La Storia contemporanea

 

Dal XIV secolo all'epoca moderna
di Pino Ferranti

Dal ritorno sotto il dominio di Tolentino alla sua liberazione.
1447 - 1569

Breve periodo di autonomia da Tolentino
Terminato il turbolento periodo di Francesco Sforza, Urbisaglia riprese ad amministrarsi autonomamente con alterne vicende e sottoscrivendo anche ripetuti e formali atti di sottomissione a Tolentino, che con insistenza continuava inutilmente a fare ricorso alla Santa Sede per rientrare in possesso del suo distretto. A testimonianza di questo periodo confuso, risultano numerose note di spese sostenute dalla comunità di Tolentino nel 1446 per inviare ambasciatori, o riceverli, e per trattare la resa del riottoso borgo, mentre aveva dissapori per la definizione dei confini con la vicina Sanseverino. Nel 1448 vennero di nuovo nominati ambasciatori da inviare alla corte pontificia in Roma a perorare il pieno recupero di Urbisaglia: Febo di Catervo e Rossino di Andrea.
Urbisaglia ritornò sotto il diretto controllo di Tolentino solo nel 1449 con le trattative condotte da Tommaso Bernabuzi di Tolentino, in assenza del cancelliere Bartolomeo Butri, pagando 84 lire per i censi alla Camera apostolica, in due rate consegnate da Tommaso di Giovanni e Giovanni Carletti.
Nel 1448, scoppiò una guerra improvvisa tra Tolentino e Sanseverino. Tolentino richiese a Colmurano e Urbisaglia 15 uomini adatti alla guerra e armati, per impiegarli nella sua difesa. Il Legato pontificio e arcivescovo di Spoleto, Lorenzo, proibì ad Urbisaglia di parteggiare per Tolentino contro Sanseverino. Ma Ludovico dei Libbretti, originario di Tolentino, li convinse con l'inganno a far consegnare 25 salme di grano a Giovanni Francesco, suo rappresentante. Ai dubbi e tentennamenti degli Urbisagliesi rispose sostenendo che il grano serviva per i festeggiamenti organizzati in occasione dell'arrivo del nuovo Legato della Marca, Bartolomeo cardinale presbitero di san Clemente. E così Urbisaglia rimase assolta dal tribunale del Legato della Marca, per essere stata fraudolentemente ingannata.
Nonostante che gli appelli alla pace e alla concordia del Legato rimasero lettera morta, Urbisaglia continuò a mantenere un forte autonomia, pur facendo formali atti di sottomissione, come ci conferma il Filelfo nella lettera indirizzata a Francesco, cardinale di Mantova. Nella lettera, dopo un preludio storico su Urbisaglia si sostiene: Che Urbisaglia, municipio dei miei Tolentinati, sia antica ed illustre, è dato saperlo, o Reverendissimo Padre, come dagli altri geografi e cosmografi, così dallo stesso Strabone. E noto che fu distrutta l'ultima volta dai Goti: il che chiaramente provasi con i ruderi di tanta ruina. In seguito, i Tolentinati la riedificarono entro una più angusta cerchia e possedettero lunghissimo tempo in pace perfetta, finché nei passati anni, quando tutta la Marca era oppressa per la guerra fu loro rapita da quel birbante di Taliano. E quei di Urbisaglia, al contatto di un ladro così finito, son diventati essi stessi feroci in guisa che neppure in appresso, quando tutti i Piceni tornarono sotto la santa romana Chiesa, per la somma virtù e sapienza di quel santissimo Padre, che fu il sommo Pontefice Eugenio, vollero rinsavire, che anzi commisero contro i Tolentinati, che doveano venerare e rispettare come padri, quella scelleratezza che non temerono tentare contro la santa Sede.

Costruzione della Rocca come strumento di controllo sul turbolento comune
Il giudizio del Filelfo era senza altro partigiano e poco lusinghiero per gli Urbisagliesi, ma coglieva la loro caratteristica di fondo: il desiderio di autonomia da Tolentino, che si dimostrava un governo sfruttatore per Urbisaglia ridotta quasi allo stremo e impoverita economicamente. Inoltre è significativo che negli introiti delle pene pecuniarie inflitte per reati comuni del periodo, mentre non risultano nominativi di abitanti di Tolentino, sono molto numerosi quelli di Urbisaglia. Perciò si rendeva necessario controllare il paese con la presenza dissuadente di una numerosa guarnigione collocata in un luogo fortificato, visto che l'antica fortezza era andata, con molta probabilità, in rovina. Per contrastare queste legittime spinte libertarie, Tolentino chiese con insistenza al Papa il consenso alla ricostruzione della rocca. Così il 27 novembre 1457 il consiglio di Tolentino nominò alcuni delegati pro fabbricando et construendo arce castri Urbisalie. Destinata alla difesa bellica e al presidio militare contro forze esterne, la Rocca é innanzi tutto strumento autorevole di dominio sulla città e briglia alle sue turbolenze.


Nuove forme di tassazione nella Marca
Dopo i dissesti arrecati allo stato dalle continue guerre la Santa Sede giungeva ad una stabile regolamentazione con le città soggette, introducendo nuovi obblighi fiscali: ottenendo il pagamento di imposte in precedenza eluse come quella del sale; ripristinando gli uffici delle dogane delle pecore, e soprattutto estendendo il sistema annonario sui grani e le altre derrate agricole. Nel sistema dell'annona, senza i permessi delle autorità superiori era vietata la vendita dei cereali fuori dai confini del territorio dei comuni di produzione. Talvolta, l'esigenza di accrescere le contribuzioni fiscali finì per indurre il potere centrale ad accentuati riconoscimenti di autonomia negli organismi cittadini, di cui, poi, doveva servirsi per ottemperare alla riscossione stessa.
Il 16 febbraio del 1450 fu imposta una tassazione speciale a Tolentino di ben 40 fiorini, il quale non trovò di meglio che scaricarla sopra i suoi distretti di Urbisaglia e Colmurano obbligandoli ad una compartecipazione di ben 15 fiorini a testa. Inoltre, i cittadini urbisagliesi fecero una petizione ai priori di Tolentino di poter utilizzare liberamente i pastini appartenenti a Matteo di Varano. Il pastino era un attrezzo biforcuto di ferro utilizzato per rivoltare la terra, passò poi a significare un sodivo messo a cultura, lasciato a riposare un lasso di tempo e quindi utilizzato per pascolarvi i greggi e le mandrie. I greggi erano una fonte pecuniaria rilevante per l'economia locale, soprattutto per la produzione della lana e dei panni. Spesso, i panni di lana prodotti a Camerino, Fabriano, Matelica, Sanseverino e Sanginesio si ritrovano annotati nei libri della Dogana di Roma, incrementando il commercio e l'economia della zona. Inoltre, il fatto significativo è che su un totale di 5.000 panni spediti in un quindicennio a Roma, ben 4.472 provenivano dalla sola Camerino e dal suo territorio.

