, che vi era scoppiata. Nessuno dei Consiglieri comunali voleva
assumersi la responsabilità di un officio così odioso
e fu deciso una estrazione a sorte tra gli idonei nella condizione
di non dover sostenere una famiglia: su dieci estratti tre portarono
la giustificazioni per presunta malattia o altro, cosicché
dovettero essere di nuovo rimpiazzati. Al loro comando venne nominato
come caporale Domenico Rita.
Nel 1719, il rettore del Collegio romano, Girolamo Febei, incaricò
Francesco Galizia di Urbisaglia di eseguire le piante delle possessioni
dell'abbazia di Fiastra, il famoso Cabreo che ancora vi si conserva.
Francesco Galizia era un agrimensore, che raggiunse una certa notorietà
nello Stato della Chiesa, tanto che è anche l'autore del Cabreo
di Montelabate (Perugia), inerente le proprietà dell'abbazia
di santa Maria di Valdiponte, realizzato nel 1717 su commissione del
cardinale Ottoboni, che ricoprì la carica di cardinale protettore
di Urbisaglia.
Anche il comune, in una ritrovata capacità di investimenti,
cercava di ammodernare il suo patrimonio edilizio; il 29 agosto del
1724, sotto la podesteria di Innocenzo Angelini di Montegiorgio, fu
stipulato il contratto di acquisto del palazzo priorale, posto vicino
alla pubblica piazza, di proprietà di Antonio Angelucci di
Macerata per una spesa di 230 scudi presi a prestito dalla compagnia
del Suffragio di Macerata: una grande casa dal cielo fino a terra,
con nuova fabbrica annessa, cortile, canali, murata e grotta in quartiere
Guardacinque. Il venditore si impegnava, inoltre, a donare al comune
una stara murata con la trave e due cassapanche in cambio della cancellazione
di un suo vecchio debito con la comunità.
Nel 1726 si consegnò la nuova insegna (bandiera) alla ricostruita
milizia cittadina, e alcuni soldati a cavallo, che si erano iscritti
alla milizia di Tolentino - cosa vietata da tutte le norme dello statuto
comunale- furono condannati alla privazione di tutti i privilegi militari.
Nuovo Statuto comunale
Anche le norme per una convivenza più civile andavano
riviste così, nel 1740, si decise di emanare un nuovo Statuto
della Terra incaricando il capitano Francesco Castellani, il dottore
Antonio Nicola Piccinini e don Sante Giammaria; così si abbandonarono
gli statuti di Tolentino per assumere quelli di Montemilone (Pollenza).
Ma le cose andarono un po' per le lunghe, come risulta dalla lettera
scritta nel 1754 al cardinale Bondino. Infatti venne adottato il 22
novembre 1757 con numerose modifiche nelle varie rubriche, elencate
alla fine dello stesso Statuto. Era diviso in cinque libri riguardanti
gli usi religiosi, la nomina del podestà, le elezioni dei priori
e del consiglio e le disposizioni civili e penali.
Nomina del nuovo
cardinale protettore
Per la morte del cardinale Ottoboni fu eletto come cardinale
protettore Alessandro Albani (1692-1779) che, accettò la carica
il 29 giugno 1740. Apparteneva ad una nobile famiglia di Urbino e
era nipote di papa Clemente XI: si distinse per la sua vasta cultura
e come cardinale anziano incoronò vari pontefici.
Continuava, intanto, un progressivo e lento sviluppo edilizio interno
alle mura castellane con la concessione gratuita ai cittadini di alcuni
siti per la edificazione di nuove abitazioni. Si era venduto a don
Giuseppe Cozzi l'orto del Melograno, appartenente al comunità,
per farci edificare la sua nuova abitazione. Ma poiché non
l'aveva ancora iniziata, si decise in consiglio di affittarlo al miglior
offerente. Il ricorso di don Giuseppe Cozzi ottenne che si stilasse
immediatamente l'atto di vendita.
Costosi passaggi
di truppe
Ma eventi nazionali continuavano a rompere la tranquillità
del paese: negli anni dal 1743 al 1746 transitarono continuamente
nelle nostre contrade truppe spagnole ed austriache, che si recavano
alla volta di Napoli, aggravando l'economia comunale per le spese
di trasporto di soldati e vettovaglie, per l'acquisto di alimenti
e foraggi. La spesa del comune raggiunse in totale circa 1436 scudi,
costringendo la Comunità ad un prestito con i Monti di Roma,
dopo aver presentato a garanzia tutti gli introiti dei proventi fiscali
della Comunità. Contemporaneamente venne demolita la vecchia
osteria collocata fuori del paese ed utilizzata per il ricovero delle
persone e degli animali sottoposti a requisizione per reati del danno
dato, e venne ricostruita al suo interno delle mura castellane.
Testimonianza di
due fornaci per mattoni
Nel 1746 risulta una fornace in contrada Entogge, presso la strada
per Tolentino, di proprietà di Francesco Mancini, probabilmente
è la stessa che venne utilizzata dai Bandini per cuocere i
mattoni utilizzati nella costruzione del loro palazzo. Un'altra era
in funzione per i frati francescani in contrada Armanciano, infatti
nel 1752 il priore del convento del santissimo Crocifisso Apollonio
Achilli denunciò la scomparsa e il furto di diversi mattoni.
Invasione delle
cavallette
A mettere in ginocchio l'economia comunale non fu sufficiente
l'alto costo pagato per il passaggio delle truppe straniere, ma sopraggiunse
una calamitosa invasione di cavallette (grilli o saltarelli come venivano
chiamati nella discussione del consiglio), che provocò una
crisi alimentare nell'intera Provincia. L'unica soluzione architettata
fu la proposta di andare nelle campagne a caccia di cavallette utilizzando
lenzuoli distesi per catturarle e il comune pagò un baiocco
per ogni libra di cavallette uccise. Per far fronte alle nuove difficoltà
si istituì una tassa sugli affitti delle abitazioni in ragione
di un paolo per ogni scudo di pigione.
Opere pubbliche
Nel 1751 il comune fu obbligato da monsignor Caucci, commissario
apostolico, alla costruzione di cinque ponti roversi lungo la valle
del Fiastra, mentre nel 1755 fu costruito dalle Comunità di
Urbisaglia e Colmurano un ponte roverso sul fosso Armanciano al confine
tra i due territori. Il 9 febbraio, fu emessa una sentenza, contraria
ad Urbisaglia e favorevole a Tolentino, su Canalecchio da monsignor
Conti, segretario della causa nella Congregazione del Buon Governo.
L'orologio pubblico venne dotato della campana scoccante i quarti
d'ora, fusa da Giuseppe Pagamiccio, orologiaio in Macerata. Anche
il podestà richiese una campana per il suo servizio nella torretta
del palazzo preturale, visto che la sua era stata utilizzata per suonare
le ore nell'orologio: così il 20 agosto 1760 il muratore Angelo
Nisi collocò la nuova campana per la spesa complessiva di scudi
23,60.
Contemporaneamente si senti l'esigenza di preservare meglio le scritture
pubbliche dell'archivio comunale cercando un locale idoneo e dotandolo
di casse di legno per la conservazione delle carte già ridotte
in pessimo stato. La ricerca di una soluzione si protrasse per molti
anni fino alla edificazione di un nuovo archivio comunale dopo aver
subito la minaccia di una pesante multa del Commissario pontificio
agli archivi. Inoltre, si ebbe uno sviluppo edilizio con la costruzione
di nuove case che andavano ad occupare il percorso delle guardie presso
le mura castellane e le stesse: a Francesco Castellani fu concesso
di costruire sopra alle mura come a Rampichini Nicola, mentre a Nicola
Miliozzi venne concesso il torrione presso la chiesa del Suffragio
con l'obbligo di mantenerlo in perpetuo e di pagare un canone annuo
di 15 baiocchi.
Nel 1763 venne dichiarato, a pieni voti, cooprotettore del paese san
Pio V, che aveva decretato la libertà di Urbisaglia da Tolentino,
e di festeggiarlo durante il suo giorno festivo, nella chiesa di san
Giorgio con un ufficio di 10 messe alla presenza della magistratura
pro tempore.
Favorevole conclusione
della lite con Tolentino per Canalecchio e Rocchetta
Nell'anno successivo si istituì una ronda notturna della
milizia, composta di due soldati e due ausiliari, onde evitare i furti
e problemi di ordine pubblico. Tutto questo era determinato da una
carenza alimentare che aveva colpito il territorio regionale, tanto
da spingere i priori ad un indebitamento eccessivo per le casse comunali
onde potervi far fronte. Nello stesso tempo si ottenne la sentenza
definitiva favorevole per la causa che la comunità aveva in
giudicato con Tolentino per la tenuta di Canalecchio e della Rocchetta.
Si era protratta per quasi un trentennio essendo stata proposta per
dieci volte in Congregazione del Buon Governo, per sei volte in piena
Segnatura e per quattro volte in Sacra Rota. La prova decisiva risultò
essere un contratto del 1541 con il quale Urbisaglia concedeva a Petriolo
la licenza di captare l'acqua del Fiastra per il suo molino in cambio
di un canone di affitto pagato in natura con un paio di capponi, probabilmente
da regalare al predicatore nominato per la Quaresima. Questo testimoniava
che Urbisaglia confinava con Tolentino, e se si fossero affidate a
Tolentino le due contrade contese, questo non sarebbe più stato
possibile;
Nel 1769 si crearono dissapori tra il comune e il pievano della pieve
di san Lorenzo, don Pasquale Brunacci, nella gestione delle proprietà
della chiesa e l'amministrazione dei sacramenti per la comunità.
I Bandini divennero
enfiteuti dell'abbazia di Fiastra
Nel 1774 il marchese Alessandro Bandini Collaterali divenne enfiteuta
perpetuo dell'abbazia di Fiastra con diversi atti notarili stilati
nei mesi di marzo e aprile da parte di don Silvestro Mariotti, segretario
e cancelliere della reverenda Camera Apostolica. Subito scoppiò
una lite tra il Comune di Urbisaglia e il marchese Bandini, per la
sua pretesa di gestire l'ordine pubblico nelle fiere all'Abbadia di
Fiastra e di nominare un giudice privato per la gestione giudiziaria
sopra quel territorio. Nel 1776 vi fu una protesta contro i salnitrari
che avevano arbitrariamente requisito le granelle e gli scorpicci
dell'uva ad alcuni contadini, che li usavano come mangime dei polli
e galline.
Gli Scavi pontifici
nell'antica Urbs Salvia
Vennero, inoltre, effettuati i primi scavi scientifici intorno ai
ruderi che affioravano all'interno della città romana, presso
l'anfiteatro e un tempio da identificarsi quasi sicuramente con quello
della dea Salus e il criptoportico, per ordine del papa Pio VI (1717-1799)
sotto la direzione dell'archeologo Venceslao Pezzolli, nel corso dei
quali si ritrovarono alcune statue: lo pseudo Ganimede e il Satiro
in riposo, ora esposti nei Musei Vaticani. Mentre un torso mancante
di testa, braccia e piedi descritto come un Narciso andò perso
nei meandri dello stesso museo, come altro materiale in monete, medaglie,
lucerne in bronzo, fibule, colonnine in marmo e quantaltro divenute
irreperibili. Il marchese Bandini proseguì gli scavi presso
l'orto della chiesa del Convento e rinvenne altre statue che furono
trasferite per arredare la sua villa di Lanciano a Castelraimondo.
Inoltre, Giuseppe Nisi, che seguiva gli scavi del marchese Bandini,
denunciò un furto nel Carciofolo (teatro romano) di otto pezzi
di pietra in tufo e in marmo lavorati. Altri pezzi archeologici furono
donati ad Annibale degli Abbati Olivieri, intellettuale originario
di Pesaro, e sono conservati ancora oggi nel museo che porta il suo
nome: una testina marmorea di fanciulla, un torso marmoreo di un giovanetto
con clamide, un amorino dormiente, oltre a diverse lapidi e un bollo
in laterizio.
Nomina del nuovo
cardinale protettore e lite con i Bandini per la fiera di Fiastra
Nel 1779 venne nominato protettore della comunità il cardinale
Gianfrancesco Albani (1720-1803). Creato cardinale nel 1747, vescovo
di Ostia e Velletri, quindi Arciprete di santa Maria maggiore e decano
del Sacro Collegio, in questa veste, concorse all'annuncio della nomina
di numerosi papi.
I rapporti tra il comune e i Bandini non erano di certo rosei, tanto
che il marchese Melchiorre Bandini scacciò i consoli della
fiera di san Bernardo il 20 agosto 1781, circondando gli sbirri con
persone armate e solo per la moderazione dei consoli della fiera di
Urbisaglia non avvenne una tragedia; mentre il marchese Alessandro,
padre di Melchiorre, non versava alla Comunità i grani stabiliti
per le collette. In quell'anno fu concesso ad un privato, Antonio
Ciarambelloni, il permesso di poter costruire a sue spese un pezzo
di fogna in contrada di Porta di Fiastra. L'anno successivo veniva
edificato il ponte in muratura sull'Entogge da Giuseppe Brunori. In
questo periodo si creano problemi per il vallato del molino, al quale
le piene del Fiastra avevano eroso le rive. Si pensò subito
ad un progetto di cambiare l'alveo del fiume, ma l'alto costo dell'operazione
fece propendere per un rafforzamento di ambedue i versanti con palizzate
e contrafforti.
Atti e avvenimenti
verso la fine del secolo XVIII
Nel 1786 si aderì alla iniziativa pubblicistica dell'abate
Giuseppe Colucci, che iniziava a stampare i tomi delle Antichità
Picene. Inoltre, il pubblico bajulo Giuseppe Matricardi denunciò
Paolo Catini che con mazza e scalpello stava a cavallo delle mura
romane presso l'edicola di san Cristoforo, a recuperare i mattoni
per costruirsi una casa senza il consenso della Comunità, che
ha il pieno e diretto dominio sopra le mura castellane, tanto vero
che anni addietro li cittadini adunati in consiglio non vollero permettere
ai padri del convento SS. Crocifisso che si appropriassero li materiali
d'un pezzo di mura castellane, che era caduto a terra dalle parti
verso il convento suddetto. Viene multato per 35 baiocchi, dopo che
la perizia del muratore Fabio Brunori aveva appurato che i mattoni
erano serviti per costruire una stanza nella casa del Catini in contrada
Massicciole.
Ma le preoccupazioni maggiori furono per la ricomparsa delle locuste,
che invadevano il nostro territorio e per un'epidemia di bovini che
imperversava dovunque. Venne costituita una pubblica congregazione
alla sanità per coordinare tutte le iniziative atte a tenere
lontano il contagio e per informare i contadini sulle prescrizioni
sanitarie. Questa epidemia incise nelle casse comunali per 115 scudi
utilizzati per pagare i soldati messi a guardia della marina a causa
del male contagioso. In questo frangente venne fatta una spesa curiosa
e sicuramente dettata dalla superstizione: baiocchi 5 ad una donna,
che andò a trovare mentuccia ed altre erbe odorose, e le portò
nella Badia di Fiastra al signor marchese Bandini per fare l'aceto
dei sette ladri per preservativo di detti animali.