I podestà di Urbisaglia e Colmurano venivano nominati da Tolentino
Sorsero, anche, alcune questioni riguardanti la determinazione dei confini e problemi di pedaggio o esenzioni tra Urbisaglia e Montolmo, ma si raggiunse presto una pacifica soluzione di compromesso. Vennero, poi, nominati per podestà ad Urbisaglia e Colmurano Giovanni Relitti e Angelo Beccharius. Dal documento di nomina apprendiamo che Urbisaglia godesse di una certa autonomia, tanto da avere uno statuto proprio con capitoli particolari, che il novello podestà si impegnava a rispettare. I due podestà svolgevano a turno il mandato amministrativo nei due distretti, governandoli per sei mesi a testa. Dovevano, inoltre, rispondere ai cittadini sul loro operato nello svolgimento del mandato, sottoponendosi ad un giudizio sindacale per un periodo di tre giorni dopo la scadenza della carica, soprattutto per quanto riguardava la difesa giudiziaria degli interessi delle vedove e dei minori, sottoposti per legge alla loro protezione.
Nel 1453, Tolentino per incrementare il suo bilancio, appalta la possibilità di captare l'acqua dell'Entogge e di raccogliere legna sulle rive a Bartolomeo di Angelo al prezzo di un ducato. Inoltre, alcuni cittadini di Urbisaglia furono catturati e carcerati a Macerata, perché si erano rifiutati di prestare il loro lavoro obbligatorio per la fabrica; ma dagli atti non si riesce a scoprire di più riguardo a questa fabrica, forse potrebbe riferirsi alla costruzione o ristrutturazione della Rocca. Allora i priori di Tolentino ottennero il mandato dal consiglio di richiedere un incontro con il governatore provinciale per la loro liberazione; in caso di fallimento o di un esito negativo furono autorizzati a presentare ricorso direttamente al Sommo Pontefice, come era prassi comune nel periodo quando i tribunali locali della Curia non soddisfacevano pienamente i desideri dei comuni maggiori della Marca..
Inoltre, la Camera Apostolica stabilì che Urbisaglia dovesse contribuire alle casse di Tolentino con 30 ducati, così il 27 aprile i priori di Tolentino, Guadagno di Nicola, Andrea di Antonio, ser Battista di ser Lorenzo e Jacobo di Giovanni Polce, in pompa magna ricevette dal podestà Angelo di Buongiovanni un acconto di 15 ducati. Altra rata la riscuoterono il 19 maggio i priori del periodo per mano del podestà Angelo di Antonio Beccarini, mentre era assente Battista Mauruzi, membro della nota famiglia di Tolentino il cui capostipite va riconosciuto nel famoso Niccolò dei Mauruzi, detto il Tolentino, capitano dei Fiorentini, celebrato con un affresco da Andrea del Castagno in santa Maria Novella.
Il consiglio di Tolentino si preoccupò di rinnovare il reggimento, le cui sostituzione avevano carattere ereditario, e il bossolo dei priori di Urbisaglia, scegliendo certamente uomini più vicini ai propri interessi e in grado di mantenere il paese in una quieta e pacifica convivenza. Inoltre, venne rinnovato il podestà nella persona di Giovanni Paolo di se Pietro, estratto dal bossolo dal frate agostiniano Antonio alla presenza dei priori reggenti.
Il neo eletto nel maggio sequestrò alcune bestie appartenenti a Giulio Cesare Varano e all'abbazia di Fiastra per i danni provocati su terreni di altri proprietari. L'affare divenne un fatto provinciale; il luogotenente del Governatore scrisse immediatamente al podestà di Tolentino per la pronta restituzione. Tolentino scrisse subito al podestà di Urbisaglia intimando l'immediata restituzione e contemporaneamente, inviò ambasciatori, ser Pietro di ser Alessio e il cancelliere Tommaso, al Governatore per appianare la controversia sorta. Mentre il 20 settembre, Raffaele Gabriele de Farnia, abitante ad Urbisaglia, come sindaco del comune giurò fedeltà a Tolentino con i priori Pietro e Alessio.