Si concluse infine la lite con Colmurano per le selve Basse con un'accordo
sulla divisione proposto dal moderatore Giovanni Battista Salvucci,
podestà originario di Monte Falcone. Nella concordia stipulata
da Luciano Piccinini e Ansovino Picca, rispettivamente segretari comunali
delle due comunità, spettarono ad Urbisaglia modioli 62 e canne
33, a Colmurano modioli 37 e canne 40, mentre il vallone delli Frisculi,
dette anche selve Alte, spettò completamente ad Urbisaglia.
Contemporaneamente ci si preoccupò di ricostruire il palazzo
priorale e quello preturale che minacciavano rovina; l'impresa non
fu facile per le esigue casse comunali, e preoccupò i consiglieri
per diversi anni nella affannosa ricerca di obbligati risparmi. Fortuna
volle che il comune fosse risarcito delle spese fatte per acquartierare
le truppe straniere fin dal 1742, ricevendo la somma di 1435 scudi.
Quindi vi fu un'ordinanza della Sacra Congregazione del Buon Governo
per il ripristino del vecchio carcere ceduto per comodità al
macellaio, poiché il nuovo era collocato in uno stabile insalubre.
Le proprietà comunali, come risultano da inventari coevi, erano
composte da due palazzi priorali ed uno preturale, due forni, l'orto
degli amori (i gelsi), il molino a grano, il campo della chiusa, il
terreno del molino vecchio, il terreno detto il Borgo, il pascolo
intorno le mura, le coste di san Biagio, la chiesa e i terreni della
Maestà, il Perlice (l'Anfiteatro), il Carciofolo (il teatro
romano), un terreno nella contrada di Pezzalunga, le selve Basse,
Alte e Reguardate. Come i due monumenti romani siano poi divenuti
di proprietà di privati non è stato possibile appurare
nella documentazione comunale.
Nel 1788 si aggregò alla cittadinanza la nobile famiglia degli
Antici di Recanati, poiché si era diffusa la voce di una possibile
nomina di Tommaso Antici a cardinale; cosa che di lì a breve
avvenne. Il consiglio stabilì, allora, di fargli dono di cento
scudi affinché si fosse interessato alle cause che il comune
sosteneva per le questioni territoriali con i comuni vicini.
L'anno successivo ci fu un tentativo da parte della Sacra Consulta
di aggregare le due parrocchie esistenti nel paese, ma la pronta reazione
della popolazione e delle autorità scongiurò quello
che veniva paventato come un pericolo.
Nel 1790 si diede l'incarico all'architetto Pietro Belli per l'edificazione
dei palazzi preturale e priorale. Poiché il progetto presentato
aveva un costo troppo elevato, si optò per l'incarico all'architetto
Giacomo Cantoni di Tolentino che ridusse la spesa da scudi 3.525 a
2.659, salvando inoltre la casetta dove era il canale per pigiare
l'uva. Si acquistarono, inoltre, manette, maniglie, lucchetto e chiavette
per il carcere, poiché un detenuto le aveva rotto durante una
evasione nel 1794.
Negli ultimi decenni del Settecento, dopo le crisi produttive degli
anni cinquanta e sessanta, si era assistito ad una ripresa positiva.
Alti prezzi, incette cerealicole, difficoltà di rispondere
alle necessità annonarie cittadine, mancanza di moneta con
gravi conseguenze per le categorie artigianali: questi i problemi
che ricorrono spesso nella documentazione di fine secolo. Le stesse
carestie erano in taluni casi artificiali e speculative per far lievitare
il prezzo del grano a livello locale. Questa situazione provocò
sovente un risentito malcontento popolare, che sfociò talvolta
in aperte rivolte.
Verso uno sviluppo
mercantile delle Marche
Il processo di mercantilizzazione della vita economica regionale
ebbe il suo avvio con l'istituzione del porto franco di Ancona nel
1732, fino alla crescita esponenziale della fiera di Senigallia alla
metà del secolo, per la riforma dei governi pontifici - da
Benedetto XIV a Pio VI - per le innovazioni nella redazione dei catasti
urbani e rurali, e per l'ammodernamento doganale, che come altri stati
italiani costituirono uno stimolo propulsivo alla liberazione dei
mercati e alla formazione di ceti borghesi cittadini, desiderosi di
conquistarsi uno spazio non solo economico, ma anche politico. La
ripresa economica ebbe caratteri contraddittori: pur in presenza di
un aumento di produttività agricola, sovente con il drenaggio
del grano verso i centri mercantili, si favorirono la speculazione
commerciale con l'incetta dei beni di prima necessità.
Inoltre lo Stato della Chiesa, considerato nella sua estrinseca costituzione,
nell'insieme del suo governo e della sua amministrazione, soprattutto
per il connubio del temporale con lo spirituale, era uno stato sui
generis, che presentava singolarità tali che finivano spesso
in una vera e propria confusione di poteri, di diritti e di giurisdizione,
considerando che le sue province, le sue città e i suoi comuni
avevano un aspetto di gestione multiforme.
La Rivoluzione Francese
Gli effetti innovativi della rivoluzione francese raggiunsero
ben presto anche Urbisaglia. I Francesi vi entrarono il 28 febbraio
1797, dopo che i priori avevano fatto velocemente scomparire gli stemmi
pontifici esposti fuori dalle porte urbiche. Il loro arrivo non determinò
solo manifestazioni di giubilo dei pochi liberali marchigiani, ma
tutta una serie di manifestazioni strepitose e miracolose diffuse
in tutta la regione. A Sanginesio, nel luglio 1797, furono visti muovere
gli occhi dell'immagine della Vergine della Misericordia: un episodio
confermato da numerose testimonianze oculari. Inoltre a San Liberato
un simulacro del santo omonimo fu visto sudare copiosamente; il comune
si rivolse all'autorità ecclesiastica di Camerino, che ordinò
una verifica formale dell'evento. Questo risveglio religioso e miracolistico
ebbe l'apporto incondizionato dei frati predicatori quaresimali, che
battevano tutta la regione suscitando la commozione popolare e facendo
leva sui loro sentimenti religiosi. Questo fervore religioso fece
scoppiare rivolte anche sanguinose in diversi comuni, come quella
di Morrovalle del 17 febbraio, dove fu inviato Sigismodo Bandini,
comandante della guardia civica di Macerata, per sedarla. Altri episodi
del genere accaddero a Montolmo e a Caldarola, soprattutto questa
fu al centro di episodi di Insorgenza Marchigiana contro i Francesi.
La repubblica romana
Dopo il trattato di Tolentino (19 febbraio 1797), che riconosce
l'annessione alla Francia di Avignone e cede i territori emiliani
delle Legazioni, fu proclamata la repubblica in Ancona, cui fecero
seguito Pesaro, Fano, Senigallia e Ascoli, aggregate poi nella Repubblica
Romana (1798-1799). Nei giorni di permanenza a Tolentino dei plenipotenziari
la municipalità del luogo colse l'occasione di presentare una
petizione tendente ad assoggettare alla medesima quelle di Treja,
Montemilone, Belforte, Caldarola, San Ginesio e Urbisaglia, oltre
il feudo di Colmurano già soggetto, per divenire una provincia
della Repubblica romana. Un esempio del fatto che ogni novità
era considerata l'occasione per dare corpo a mai sedate spinte municipalistiche
e a mire territoriali. Ma la proposta fu sdegnosamente respinta. Invece,
l'allora generale francese, Napoleone Bonaparte emanò un editto
per regolamentare l'organizzazione civile dei comuni, e venne costituita
una Municipalità di cinque persone per reggere le sorti delle
comunità. In Urbisaglia furono eletti come presidente, detto
poi edile, Angelo Castellani, come consiglieri Luigi Antonio Castellani,
Domenico Cecchi, Domenico Nisi e Filippo Ventura, come segretario
Luciano Piccinini e come cancelliere civile Filippo Antonio Savini;
mentre si costituì il corpo della Guardia civile con circa
cinquanta effettivi. In tempi di veloce cambiamenti gli uomini che
reggevano le sorti dei piccoli comuni cambiavano prontamente per restare
in sella e conservare nelle proprie mani il potere sulle comunità
locali.
Il giorno 11 marzo 1798 fu inviato a Roma Pio Buccolini per testimoniare
il nuovo ordine instaurato ad Urbisaglia ed aderire alle feste per
la celebrazione della Confederazione della Repubblica Romana, che
comprendeva il Lazio, l'Umbria e le Marche. Quest'ultima venne divisa
in tre dipartimenti: del Metauro, del Musone e del Tronto.
L'insorgenza marchigiana
La repubblica non ebbe lunga vita, e fu abbattuta da un'alleanza
di austriaci, russi e turchi con il contributo di una violenta ribellione
popolare e rurale, che riuscì a cacciare i Francesi dalle Marche
nonostante la partecipazione di numerosi patrioti fedeli all'ideale
di libertà. Ancona cadde nelle loro mani il 13 novembre. Il
5 luglio 1799, ci fu il sacco di Macerata da parte dei Francesi, poiché
la città non si volle arrendere alle loro pretese. A Belforte,
il 7 luglio, Francesi con gli alleati Jesini sostennero un assedio
contro gli insorti capitanati dal brigadiere Giuseppe Vanni e coadiuvati
dal generale De La Hoz. L'insorgenza riuscì a penetrare nella
città e la mise a ferro e fuoco. Giuseppe Vanni, originario
di Caldarola, raggiunse una discreta fama come avversario dei Francesi,
e sovente viene citato nei dispacci della pubblica sicurezza di Tolentino
inviati ad Urbisaglia per segnalare la sua presenza nella zona e per
ricercare i numerosi renitenti alla leva militare. Fu questo un problema
che influenzò non poco gli anni avvenire. La necessità
dei Francesi di avere sempre truppe fresche da opporre a numerosi
avversari, portò le autorità civili a conflitti insanabili
con la propria coscienza e con i cittadini chiamati alle armi, o i
cui figli venivano coscritti. Numerosi si rifugiarono in altri paesi
vicini facendo perdere le proprie tracce, poiché l'anagrafe
civile era solo agli inizi e assolutamente incapace di controllare
la popolazione residente.
Così Urbisaglia il 30 luglio era già ritornata sotto
il Governo Pontificio. Furono eletti a reggere il comune Giuseppe
Farroni, Nicola Cipriani e Filippo Ventura; mentre Francesco Brunelli,
Domenico Nisi e Paolo di Marco si recarono a Macerata a prestare atto
di sottomissione alle truppe e ai sovrani alleati del Papa. I francesi
riuscirono a ritornare poco dopo.
Nel 1800 si inaugurò solennemente l'attuale chiesa di san Lorenzo,
iniziata un decennio prima, poiché la precedente era troppo
angusta per contenere i fedeli e lo stabile versava in pessime condizioni
edilizie.
Ritorno dei francesi
e nascita della repubblica italiana
La Repubblica Italiana succedette alla Cisalpina e fu proclamata
dalla Consulta di Lione nell'adunanza del 26 gennaio 1802; ivi Napoleone
fu nominato presidente, e suo vicario divenne Francesco Riario. Il
Regno d'Italia, erede della Repubblica, fu acclamato il 17 marzo 1805,
come conseguenza naturale della trasformazione imperiale della Francia.
Napoleone cinse la corona regia a Milano il 26 maggio e nominò
viceré d'Italia il figliastro Eugenio Beauharnais. Le Marche
furono tolte alla Chiesa così Urbisaglia fece parte del dipartimento
del Musone, terzo distretto e primo cantone di Tolentino. Ma fu un
fuoco di paglia, anche se lasciò una traccia profonda nella
vita civile con l'istituzione dell'anagrafe e la costruzione del cimitero
all'Entogge.
Nel dicembre del 1804 il podestà, su ordine superiore, decise:
di doversi tenere aperta una sola porta di questo paese, nella quale
dovrà stare una guardia armata di due uomini nel giorno e nella
notte, chiudendosi ancora nella notte, e che si metta inoltre qualche
altra guardia, che ispezioni la campagna affinché non si introduca
gente sospetta del morbo contagioso.
Nell'anno successivo il comune decide di vendere a Nicola Brunelli
la sua vecchia proprietà del Borgo, situata presso le attuale
case popolari. Questa zona sin dal duecento era vocata a strutturarsi
come nucleo di povere abitazioni addossate alle mura castellane, dove
risiedevano di solito contadini giornalieri e artigiani poverissimi,
insieme a zingari e a persone senza fissa dimora.
Mentre nel 1808 scoppia ancora un'epidemia bovina e si decise di adunare
gli animali malati, o presunti tali, in una stalla unica sotto il
controllo specifico di un veterinario competente.
Gioacchino Murat
Gioacchino Murat concepì nelle Marche il famoso proclama
di Rimini, e vi pose il quartiere generale delle truppe che dovevano
attuare il suo sogno troppo rapidamente tramontato nella sconfitta
subita alla Rancia (5 maggio 1815). Partirono volontari al seguito
di Napoleone, dopo la fuga dall'isola d'Elba, Francesco Capponi e
Angelo Ricotta.
Il Ritorno
sotto lo Stato pontificio
Restituita al potere pontificio, Urbisaglia, amministrativamente,
apparteneva alla Provincia della Marca, Delegazione di Macerata, Distretto
di San Ginesio e contava complessivamente 1626 abitanti.
Con l'inizio di questo secolo si moltiplicarono le opere pubbliche
realizzate nel paese: il campanile civico, il lavatoio, il palazzo
Brunelli con il suo loggiato, la nuova ala del palazzo comunale adibita
a scuola elementare. Furono anche edificate numerose abitazioni private
modernizzando le vecchie abitazioni e si istallò l'illuminazione
pubblica del corso, allora detto strada grande o strada di mezzo,
con due lumi ad olio accesi ogni sera con un ambito appalto annuale.
Nel 1820 fu richiesta la presenza di un brigadiere e dei carabinieri
pontifici da destinare al controllo lungo la strada Imbrecciata (detta
anche imperiale) da Sarnano e Macerata; contemporaneamente il comune
rinunciò all'acquisto di una macchina per macerare la canapa
e il lino, con la motivazione della bassa produzione di questi prodotti
nelle campagne locali. Nell'anno successivo si acquistarono nuove
suppellettili per la chiesa del cimitero rurale e si commissionò
un affresco al pittore Valerio Quadri di Montegranaro per la cappellina
funeraria, che aveva il tetto a cupola ricoperto da circa 5 quintali
di piombo.