Il controllo di Tolentino si esplicitava anche sulle sulle nomine religiose di Urbisaglia
Tolentino, non amministrava solo la vita civile di Urbisaglia, ma esprimeva anche un placet sulla nomina del pievano della chiesa di san Lorenzo, che spesso veniva affidata alle cure di sacerdoti originari di Tolentino, con la concessione del vescovo di Macerata. L'11 gennaio 1454, il consiglio comunale di Tolentino decise finalmente di dare un pievano alla chiesa di san Lorenzo di Urbisaglia nella persona di frate Catervo degli agostiniani del convento di san Nicola.
Nell'anno successivo furono nominati come podestà a Colmurano e Urbisaglia ser Massio di Tolentino e Giovanni Martino di Bartolomeo. Sorse, inoltre, una questione riguardante il pagamento delle bollette di transito tra Sanginesio e le i due distretti di Tolentino, i ginesini pretendevano di non pagarli a tutte e due le comunità. I priori di Tolentino, assodato che queste bollette non le percepivano direttamente loro ma rimanevano nella disponibilità delle due comunità, inviarono tutta la documentazione alla curia di Macerata, lavandosene praticamente le mani. Il sindaco Raffaele di Gabriele con atto del notaio Domenico di Andrea, rinnovò la fedeltà a Tolentino secondo i soliti costumi nell'ottobre dello stesso anno.
Nel 1456 risultano podestà di Urbisaglia ser Battista di Lorenzo Concini e Benedetto Nicolai, mentre nel luglio scoppiarono alcuni casi di peste, spingendo alcuni cittadini di Tolentino, abitanti in Urbisaglia, a chiedere ai loro priori la licenza di rientrare nella loro patria. Nel 1457, sotto la podesteria di Giovanni di Nicola e Antonio di Andrea, il Legato della Marca con il tesoriere, si recò in visita all'abbazia di Fiastra per acquistare del grano, Tolentino inviò alcuni cittadini come ambasciatori, Giovanni Martino, Angelo Savie, ser Parisiano, Giovanni di Catervo e ser Tommaso Giovannucci, e stabilì di mettere al suoi servizio alcuni uomini e cavalli a spese della comunità di Urbisaglia.
Procedeva, intanto, lentamente il progetto di ricostruire e restaurare la Rocca di Urbisaglia per mantenere l'ordine pubblico nel paese. Il 6 novembre, dopo numerose riunioni del consiglio generale e alcune di quello di credenza, Tolentino presentò al papa Callisto III (1378-1458) la richiesta ufficiale di poter iniziare la ricostruzione della fortificazione.
Il 17 agosto del 1460 furono Munaldo Bisthiose de Flaminis castri Urbisalie et Johannes Domitii de castro Colmurani a giurare la solita fedeltà.
Nel secondo semestre del 1461 è documentato un Domenico di Andrea da Urbisaglia, nominato socius miles in Amandola. Questa carica veniva ricoperta da una persona pratica nell'arte militare, che svolgeva le sue funzioni al servizio del podestà per mantenere l'ordine pubblico. Sovente aveva anche le mansioni di cancelliere, come sostituto del podestà o del giudice durante le loro assenze, per questo motivo doveva essere laureato nel notarile ed esperto nella conoscenza delle leggi e consuetudini locali.
In questo periodo la comunità di Urbisaglia riuscì ad ottenere da Tolentino di poter prendere il grano nel suo territorio e venderlo all'esterno, mentre erano scoppiati alcuni casi di peste nel circondario e le sue porte cittadine erano custodite da guardie armate. Inoltre, nel 1462, ci furono forti contestazioni di cittadini, poiché Tolentino aveva deciso la vendita del molino della Comunità a dei privati, sedate subito con l'invio di soldati.

La ribellione esplode ancora apertamente in Urbisaglia
Nel dicembre del 1464 Urbisaglia si ribellò di nuovo, a causa dell'imposizione di una tassa camerale di 75 fiorini, scacciando i militi e le autorità di Tolentino. E che la sollevazione non fosse molto pacifica è testimoniato dal fatto che tre anni dopo Tolentino risarcì il proprio concittadino Francesco di Antonello Brunetti, allora abitante in Urbisaglia, per i danni che aveva subito nella propria abitazione per essersi opposto; a Marco Marini vennero concessi cinque fiorini pro restauratione domum sibi combustam tempore rebellionis Urbisalviensium; mentre ad Antonio lombardo venne risarcito per il furto di una balestra e di ben duecento dardi. Altri provvedimenti restrittivi furono presi nei confronti di un certo Barnaba di Tolentino, che aveva testimoniato con uno scritto a Roma in favore dei massari di Urbisaglia.
Nel novembre, poi, il consiglio generale di Tolentino, torna a discutere sui pedibus existentibus in arce Urbisalie, e sull'elezione di uno o più cittadini commissari per seguire la questione per arce fienda in Urbisalia.
Così il consiglio di Credenza del 19 novembre, per prevenire future ribellioni cercò di dotarsi di strumenti atti alla dissuasione di continue sommosse e nominò due cittadini per quartiere con l'incarico di decidere il da farsi: Ser Nicolaus ser Bernardi, Laurentius ser Pasqualini, Antonius Nutii, Blaldutius Nicolai, Thomas de Parisiano, Johannes Catervi e ser Jacobus Stefani. Il giorno dopo gli otto nominati si riunirono e stipularono un contratto per lavori da effettuare sulla rocca con magistro Jacobo murator fabricator. arcis Urbisalie. I capitoli del contratto prevedono: di tagliare la torre del Maschio per edificare il nuovo piano rialzato con l'aggravio, a spese del comune, per tutti i ferri necessari alla bisogna; di fare il piano rialzato con le finestre ferrate, i camini, la cisterna dell'acqua e ogni altro muro al prezzo di 10 fiorini la canna; che in cima fino ai beccatelli il muro fosse dello spessore di un mattone di testa e uno traverso; che il comune metta a disposizione la calcina necessaria, la rota e i picconi indispensabili per la demolizione; si impone di recuperare le pietre e di demolire tutte le case attorno a detta torre al prezzo di 24 fiorini e 6 some di vino; e mastro Giacomo promette di spuzzare la calcina a sue spese direttamente nel calcinare di presso la rocca stessa.
Urbisaglia non domata, inviò dei plenipotenziari al papa Paolo II (1417-1471), i quali furono successivamente, con l'intrigo della più potente Tolentino, arrestati e ingiustamente condannati ai remi delle galee pontificie. Il 3 gennaio 1465, il consiglio generale, dopo aver ascoltato la relazione degli ambasciatori inviati al Legato pontificio, decise di far presentare al Legato stesso, dodici probi e onesti cittadini per far valere i diritti di Tolentino con la loro autorità personale. Nei mesi successivi continuarono a chiedere udienze al Legato per risolvere celermente e positivamente la questione. Ma il Legato inviò Nicolò Mazzerio come commissario ad Urbisaglia, insieme al reverendo Paolo, judex malleficiorum, per indagare direttamente sugli avvenimenti; e il 17 aprile fece personalmente una visita a Tolentino e gli onori per un suo degno ricevimento furono affidati a Nicola di ser Bernardo, Benadduci di Nicola, Lorenzo ser Pasqualini e Giacomo Antonio Savie. Mentre più volte Tolentino tentava di nominare il podestà per Urbisaglia. Il 9 maggio al consiglio di Credenza, gli ambasciatori Lorenzo se Pasqualini e Lorenzo Massi riferiscono che il comune può rientrare in possesso di Urbisaglia, dopo aver pagato trecento ducati aurei al tesoriere della provincia. Il 23 maggio, su proposta di Cristoforo Maruzi viene imposta una dativa in base al vecchio catasto per pagare i trecento ducati di multa. Il primo giugno si nominarono ser Battista dei Parisiani e Antonio di Andrea, con ampio mandato per sottoscrivere ogni accordo, promessa o obbligazione con il legato cardinale Giovanni Paolo Orsini, mentre ad una richiesta di amnistia per i cittadini di Urbisaglia incarcerati, il consiglio generale deliberò di liberarli, dopo una salutare fustigazione pubblica.
Ma la situazione non era ancora pacifica e tranquilla, tanto che per organizzare una squadra addetta al controllo dell'ordine pubblico in occasione della festa all'abbazia di Fiastra, si deliberò di schierare tra i 150 e i 200 uomini armati di tutto punto perché c'era uno spirito di furore in Urbisaglia. E nel libro delle spese di Tolentino per lo stesso anno risulta il pagamento di 54 bolognini per retribuire una decina di soldati recatesi nottetempo ad Urbisaglia al servizio del domino Marescallo per procedere all'esecuzione contro i condannati.
Il cardinale Orsini, Legato della Marca, il 28 maggio 1465 sentenziò sulla lite dal palazzo legatizio di Macerata: Urbisaglia torni sotto Tolentino; questi non insulti gli urbisagliesi e non permetta che i suoi abitanti lo facciano; non invadano ostiliter Urbisaglia e non devono fare innovazioni nei suoi statuti e nelle sue consuetudini; siano prosciolti tutti i prigionieri, siano annullati tutti i processi in corso contro gli urbisagliesi e rimessi tutti i danni dati o ricevuti, sotto la pena per gli inadempienti di 3.000 ducati.