Moti rivoluzionari
del 1831
Ma venti impetuosi si aggiravano per l'Europa. Nei moti rivoluzionari
del 1831 alcuni urbisagliesi (Ermenegildo Nisi, Antonio Brunori, Giusto
Pica, Angelo Moschini, Filippo Rossi e Antonio Farroni), secondo le
informative della polizia pontificia: abbatterono le insegne papaline
e inalberarono il tricolore, recandosi pure a Colmurano per fare l'istesso
e offrendo anche del vino per brindare al nuovo ordine politico. Tra
tutti si distinse Antonio Nisi, che nacque in Urbisaglia il 31 gennaio
1814 da Celestino, medico condotto e raccoglitore benemerito delle
antiche memorie patrie, e da Genoveffa Sarchini, romana. Passò
la sua giovinezza nella città natale: visse a Roma, a Milano
e fu esule a Parigi. Da una lettera autografa del 12 gennaio 1866
diretta da Milano al Sindaco di Urbisaglia sappiamo di lui: Dopo 30
anni di vita politica e militare, trovomi costretto a rinunciare al
domicilio della patria natia, per far parte di quel popolo eminentemente
italiano e forte, com'è il popolo lombardo, col quale combattei
la guerra per l'Indipendenza d'Italia e fui esso compagno leale, amico
nella dolorosa via dell'esilio. Da esule sposò la parigina
Augusta Lefevre dalla quale ebbe due figlie: una nata a Torino nel
1853 e l'altra a Parigi nel 1855. E documentata la sua presenza alle
guerre per l'Indipendenza d'Italia, per le quali poteva fregiarsi
delle medaglie commemorative. Il Nisi è stato di ardenti sentimenti
patriottici, cospiratore politico e amico di Felice Orsini (1819-1858),
Daniele Manin (1804-1857) e Guglielmo Pepe (1783-1855). Da soldato
semplice salì al grado di capitano dell'esercito, poi con Regio
Decreto del 17 aprile 1864 fu nominato Colonnello Ispettore della
Guardia Nazionale della Provincia di Macerata. Fu anche maggiore dei
volontari garibaldino e fido compagno di Giuseppe Garibaldi (1807-1882)
a Mentana dove comandava il XXI battaglione. Morì a Roma il
16 settembre 1873.
Nuova organizzazione
della vita politica e amministrativa del comune
Al ritorno sotto il dominio pontificio, fu abrogata la figura del
podestà, sostituita dal governatore di Tolentino, il quale
con tutti i suoi poteri partecipava ai consigli comunali. Nel 1838
i consiglieri vennero portati a 16, antecedentemente erano stati 24
poi 20; prima del Regno Italico il numero non era stabilito per legge
e partecipavano ai Consigli più di trenta membri. Dal 1840
al '46 venne costruita una nuova ala del palazzo comunale ad uso delle
scuole elementari.
Nel 1842 il comune si abbonò al Dizionario di Erudizione Storico-Ecclesiastico
di Gaetano Moroni al prezzo di baiocchi 80 al volume; l'intera opera
era composta da più di cento libri. Nell'anno successivo venne
costituita per la prima volta la Deputazione agli ornati e spettacoli,
risultando eletti Giuseppe Buccolini e Girolamo Piccinini, che avevano
il compito di esprimere un parere sulle fabbriche di nuove abitazioni
e sulla concessione di licenze per gli spettacoli. Nel 1844 Carlo
Leoni di Francesco costituì una società edile con Domenico
Brunori di Pasquale per portare a termine i lavori della nuova chiesa
di san Giorgio.
I moti del 1848
Nel 1848, mentre il marchese Sigismondo Bandini partecipava alla
guerra contro l'Austria nell'esercito pontificio, come aiutante in
campo del generale Durando, Carlo Cipriani, Domenico Feroce, Raffaele
Galanti, Filippo Farroni come caporale e Alessandro Nisi, che vi perse
la vita, partirono come volontari nell'esercito piemontese.
Intanto Urbisaglia aveva aderito alla Repubblica Romana e si fecero
le elezioni per amministrare il paese: votarono in 187 risultando
eletti come presidente Alessandro Brunelli, come segretari Giuseppe
Agostini e Pietro Spinoli e come amministratori Carlo Nisi e Pietro
Lulani.
Venne, anche, innalzato un albero della Libertà nella piazza
di fianco all'attuale chiesa della Madonna Addolorata a testimonianza
della nuova autonomia, ma alcuni cittadini non riconoscendo coloro
che lo avevano innalzato come protagonisti del nuovo corso politico,
ne elevarono al suo fianco un altro con una bandiera nera listata
a lutto. Il 17 marzo, alle sette del mattino, arrivò nella
piazza un plotone della Guardia Nazionale al comando del tenente Nisi
e l'albero con la bandiera nera venne abbattuto, con l'esecrazione
di tutti i cittadini, che in quel gesto vedevano perpetrarsi un evidente
sopruso.
Passata la sfuriata
di novità si ritorna alla quotidianità
Caterina Galassi, che aveva conseguito il diploma di ostetrica con
il contributo finanziario del comune, si impegnò a servire
la popolazione gratuitamente se le fosse stata pagata la tassa d'iscrizione
all'albo professionale. Fu così istituito il posto di ostetrica
alle dipendenze del comune.
Nel 1851, la vedova di Celestino Nisi rivolse una petizione al comune
per ottenere un sussidio economico; la riproduciamo integralmente
perché illustra magnificamente la ricerca storica e la sua
figura di Celestino Nisi, emerito studioso locale, offrendo anche
uno spaccato della vita sociale ed economica del paese: Illustrissimi
signori Priori, Genoveffa Nisi rispettosamente espone alle Signorie
vostre Illustrissime aver non ha guari riperduto il Consorte dottor
Celestino Nisi stato Medico Condotto in questo paese per oltre 40
anni. Che non ostante il ridetto di Lei Conjuge ottenuta avesse quattr'anni
indietro la giubilazione, e non ostante la presenza di altro soggetto
all'Arte salutare, ha continuato a servire la Popolazione, per il
di cui vantaggio ebbe a disprezzare i gravi incomodi di salute, di
cui era affetto, e per i quali gli fu conferita la giubilazione, oltre
l'età avanzata. Che altri e utili servizi ha prestato pur anco
a questo Paese sua Patria come quello di aver raccolto, dopo uno studio
non mai interrotto di circa 30 anni, dalle notizie intorno alla di
lui antichità, e di averne formato un Compendio da potersi
dare già alle stampe. Che oltre alle fatiche immense impiegate
dal ridetto Conjuge per istruirsi in fatti, e stato della Patria da
fra figurare fra le principali del Piceno, ha dovuto spendere delle
somme per provvedersi de' libri, nel carteggio, ed altro, come pure
per il suo disinteressato modo di condursi, ha lasciato la consorte
in uno stato poverissimo, constituita nell'età avanzata di
anni 73, e per esser storpia costretta a servirsi delle grucce, incapace
di intraprendere un viaggio, ed eseguire qualsiasi lavoro, e la più
piccola faccenda, non escluso quella di essere spogliata, e vestita,
come ai documenti Parrocchiali, e de' Professori Fisici. Che avrebbe
potuto riunirsi coll'unico figlio rimastole Lorenzo impiegato nella
qualifica di sostituto nel Tribunale di Prima Istanza di Ascoli, ma
viene impedita dalla lontananza, in cui rimane, e questo stante la
tenuità del Soldo, che percepisce, non potrebbe supplire al
mantenimento di una seconda Famiglia, e tener aperta altra Casa. Tanto
premesso l'Oratrice Genoveffa Nisi é a supplicare le Signorie
Vostre Illustrissime perché avuto riguardo alla di Lei misera
condizione, ed in benemerenza di quanto il Consorte ha amato questa
sua Patria, che non ha voluto abbandonare sebbene altre condotte di
lucro maggiore fossergli state esibite, vogliano degnarsi assegnarle
un annuo stipendio capace a vivere onde non mendicare un tozzo di
pane, non tralasciando essa di compensare un tal tratto di generosità
o col donare i Manoscritti del detto Consorte riferibili all'antichità
di questo paese, o col darli quanto prima alle stampe. Le fu accordato
un sussidio annuo di 70 scudi, così il comune acquisì
tutta la ricerca storica perseguita da Celestino Nisi, e tutti i libri
della sua biblioteca.