Ritorno sotto Tolentino e tentativi di conquistare la libertà davanti la Sacra Rota di Roma
Così Tolentino riuscì a rientrarne in possesso solo nel successivo giugno, ottenendo un punto a suo favore, visto che la contestazione del suo dominio non riguardava solo Urbisaglia: Colmurano infatti, approfittando della situazione, ottenne la facoltà di eleggere autonomamente il proprio podestà, come faceva da tempo anche Caldarola. La pergamena che descrive l'episodio, riporta la cerimonia, per certi versi suggestiva, della presa di possesso da parte del podestà Niccolò Berardi di Urbisaglia, eletto da Tolentino. Accompagnato dal sergente degli armigeri, Niccolò Frollano, si recò al palazzo priorale dove, alla presenza dei priori locali e della cittadinanza tutta, gli furono consegnati gli statuti comunali e le chiavi delle porte del castro in segno di avvenuta pacificazione. Poi, accompagnato dagli abitanti, scortato dal sergente che reggeva una mazza d'argento in segno dell'avvenuta sottomissione, e tenuto per mano dal sindaco di Urbisaglia, fu condotto per le vie principali e nei pressi delle porte Fiastra ed Entogge. La popolazione doveva presentare atti di omaggio e sudditanza dovunque transitasse il solenne corteo.
Mentre continuava la causa davanti alla Sacra Rota, il Papa aveva avocato a sé la causa a luglio: numerosissime volte la Santa Sede sarebbe stata chiamata a dirimere le vertenze tra l due rissosi e contrapposte comunità.
Il 27 settembre giungendo in corteo presso il ponte del Diavolo a Tolentino e innalzando al vento un palio di seta, il sindaco di Urbisaglia, Maurizio Mancini di Montecchio, giurò fedeltà a Tolentino davanti al rappresentante del Legato, dominus Latinus, e alle autorità cittadine: il podestà Andrea de Spada, il sindaco Ansovino di Andrea e i priori Angelo Martini, Benadduce di Nicola, Tommaso Bonitti e Nicola di Giovanni.
Ancora, il 14 gennaio 1466, ser Tommaso Lopidii de castro de Urbisalie pronunciò il giuramento come sostituto del castellano Paolo Ludovici di Camporotondo e gli vennero consegnati gli statuti, mentre il nuovo podestà, ser Francesco di Nicola, prese possesso della sua carica solo il 19 maggio. Mentre andava avanti la causa in Sacra Rota, Urbisaglia non si presentò al giuramento di fedeltà, così che venne nuovamente condannata in contumacia, anche per non aver offerto un pallio di seta di 20 soldi in occasione della festa di san Catervo, nella persona dei suoi priori: Jacobo Pauli, Bartolomeo Petri Marcelli e Giovanni Bardazze. Mentre continuava la causa, Urbisaglia vendette un pezzo di terra comunale in contrada Colli Vasari, sicuramente per finanziare le spese processuali, destando le ire di Tolentino che delibero in consiglio generale di presentare ricorso davanti al Governatore, nella persona del preposto di san Catervo.
Nel febbraio 1467, Tolentino nominò Antonio da Gubbio, come procuratore per la causa con Urbisaglia vertente presso la Curia romana, con atto notarile di Raniero Giampaoli di Montecchio. Nel consiglio del 28 maggio, dopo aver fatto una ispezione sulla dotazione delle armi e delle balestre e ordinato di sorvegliare le porte cittadine, forse per i primi indizi di diffusione della peste o per i fatti di Urbisaglia, si nominarono nuovi ambasciatori da inviare a Roma per la causa. Secondo la documentazione di Tolentino la causa doveva volgere al peggio per Urbisaglia se, il 19 dicembre Giovanni Mancini detto Brubimo di Sanginesio, giurava fedeltà a Tolentino a nome del sindaco Stefano Sebini, mentre Tolentino affittava con il pieno diritto del possesso il terreno, già venduto dalla comunità sui colli Vasari, come pascolo per i maiali. Ma all'inizio del nuovo anno sorse una nuova questione al consiglio generale di Tolentino: si cercavano affannosamente documenti e pezze di appoggio per contestare la proprietà delle possessioni appartenenti a Fidesmido alla Camera Apostolica, che aveva diffuso numerosi bandi per la vendita. Vennero nominati alcuni cittadini divisi per quartiere, anche per raccogliere la cifra necessaria all'acquisto se si fosse indimostrata infondata l'ipotesi di proprietà comunale. Intanto Antonello Ercolini, podestà di Urbisaglia, presentò la richiesta a Tolentino per rifare il reggimento delle magistrature per Urbisaglia. Vennero nominati Nicola di Benadduce e Matteo Augusti Seris, priori di Tolentino, che insieme al podestà e ad alcuni illustri uomini di Urbisaglia avrebbero ricostruito il bossolo delle magistrature urbisagliesi, distrutto nella ribellione precedente. Furono registrate tredici quaterne di nominati per la carica di priore, abbinate ad un solo nominativo per la carica di camerario, e consegnate ai priori di Tolentino per la custodia e l'estrazione dopo l'approvazione consiliare, secondo le prescrizioni stabilite dagli statuti comunali. Il 22 maggio venne estratto il nuovo podestà di Urbisaglia nella persona di ser Francesco Jacopi.

Conferma di Urbisaglia al dominio di Tolentino con spazi di autonomia
Finalmente, Liberato de Manasseus de Interamne, arcivescovo di Spalato, tesoriere e governatore luogotenente della Marca comunicò le decisioni della Sacra Rota a Mariano Claudi, procuratore di Urbisaglia, a Bartolomeo Petri sindaco di Urbisaglia, a Baldassarre Pascolini, sindaco di Tolentino e a Domenico Luce, originario di Urbisaglia ma residente a Tolentino, il 24 settembre 1468. Urbisaglia era terra raccomandata e non immediatamente soggetta a Tolentino: in base a questa sentenza Tolentino non era autorizzata a tenere in prigione e torturare i cittadini di Urbisaglia ingiustamente condannati, che dovevano quindi essere immediatamente liberati. Il governatore, inoltre, accludeva alla sua sentenza quella del cardinale Orsini, vescovo Albanense e Legato della Marca, che riconfermava Urbisaglia alla giurisdizione di Tolentino nello stato originale prima della rivolta, assolveva le due comunità per i reciproci reati commessi durante la ribellione e Urbisaglia veniva condannata alle spese giudiziarie poiché Tolentino esercitava legalmente il merum et mixtum imperium. Nell'occasione fu tenacemente favorito Tolentino poiché illegalmente aveva decapitato un urbisagliese disarmato che si era recato, con un salvacondotto concesso dal Legato, alla fiera di san Tommaso svoltasi in quella città. Non fu l'unico decapitato a Tolentino, nel 1470 fu giustiziato un certo Giovanni Cervellerie di Colmurano, reo di sodomia, e fu retribuito il boia con tre carlini; mentre la tavola e il ceppo per il supplizio fu pagato un solo scudo.
Inoltre, Tolentino brigava con la Curia, pretendendo di detrarre dalle sue tasse verso la Santa Sede delle spese sostenute per il mantenimento di dieci cavalieri in Urbisaglia e di cinque in Colmurano, stanziati in quei castelli per il controllo dell'ordine pubblico e della pacifica coesistenza. Ancora, si registra negli atti documentali del comune, un'intensa attività diplomatica con ripetuti invii di ambasciatori a Roma e al Legato della Marca, il cardinale Aquilano, o il suo luogotenente, per ottenere nuove sentenze favorevoli contro Urbisaglia, che si rifiutava di contribuire ad una nuova imposta papale, e per procedere nella costruzione della Rocca.
Il 25 giugno 1469, viene eletto come podestà Gregorio dei Reguardati da Norcia, con un salario di 130 fiorini, nonostante una petizione presentata da Jacopo Franciosi e altri cittadini di Urbisaglia per potere deliberare all'interno del proprio territorio e di poter nominare, come podestà, dominum Johannem de Lauro. La richiesta non fu presa in alcuna considerazione, tanto che in novembre, un nuovo podestà ser Ludovico Ruperti, fu elogiato dal consiglio generale di Tolentino per aver pubblicato un libro in occasione della morte del vescovo di Macerata e Recanati, il quale aveva sostenuto la tesi di aggregare al capitolo di quel vescovado le proprietà dell'Abbazia di Fiastra.

I cardinali commendatari all'abbazia di Fiastra
Sin dal 1448, il comune di Macerata e il vescovo di quella città, avevano fatto richiesta al papa Nicolò V di assegnare i beni dell'abbazia in favore della mensa vescovile, ma senza risultato. Per salvare l'abbazia dal completo sfacelo, Callisto III l'aveva data in commenda al nipote cardinale Rodrigo Borgia, legato della Marca e futuro papa con il nome di Alessandro VI (1431? - 1503), con l'obbligo di restaurare gli edifici monastici e provvedere ai monaci rimasti, che vi avrebbero continuato a dimorare per il servizio della chiesa e l'amministrazione dei sacramenti. La commenda cardinalizia durò 125 anni e risollevò l'abbazia dalle disastrose condizioni in cui si trovava. I cardinali commendatari furono tutti personalità di grande levatura: a Rodrigo subentrò un altro Borgia, Giovanni; poi di seguito i cardinali Marco Balbo, Latino Orsini, Raffaele Riario, Girolamo Sansoni, Guido Ascanio Sforza e Alessandro Sforza.
La nomina di Rodrigo Borgia non rintuzzò subito le aspirazioni di Macerata, che nel 1465 dette mandato al canonico Marco Cola di recarsi a Roma, insieme con cinque membri del consiglio, per presentare a Paolo II una nuova richiesta. A queste interessate manovre maceratesi, Tolentino rispose inviando a Roma nell'ottobre del 1469, come ambasciatori magistrum Jeronimum, ser Battista de Parisiani, Beneductium ser Niccolai, Johannem Paulum ser Petri et Johannem Catervi, per sostenere di annoverare l'abbazia nel proprio territorio.