Nel febbraio 1852, venne potenziata la scuola elementare con l'assunzione
di un secondo maestro, che avrebbe collaborato nell'insegnamento,
in prima classe, di lettura, calligrafia, aritmetica, geografia e
grammatica; in seconda classe, invece, di latino, umanità e
retorica.
L'11 dicembre, dopo una perizia dell'architetto Mariotti, cadde improvvisamente,
sul principio dei lavori, l'intero pavimento del primo piano del Palazzo
Comunale, coinvolgendo 14 persone. All'infuori di un comprensibile
spavento, rimasero tutti miracolosamente incolumi.
Pochi anni più tardi si acquistano due case, vicine alla chiesa
di san Giorgio, appartenenti alle sorelle Corradi per costruirvi il
mattatoio e la pescheria.
Una frana nei dintorni
del paese provoca danni consistenti
Il primo novembre del 1858, uno smottamento provocò una frana
distruggendo 14 case e circa 40 ettari di terreno coltivato, mettendo
sul lastrico 12 famiglie. La frana interessò le pendici del
monte di Broccolo verso il fosso del Rio. A stento gli abitanti della
contrada riuscirono a salvare la pelle, perdendo ogni avere e le loro
misere cose. Fu ordinato all'ingegnere provinciale Mariotti un esame
della situazione per aprire una strada provvisoria per permettere
agli abitanti della zona e di Villa di Sant'Angelo di continuare a
commerciare con il capoluogo, al costo complessivo di 340 scudi. Inoltre,
il papa Pio IX (1792-1878), su intercessione di Sigismondo Bandini,
stanziò 200 scudi, ai quali il marchese ne aggiunse 50 di tasca
propria, per alleviare le disgrazie dei diseredati.
Non tutti gli avvenimenti erano così funesti, fu assunto dal
comune anche un maestro di musica per la costituzione di una banda
cittadina.
L'unità d'Italia
Nonostante la repressione dei vari moti liberali, l'unità d'Italia
era matura e dettero il loro contributo tra i Cacciatori delle Marche
gli Urbisagliesi Angelo Castellani (sergente), Filippo Farroni (caporale),
Americo Brunori, Pasquale Brunori, Tancredi Farroni, Luigi Giglietti,
Giorgio Mancini, Giovanni Sforzini e Antonio Conforti.
La presa dell'Italia centrale fu la risposta monarchica del Piemonte
all'avanzata garibaldina dal sud verso Roma, e vinta diplomaticamente
a Parigi, ebbe un esito militare scontato. Non fu una grande impresa,
ma ebbe l'originalità di essere condotta unicamente dai Savoia.
Per l'aspetto militare ebbe come protagonisti i generali Fanti e Cialdini,
mentre sul lato amministrativo, con pieni poteri, si distinse il commissario
Lorenzo Valerio (1810-1865). Già da Senigallia aveva approntato
l'apparato amministrativo provvisorio della provincia nominando come
commissari Stefano Tomani Amiani per Camerino e Luigi Tegas a Macerata.
Inoltre, in breve tempo emanò e diede alle stampe per un'immediata
esecuzione una lunghissima serie di provvedimenti che spazzavano via
in pochissimo tempo tutto l'organizzazione economica e civile del
tradizionale Stato pontificio. Contro la Chiesa decretò l'abolizione
del Santo Uffizio, del Foro ecclesiastico, l'emancipazione degli ebrei,
la tutela civile delle Opere Pie. Proibì la sepoltura nelle
chiese, come allora si era continuato a fare; abolì le decime
per le chiese; obbligò i curati ad aprire i registri parrocchiali
per organizzare l'anagrafe dello stato civile, soppresse le congregazioni
e gli ordini religiosi incamerandone le proprietà immobiliari.
Questo atto poteva suscitare reazioni e proteste fortissime, tali
da rendere socialmente più agitato, politicamente più
tempestoso, il proseguo del suo governo, ma le proteste rimasero marginali.
Solo il cardinale De Angelis, arcivescovo di Fermo, tentò di
organizzare movimenti sanfedisti, ma venne ben presto relegato a Torino.
La Chiesa dominava ancora pesantemente nelle campagne, ma queste non
dominano sulle città, dove si decidevano le sorti della regione
e della sua popolazione. Il suffragio elettorale restava a base censitaria,
quindi una piccolo ceto privilegiato decideva i destini di tutti.
La ricerca del consenso alla nuova società venne condotta in
modi e con strumenti diversi, secondo un ventaglio di interventi che
hanno per estremi quello del maestro elementare da una parte e quello
del carabiniere dall'altra. Si oscilla dalla riduzione della tassa
sul sale, all'imposta prediale sui fondi rustici, alla conferma della
tassa dei 350.000 scudi emessa dal cardinale Giacomo Antonelli, segretario
di Stato, nel 1854, per recuperare le mancate entrate di una tassa
sul vino, originate da una pessima annata della produzione. Questa
tassa era vissuta da tutte le comunità come una vera angheria,
generando una lunghissima lista di comuni insolventi.
Subito dopo la battaglia di Castelfidardo fu creato in Urbisaglia
un comitato provvisorio per la gestione del passaggio dei poteri dallo
Stato pontificio al Regno d'Italia nelle persone di Pasquale Cecchi,
Francesco Palazzetti, Domenico Pelatelli, Giuseppe Agostini e Benedetto
Bartoloni.
Nel successivo Plebiscito del 4-5 novembre votarono 647 cittadini,
con parecchi astenuti e pochissimi voti contrari.
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Dall'Unità
d'Italia ai nostri giorni
1860 - 1945
Dopo l'Unità d'Italia
Dopo l'Unità d'Italia, Urbisaglia si dotò
di comode strade di accesso al paese, pavimentò tutte le gabbe
interne (così sono chiamate ad Urbisaglia le vie interne),
aprì due nuove porte nelle mura medioevali e adattò
il vecchio magazzino del monte frumentario a teatro. Aveva una popolazione
di poco superiore ai 2.000 abitanti con il comparto industriale molto
sviluppato per quei tempi: una fabbrica di sapone, tre filande (Brunelli,
Cecchi e Piccinini), un molino a grano e uno frantoio per l'olio (Cecchi).
La coscrizione obbligatoria fu una delle maggiori ed ostiche novità
del passaggio sotto i Savoia. Fu un fatto traumatico e violento per
un popolo abituato alla miseria, rassegnato alla vita grama, avvezzo
alla prepotenza domestica dei preti, ma ripagato almeno della certezza
che l'esistenza si consumava fra quei campi miseri, fra quelle occupazioni
modeste, precarie, senza speranze sulla propria terra. La renitenza
alla leva fu nelle Marche un fenomeno estesissimo nei primi anni dopo
l'Unità, e particolarmente nelle campagne.
Il giovedì 12 giugno 1862 furono acclamati per le vie cittadine
i bersaglieri del XXVI battaglione al comando del maggiore Barbalavata,
che si erano ricoperti di gloria nella battaglia di Castelfidardo.
Nello stesso anno il comune decise di rilevare dal demanio i beni
del convento del santissimo Crocifisso per istituirci una sezione
di scuola elementare rurale e un cronicario per anziani soli.
Ancora nel 1863 viene nominata una commissione consiliare per rivedere
i confini con Tolentino, che accampava pretese per un terreno nella
contrada di Valleresco. Inoltre, la Congregazione di Carità
si accollò la gestione dell'ospedale e del Pio Monte frumentario.
Mentre nel 1864 si stanziarono 613 lire per la guardia nazionale,
recatasi a Civitanova e Macerata per rendere omaggio al re Vittorio
Emanuele e al principe ereditario. Nell'anno successivo il comune
acquistò 12 azioni della società che si apprestava a
costruire la tratta ferroviaria Portocivitanova-Albacina. Fu adattata
la vecchia strada per fonte Pecolle ad uso del tiro a segno per la
milizia cittadina, quella appena sottostante la via della Rocca. Inoltre,
il colonnello Domenico Silverj propose di unificare la Guardia Nazionale
di Urbisaglia con quella di Colmurano.
Nel 1866 combatterono con Garibaldi a Bezzecca gli urbisagliesi Nicola
Canzonetta come trombettiere, Corrado Brunori, Lorenzo Brunori, Beniamino
Caraceni, Cesare Cecchi, Domenico Galanti come caporale, Giuseppe
Gasparri e Benedetto Sforzini.
Dietro la richiesta di 40 cittadini sensibili venne costituita la
Società Operaia del Mutuo Soccorso, che iniziò ad operare
con lo scopo dichiarato di alleviare le condizioni materiali delle
classi meno abbienti. Anche se fu di breve durata lasciò un
segno profondo nella memoria delle generazioni successive.
Inoltre, al becchino Luigi Dignani erano state affidate le porte di
Porta Entogge, che erano state divelte dai cardini. Per recuperare
i chiodi, lui le bruciò e per questo fu condannato dal consiglio
al pagamento di 8 lire con una ritenuta mensile di una lira. Successivamente
a causa della sua estrema miseria gli furono condonate quattro lire.
Nello stesso anno il predicatore della Quaresima chiese al comune
la dispensa dall'invocare benedizione di Dio sul Re e la famiglia
reale. Dopo lunga discussione in consiglio comunale su libera Chiesa
in libero Stato, i consiglieri decisero di confermare la benedizione
se il predicatore chiedeva il contributo del comune, ma in via del
tutto eccezionale concessero al predicatore una dispensa.
Attività
culturale e sociale e alcuni civici benefattori
Nell'anno successivo si ricostituì, a spese del comune,
la Società del Musico Concerto, cioè la banda musicale
che si era precedentemente sciolta per mancanza di fondi e la congregazione
di carità, ente comunale di assistenza si accollò la
gestione dell'ospedale civico. Fu anche inoltrata una petizione popolare
al governo per iniziare gli scavi al teatro e all'anfiteatro romani.
Finalmente, poi, si concretizzò l'acquisto dello stabile del
convento francescano con la motivazione di destinarvi un asilo di
mendicità e delle scuole domenicali per la classe agricola;
invece vi venne collocata la caserma dei carabinieri.
Con i lasciti di illustri benefattori della Comunità, deceduti
senza lasciare eredi - Innocenzo Petrini, Angelo Buccolini e il marchese
Alessandro Viscardi-Giannelli - si dotò il paese di istituzioni
di assistenza alla popolazione indigente.
Innocenzo Petrini (1774-1846) lasciò in eredità, con
testamento del 27 agosto 1845, una casa e due terreni all'Ospedale
che allora esisteva solo di nome: con gli affitti di questo patrimonio
fu acquistato e rimesso a nuovo un fabbricato all'interno del paese
ed attrezzato ad ospedale. Iniziò così a funzionare,
anche se non aveva rendite sufficienti per il ricovero degli ammalati,
ma solo come ambulatorio. A questo contribuì successivamente
Augusto Cecchi con un legato di 10.000 lire, in omaggio alla memoria
della sorella Bettina, sposata Antinori, stroncata nel fiore degli
anni. Inoltre a Innocenzo Petrini fu dedicata una via, precedentemente
chiamata Flaminia.
L'esempio di Petrini fu imitato, anche, da Angelo Buccolini, nato
ad Urbisaglia il 12 giugno 1791 e morto a Macerata il 28 maggio 1877.
Questo illustre benefattore, che dà il nome all'IPAB della
Casa di riposo per anziani, donò l'intero suo patrimonio ai
poveri della sua terra natale. Avvocato, governatore, giudice fiscale
nel Governo pontificio e podestà ad Urbisaglia nel 1831, era
di animo nobile e di ingegno non comune. Stimato e apprezzato per
le sue doti giuridiche, ricoprì vari incarichi pubblici, che
resse con una grande integrità morale e straordinarie capacità
amministrative. Visse quasi sempre a Macerata insieme all'unico fratello
don Domenico, canonico del duomo e professore di morale dogmatica
nell'università maceratese. Nel 1869 aveva fondato il Monte
dei Pegni, approvato con Regio Decreto del I luglio, dotandolo di
un capitale iniziale di 5.000 lire. Don Domenico aveva disposto con
testamento simultaneo con quello del fratello, il 30 novembre 1859,
che l'intero patrimonio di famiglia fosse lasciato alla comunità
di Urbisaglia. Il 25 gennaio 1875 consegnava al notaio maceratese
Francesco Salustri il suo testamento, in cui specificatamente destinava
il suo intero patrimonio per opere benefiche: ingrandimento del monte
dei pegni, istituzione di un ricovero per vecchi e cronici, un'Istituto
di studi per giovani urbisagliesi poveri e il dotalizio per zitelle
bisognose; nominando come erede l'Ospedale di Urbisaglia. Dopo la
morte di Angelo Buccolini, per alcuni anni, l'ospedale usufruì
di questa cospicua rendita fino al 14 luglio 1895, quando si diffuse,
come un lampo, nel borgo la notizia del ritrovamento un nuovo testamento,
che invalidava il precedente e nominava eredi universali Giuseppe
Buccolini di Macerata e Aristide Montevecchio di Macerata. Ne sortì
una lunga causa basata soprattutto sulla veridicità del testamento
con interessanti perizie calligrafiche sul documento. Terminò
davanti la Regia Corte di Cassazione in Roma 6 marzo 1901. Artefice
dello straordinario risultato fu Beniamino Belloni, meglio noto come
appassionato cultore di memorie patrie. Nel 1878 ad Angelo Buccolini
venne dedicata la via, dove era collocata la sua casa natale.
Alessandro Giannelli nacque a Roma da Paolo e dalla contessa Viscardi
il 20 settembre 1842 e morì il 26 marzo 1884. Tenente dell'esercito,
sovente risiedeva ad Urbisaglia durante le licenze, in un casino di
campagna in contrada Pezzalunga appartenente alla sua famiglia. Dispensato
dal servizio militare per disfunzioni cardiache vi venne a risiedere
permanentemente. Sentendo prossima la fine dei suoi giorni, decise
di lasciare il suo cospicuo patrimonio per l'istituzione di un asilo
infantile con testamento dell'8 aprile 1882. Anche se i suoi fratelli
si opposero tenacemente, il Regio Decreto del 29 marzo 1885 stabilì
la costituzione del nuovo ente assistenziale. Il 21 aprile 1884 gli
venne dedicato il corso principale del paese, che si chiamava precedentemente
Strada di Mezzo.
Alcuni atti amministrativi
ei vari consigli comunali
Nel maggio del 1873 il consiglio comunale deliberò di
devolvere 10 lire ad Amedeo di Savoia, duca di Aosta, figlio di Vittorio
Emanuele II, che essendo stato eletto re di Spagna nel 1870, aveva
abdicato alla corona. Venne, inoltre istituito l'ufficio postale con
un contributo annuo di 130 lire e con l'impegno del comune di provvedere
alla trasporto dei dispacci, dietro l'interessamento presso il governo
centrale dell'onorevole Giuseppe Checchetelli. Nell'anno successivo
fu ampliato il servizio con l'installazione del telegrafo, collegandosi
con la linea che congiungeva Macerata a Sarnano.