Continua la normale amministrazione di Tolentino tra peste e tentativi di autonomia
Oltre alla emissione di vari bandi per tenere lontana la peste dalle nostre contrade, che invitavano a presidiare con armati le porte cittadine e controllare i movimenti degli stranieri, soprattutto degli albanesi e slavoni, il comune di Tolentino, facendo un primo passo accomodante verso il proprio distretto, deliberò in via del tutto straordinaria di nominare podestà Giovanni da Loro, come era stato precedentemente richiesto da una petizione popolare di urbisagliesi.
Il 25 aprile 1470, Nicola, canonico trevigiano e commissario in spiritualibus della Marca, scrisse alle comunità di Tolentino, Montolmo, Urbisaglia, Loro, Mogliano e Petriolo di non accedere ai possedimenti appartenuti a Fidesmido di Camerino, vecchio signore di Urbisaglia, o impadronirsi dei suoi terreni sotto la pena di 25 ducati. Il 25 maggio venne eletto Giovanni Claudi come podestà di Urbisaglia, dopo aver giurato fedeltà al podestà di Tolentino come lo stesso sindaco Tommaso Petri de Salomonie.
Nello stesso periodo, il consiglio di Tolentino tornò a riunirsi più volte per discutere le lagnanze che alcuni cittadini avevano presentato contro i priori di Urbisaglia. Il comune a causa degli acquisti di terreni in Brancorsina e delle liti contro Tolentino per la libertà era precipitato in una grave crisi economica, dal quale aveva prospettato di uscire prendendo dei censi in prestito da Domenico Baldoni di Sanginesio e aumentando la tassazione sui propri concittadini per pagarli. Alcuni di questi protestarono fortemente con le autorità comunali di Tolentino, le quali erano inoltre molto sospettose dei movimenti di autonomia, che gli urbisagliesi mettevano in atto. Inoltre lo stesso Domenico Baldoni fece pressione presso il governatore della Marca, il quale scrisse ai priori di Tolentino di costringere Urbisaglia a pagare, anche con la forza se fosse stato necessario.
La situazione non era tanto tranquilla nella vita sociale del paese, tanto che il podestà Giovanni Claudi fu villanamente assalito da un certo Bartolo e ferito. Il consiglio di Credenza di Tolentino stabilì che si inviasse il socio milite con 25 armati per catturare Bartolo; che fosse tradotto in catene a Tolentino; che fosse condannato a 50 tratti di corda nella pubblica piazza come prima dimostrazione ad esempio degli altri e che quindi fosse giudicato dal tribunale, sottoposto a tortura e alla decapitazione: il tutto con una sentenza già scritta e definita. Il tratto di corda era il più comune dei tormenti che consisteva nel legare con una corda le mani dietro le spalle dell'imputato; la corda passava poi per una carrucola infissa in alto. Tirando la corda il torturato veniva sospeso in aria per un certo tempo e poi poteva essere lasciato cadere di colpo per un certo tratto di fune, infliggendogli così quelli che venivano chiamati tratti di corda o insaccate.
I motivi dei dissapori tra Urbisaglia e Tolentino non erano solo questi. C'era in sospeso anche la questione delle proprietà comunali situate nei colli Vasari e in Brancorsina, che Tolentino si arrogava per sé. Corradino e Mattiolo di Urbisaglia le avevano occupate pascolandovi i propri armenti, vantando il diritto di averle in affitto dalla comunità di Urbisaglia. Il consiglio di Credenza di Tolentino ingiunse loro di liberare le terre dagli animali e di pagare il danno dato. Questo scatenò l'ira di quelli di Urbisaglia, infatti il nuovo podestà di Urbisaglia Jacobo Stefani comunicò ai priori di Tolentino che nessuno degli urbisagliesi voleva lavorare le terre appartenenti alla comunità di Tolentino nel territorio di Urbisaglia.

Nuove manovre per la libertà da Tolentino
Ma il desiderio di indipendenza continuava a covare sotto la cenere, nonostante le annuali e formali promesse di sottomissione e l'offerta di un palio di seta dipinto per la festa di san Catervo. Gli abitanti di Urbisaglia continuarono testardamente ad inviare e presentare istanze e suppliche al Papa per l'autonomia e per la scarcerazione di numerosi concittadini detenuti illegalmente per la grave colpa di amare troppo la propria patria. Inoltre nel consiglio di Credenza di Tolentino dell'11 marzo 1472, si tornò a discutere della questione. Il Legato papale aveva scritto perché fossero inviati due o tre cittadini a Macerata con mandato amplissimo per discutere con i massari di Urbisaglia su tutte le questioni sorte nella passata rivolta. Dal documento si evince che il Legato esercitasse una specie di protezione su Urbisaglia per difenderla da una possibile vendetta di Tolentino. Infatti Andrea di Ancona, commissario del Legato, ottenne l'elezione a podestà di Urbisaglia di Pietro Rainaldi in vece di Antonello Cherubini. La cosa è indicativa perché nell'imbossolamento dei probabili podestà di Urbisaglia e Colmurano, quello di Urbisaglia non venne imbussolato.
Nel consiglio di Credenza del 18 maggio si tornò a parlare di Urbisaglia in questi termini: cum dictos Urbisalvienses in eorum perfidia perseverantes non desistono dall'incaponirsi nel disubbidire al loro legittimo podestà, nec desistunt ab eorum malis operis continue ... contra hanc nostram comunitatem. Si nominano tre cittadini, Lorenzo de Pasqualini, Lorenzo de Massi e ser Ludovico Ruberti, per indagare sui fatti di Urbisaglia e riferire al consiglio e al podestà Troilo, originario di Santelpidio. Nel frattempo Giovanni Berdozze e Cola Luce erano stati arrestati dal podestà di Tolentino per cospirazione e altri delitti da loro commessi e perpetrati. Messi ai ferri, giacevano in prigione, mentre il luogotenente ordinava al comune che fossero condotti a Macerata per essere giudicati. I consiglieri di Tolentino, sospettando che il luogotenente non li volesse giustiziare, ma salvare loro la vita, inviarono ambasciatori a Roma per difendere il loro diritto ad applicare la giustizia sugli abitanti di Urbisaglia. Così per mettere la curia davanti al fatto compiuto giustiziarono immediatamente Giovanni Berdozze. Ma non tutti gli urbisagliesi erano visti da Tolentino come probabili cospiratori, tanto che ritroviamo un certo Giovanni di Cristoforo da Urbisaglia come grande ufficiale per i danno dato per l'intera terra.