Nel 1876 si deliberò di mantenere l'archivio notarile ad Urbisaglia
e si propose di trasferire il cimitero nell'orto dietro il convento
del santissimo Crocifisso e in alternativa presso la chiesina di san
Biagio, prospettando di utilizzare anche i serbatoi dell'acquedotto
romano come ossario. Fortuna volle che il progetto non fosse portato
a compimento. Venne, inoltre, in visita Medoro Savini, parlamentare
eletto nella circoscrizione di Tolentino che comprendeva Urbisaglia,
e il comune spese 900 lire per i festeggiamenti. Successivamente,
in ringraziamento del suo brillante intervento oratorio nella seduta
alla Camera del 10 marzo 1879 in favore della ripresa degli scavi
nella zona archeologica di Urbs Salvia, gli fu concessa anche la cittadinanza
onoraria.
Nel 1877 una petizione popolare di 137 cittadini chiese che la strada
per Tolentino avesse il suo imbocco nella Rocca. Questa sollecitazione
spinse il consiglio comunale a deliberare la demolizione della Rocca,
lasciando in piedi le torri angolari e il maschio. La demolizione
della cortina centrale esterna al paese venne distrutta con l'uso
di mine, ma i materiali di risulta bastarono appena a riempire tre
o quattro chiavicotti della strada Illuminati. Così appena
tre anno dopo i lavori vennero sospesi, vista l'impossibilità
di recupera mattoni interi da poter poi riutilizzare. Inoltre, per
la prima volta venne costituita in paese una sezione elettorale, nella
quale espressero il loro libero convincimento ben 40 cittadini; prima
era necessario recarsi a Tolentino per esercitare i diritto di voto.
Nel 1879 venne ritrovata lungo l'imbrecciata o strada imperiale la
lapide dedicata alla liberta Salvia. Venne anche retribuito un certo
Luigi Dignani per aver trasportato a Macerata materiale archeologico
di proprietà comunale.
Deliberazioni per
migliorare la viabilità verso il centro storico
In questa fine del secolo principale preoccupazione degli amministratori
fu di dotare il paese di comode strade di accesso e di collegamento
con i paesi vicini: Tolentino, Loro Piceno, Colmurano e Petriolo.
Ma non tutte le opere furono realizzate, per esempio il progetto di
un tramway a vapore per la provinciale urbisalviense restò
sulla carta. Comunque si crearono le condizioni per un migliore livello
di vita della popolazione e per lo sviluppo economico, tanto che agli
inizi del '900 Urbisaglia era considerato dalle statistiche ufficiali
un piccolo centro industriale grazie alle sue filande, alle fornaci,
al calzificio, al saponificio, ecc.
Nel 1882 si diede inizio ad una revisione urbanistica del centro storico
con la pavimentazione e il livellamento delle vie interne; la realizzazione
della strada di collegamento dalla chiesa di san Giorgio alla Rocca
realizzate da Domenico Cecchi su progetto di Giuseppe Tambroni di
Appignano per il costo di 884,72 lire; e l'arretramento della facciata
di alcune case e della chiesa dell'Addolorata, il cui progetto del
geometra Gaspare Pediconi venne a costare 762,64 lire. Inoltre, per
questioni di ordine pubblico furono aumentati i punti luce notturni
all'interno del paese e venne definitivamente trasferita la caserma
dei Reali Carabinieri all'interno del paese, precedentemente era alloggiata
al convento del santissimo Crocifisso.
Nel 1884 fu incaricato l'architetto Giuseppe Tambroni di redarre i
progetto per la costruzione del nuovo cimitero alla Maestà,
terminato dalla ditta Leandro Brillarelli di Petriolo nel 1889.
Fu istallata nel porticato la lapide dedicata ai concittadini Angelo
Buccolini e Alessandro Giannelli dello scultore Angelo Lana di Macerata
per un costo di 1200 lire. Sotto queste logge si svolgeva il mercato
delle erbe, lasciando libera la prima arcata verso il campanile per
il caffè, quella di fianco per gli inquilini e l'ultima per
la chiesa.
Nella guerra coloniale d'Africa vi presero parte come volontari il
capitano Nicola Gasparri e il tenente Luigi Arnaldo Galanti, nati
a Macerata, ma figli di genitori di Urbisaglia, e persero la vita
nella battaglia di Dogali il 26 gennaio 1887.
Nel 1890 nacque ad Urbisaglia Luca Carimini che da semplice scalpellino
divenne architetto, lavorando principalmente in palazzi signorili
e chiese di Roma.
Mentre nel 1913 si era dotato il paese di energia elettrica, sette
anni più tardi fu portata l'acqua potabile con un acquedotto
e una pompa di sollevamento da Fonte Pecolle al serbatoio costruito
all'interno della Rocca.
La prima guerra mondiale e il fascismo
Durante la prima guerra mondiale molti profughi, provenienti dalle
regioni dilaniate dal conflitto, furono accolti in questo territorio.
Inoltre, molti Urbisagliesi parteciparono alla guerra e numerosi vi
persero la vita.
Nel 1922 fu costituito un locale fascio di combattimento e alcuni
suoi membri parteciparono alla Marcia su Roma. Il 6 agosto del 1923
si autosciolse il consiglio comunale, dopo la vittoria del Partito
Nazionale Fascista nelle travagliate elezioni di quell'anno.
Nel 1930 venne inaugurato il monumento a Nicola Bonservizi (2 dicembre
1890-26 marzo 1924) che fu interventista della prima ora come tenente
d'artiglieria, collaboratore della rivista Utopia fondata Benito Mussolini
dopo l'uscita dal Partito Socialista, redattore del Popolo d'Italia
fin dalla fondazione. Dal 1920 ne fu corrispondente da Parigi, dove
fondò il settimanale l'Italie nouvelle. Venne ferito mortalmente
da un tal Bonomini il 20 febbraio 1924, al ristorante Savoia, morendo
dopo pochi giorni. Per ricordarlo, nel 1936, si modificò il
nome del comune in Urbisaglia-Bonservizi, mantenuto ufficialmente
fino al 1946, e smantellato da numeri civici delle abitazioni sin
dalla Liberazione.
Seconda guerra mondiale
Con l'ingresso dell'Italia nella seconda guerra mondiale, il sostegno
al regime fascista diminuì progressivamente, fino a venir meno
del tutto dopo l'armistizio dell'8 settembre del 1943. Molti giovani
si rifugiarono in montagna insieme ai prigionieri alleati provenienti
dal campo di concentramento di Sforzacosta, per sfuggire alla cattura
e alla deportazione in Germania. Numerose le azioni di aiuto in favore
dei partigiani rifugiati sulle montagne di Monastero, dove si era
costituita la Banda Niccolò. All'abbazia di Fiastra nel frattempo
funzionava un mite campo di concentramento di prigionieri ebrei e
stranieri, se confrontato con altri in Europa.
Il 29 luglio del 1944 la Banda Niccolò, guidata da Augusto
Pantanetti, fece il suo ingresso a Urbisaglia, proveniente da Passo
Colmurano, accolta trionfalmente dalla popolazione con mazzi di fiori
e manifestazioni di giubilo. Era la fine di un incubo. Nella zona
avvennero scontri con i tedeschi in ritirata e bombardamenti sull'abitato
che provocarono, fortunatamente, lievi danni. Nel corso di questi
combattimenti persero la vita anche soldati del neonato Esercito Italiano,
che fu costituito ufficialmente proprio a Urbisaglia nella villa in
contrada Armanciano, il 25 agosto del 1944, con la firma di un accordo
con le truppe alleate, alla presenza del principe ereditario Umberto
di Savoia.
Iniziò così il periodo democratico. Vengono fondate
le sezioni dei primi partiti politici: il primo a inaugurare una sede
è il Partito Comunista, quindi è la volta del Partito
Socialista di Unità Proletaria e successivamente della Democrazia
Cristiana.
Il resto è cronaca dei nostri giorni.
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