Contromosse di Tolentino
Per i fatti di Urbisaglia e la guerra in atto con Sanseverino il podestà e i priori di Tolentino, vennero arrestati e incarcerati a Macerata. Così in questa crisi istituzionale del comune, il consiglio di Credenza rapidamente si riunì e delibero di nominare Marco Filelfo come ambasciatore da inviare a Macerata e a Roma per ottenere la liberazione delle autorità cittadine. Mentre il cardinale Orsini, legato pontificio si autoproclamava podestà di Tolentino e inviava Francesco Antonelli da Montolmo come suo vice. Anche Giovanni Francesco Mauruzi, nominato ufficiale ai crimini, venne inviato come ambasciatore a Roma. In quell'anno Tolentino si diede ad un'intensa attività diplomatica su tutti i fronti. Ritroviamo nel libro delle spese una documentazione ricchissima con spese anche considerevoli, fino a 400 fiorini, per i soggiorni dei propri ambasciatori a Macerata, Cingoli, Ancona, Roma, Napoli e Milano. E il ruolo dei Mauruzi fu importante in questa occasione, tanto che il comune gli regalò la possessione di Brancorsina, o Coste di Chienti, per i meriti acquisiti durate la guerra con Sanseverino e la soluzione della crisi con Urbisaglia. Questa possessione apparteneva al comune di Urbisaglia e nella separazione dei territori, avvenuta quasi centanni più tardi, questa perse completamente questa parte importante del suo territorio, che gli permetteva di confinare con Pollenza come riportano le antiche pergamene.
Nel settembre sembra che Tolentino riuscisse a superare il momento sfavorevole; venne nominato il nuovo podestà di Tolentino nella persona di Francesco Antonio da Recanati. Si nominò Stefano di Matteo come nuovo sindaco di Colmurano, mentre Urbisaglia, il 17 ottobre, subì una condanna in contumacia per non essersi presentata al giuramento di fedeltà. Successivamente, l'oratore inviato a Roma, interrogò il consiglio di Credenza su cosa fare riguardo alla condanna di 300 ducati subita dal podestà e i priori, ancora incarcerati in Macerata. Il consiglio deliberò di pagare, metà a spese della comunità e l'altra metà a spese degli stessi imprigionati. Non fu la sola multa pagata da Tolentino: Giovanni di Catervo aveva già versato nelle casse erariali 250 marche papali per far togliere l'interdetto e altri 500 ducati veneziani d'oro erano stati versati al tesoriere della Marca per la condanna subita in occasione della guerra con Sanseverino.
L'11 aprile 1473, il consiglio di Credenza tornò a riunirsi sulle nefandezze e obbrobri perpetrati dai malefici urbisagliesi contro Tolentino, si stabilì di inviare un ambasciatore a Roma, que portet secum pecunias, che esplorasse l'intenzione della curia presso un tal Tommaso Ungaro, che indagasse e scoprisse le carte di Urbisaglia, quindi riferisse ai priori e si prendessero le contromisure necessarie a conservare il potere sul distretto ribelle. Nell'intero anno si continuò a brigare con ambasciatori inviati presso il Cardinale di san Sisto, presso il Legato della Marca, e presso le corti di Milano e Napoli, affinché si adoperassero al recupero della riottosa Urbisaglia. Nel frattempo, in occasione della festa di san Catervo, si condannò Urbisaglia in contumacia per non aver prestato il solito giuramento di fedeltà.

Un breve respiro di libertà e una sanguinosa ribellione
Inaspettatamente, il papa Sisto IV (1414-1484) con un breve, inviato al governatore Paolo Odescalchi, mise Urbisaglia alle dirette dipendenze della Santa Sede, ma sette anni dopo, ritornando sulle sue decisioni, cancellò la decisione dietro le insistenti e pressanti richieste di Tolentino.
Nel 1488 scoppiò una lite tra i comuni di Colmurano e Urbisaglia per il possesso delle selve di Monte Loreto, che Tolentino riuscì a dirimere solo secoli dopo. Si giunse così alla successiva ribellione del maggio del 1497, alla quale parteciparono: Marino di Barbazia, Pietro di Nicola, il frate Giacomo, Francesco di Antonio detto Morello de Strellere, Pietro Giovanni Mattioli, Francesco Simonetti, Troilo di ser Tommaso e Marinangelo Petraccini. La presenza nella ribellione di un frate e di un ricco possidente è indicativa di come l'aspirazione all'autonomia avesse raggiunto tutti gli strati sociali della collettività locale. Tentarono prima una sollevazione dei cittadini del borgo, e poi radunati un manipolo di arrabattati fanti e cavalieri marciarono alla conquista di Urbisaglia. Ma la voce della sommossa era già trapelata e giunse all'orecchio del podestà di Tolentino, che fece presidiare il borgo, giorno e notte, da una numerosa guarnigione di armati. Dei ribelli furono subito catturati Francesco detto Morello e Pietro Giovanni Mattioli. Dopo un sommario processo furono condannati a morte mediante decapitazione. La sentenza fu eseguita nella pubblica piazza di Tolentino davanti al popolo riunito per l'occasione.

Vita religiosa e civile nelle confraternite
Ai primi del '500 risale la costituzione della confraternita del Santissimo Sacramento. La struttura organizzativa della confraternita prevedeva due priori, un camerlengo e un depositario, che restavano in carica per soli sei mesi dopo aver prestato un giuramento di rispondere di persona nei possibili ammanchi nella gestione amministrativa. Principali attività della confraternita erano l'organizzazione nel culto al Santissimo Sacramento, di pellegrinaggi e processioni, il prestito ai confratelli in stato di necessità, l'istituzione di fondi per le doti delle zitelle, coprire le spese per il baldacchino nelle processioni, le candele e l'olio per la lampada del Santissimo, e la distribuzione di pane e castagne in alcune feste stabilite (Ognissanti). Ogni associato era tassato per quattro bolognini se maschio e due bolognini se femmina. Da un elenco coevo risultano iscritti 95 uomini, di cui 4 sacerdoti, e 167 donne. La loro esperienza associativa formò il tessuto connettivo della vita democratica del paese su base solidaristica; non a caso i principali attori (Pacciaritto e Vincenzo Saraceni, Domenico Capponi) nella causa della libertà di Urbisaglia da Tolentino, proverranno dalle sue fila organizzative. Invece, al 1533 risale certamente l'istituzione della Confraternita della Beata Vergine della Misericordia, con lo scopo di assistere i confratelli e i bisognosi nelle esequie e lucrare le indulgenze per i defunti. Ambedue le confraternite gestirono un monte di Pietà o Pio Monte Frumentario.

La Rocca finalmente viene completata
E nel contesto delle continue ribellioni e del malcontento popolare degli urbisagliesi che si decise di avviare la costruzione della Rocca, di cui è evidente la funzione architettonica di controllo strategico e militare sul paese e la sua popolazione, dopo che il papa Alessandro VI aveva concesso la sua approvazione.
Nel 1503 la ricostruzione della Rocca doveva essere già completata, se un breve di Giulio II autorizzò i castellani della fortificazione a giurare la fedeltà nelle mani del podestà di Tolentino e non in quelle del Rettore della Marca, come si era eseguito precedentemente.
Nel 1507 Stefano Folchetti completò il Trittico di san Lorenzo, a spese di Sante, pievano di san Lorenzo, e di altri cittadini devoti di san Francesco, durante questo travagliato e violento periodo.
Nel 1512, essendo carcerati ingiustamente alcuni d'Urbisaglia da Tolentino, questi inviò degli ambasciatori a Roma per sostenere la loro colpevolezza e la garanzia che sarebbero stati rilasciati se trovati innocenti. Il Papa, invece, ordinò ai contendenti di presentarsi davanti i suoi tribunali e sottoporsi al loro giudizio più garantista.

La Marca attraversa una instabilità politico-militare e Urbisaglia una litigiosità giudiziaria
Nello stesso anno Spagnoli e tedeschi attraversarono la Marca alla volta del regno di Napoli, lasciando dietro di loro angherie e vessazioni sulla popolazione, che proseguiranno fino al sacco di Roma del 1527.
Camerino e il suo contado, che comprendeva Urbisaglia, vennero eretti in ducato a favore di Giovanni Maria Varano (1515), alla morte del quale senza discendenza maschile (1527), il ducato restò disgiunto dal Governo della Marca, passando alla vedova Caterina Cybo e alla figlia Giulia e poi a Ottavio Farnese, per essere costituito infine in governo separato nel 1545.
Nel gennaio del 1542, dopo il ferimento del podestà, Tolentino emise un'ordinanza nel quale vietava di portare armi dentro Urbisaglia; chiunque sarebbe stato sorpreso armato avrebbe subito quattro tratti di corda nella Rocca da parte della guarnigione.
Nell'aprile del 1549 monsignore Migliorelli, vicelegato della Marca, esaminò la lite tra Colmurano ed Urbisaglia per le selve di Monte Loreto che perdurava da molti anni; le assegnò alle due comunità contro il parere di Tolentino che le pretendeva per se e per i suoi soldati asserragliati nella Rocca. Urbisaglia, nominò Ercole Ercolani, avvocato di Macerata, come procuratore per il ricorso contro la sentenza contestando a Colmurano la comproprietà delle selve. Il mandato venne confermato dal consiglio composto dai seguenti consiglieri: Domenico Cola, Bartolomeo di Cesare, Antonio Corradini, Caterino Pascolini, Francesco Paladini, Marino di Pietro, Francesco Crescimbeni, Detaino magistri Pauli, Cecco di Giovanni Dominici, Leonardo, Zengaritto Tassaglia, Luca Cola, Paolo Marini, Paolo Malecucine, Carlo di Catervo Foglietta e Sforza Dominici. I priori del tempo erano Branerio di Pietro, Cecco di Giovanni Marini e Jacobo di Domenico Mariani.
Nel 1559 Tolentino proclamò che non si potessero celebrare i Consigli della Comunità senza la licenza del podestà, sotto la pena di tre tratti di corda da infliggersi in pubblico ai consiglieri che avessero partecipato all'assemblea e al bajulo che proclamasse al popolo il bando di convocazione. Probabilmente erano stati informati del fatto che alcuni consigli si erano stati riuniti segretamente per discutere sulla opportunità e sulle modalità di presentare nuove petizioni al Papa, onde ottenere l'agognata libertà da Tolentino.
Nel 1562 il conte Antonio Mauruzi e Catervo Rutilone furono i rappresentanti di Tolentino per una lite riguardante l'uso delle selve situate nel vallone de li Frisculi e di Brancorsina, mentre Urbisaglia era rappresentata da Antonio Loino di Porcula. In questa occasione la lite non fu risolta e si protrasse per più di un secolo.

La via legale alla libertà e seconda provvisoria vittoria
Dalle Uscite della compagnia del Santissimo Sacramento del luglio 1563 risulta: In prima li detti priori (Giuliano Foglietta e Bernardino di Pietro) dettero in prestito alla Magnifica Comunità di Urbisaglia e per lei contanti a maestro Vincentio Saracini et a maestro Bernardino Marcelli per le mani del prefato ser Giuliano fiorini trenta doi quali forno mandati a Roma per la causa de essa Comunità con Tolentino, li portò il suddetto maestro Bernardino che così ho scritto io don Bernardino Saracini per commissioni delle parti. E il primo documento che attesta una frenetica attività per ottenere la libertà di Urbisaglia per vie legali dopo che le numerose rivolte avevano fallito nel tentativo di mettere Tolentino e la Chiesa davanti al fatto compiuto.
Infatti, i cittadini urbisagliesi, nel 1564, inviarono come oratori don Cino Campano, originario di Osimo, e don Ludovico Salviense a Roma, con una petizione al papa Pio IV (1499-1565), chiedendo, per l'ennesima volta, l'autonomia e l'elezione del cardinale Mark Sittich von Hohnems (Altemps), nipote del Papa stesso e legato della Marca, a governatore provvisorio di Urbisaglia. L'iniziativa fu coronata da successo, infatti Pio IV con un motu proprio del 30 ottobre 1564 inviato al nipote Marco, cardinale dei Dodici Apostoli e legato della Marca, rese Urbisaglia direttamente soggetta alla Chiesa. Il cardinale inviò Domenico Barbetta di San Costanzo a prendere immediatamente possesso in suo nome della Rocca e del paese. Il Papa, inoltre, scrisse una lettera direttamente a Tolentino intimandogli di consegnare subito la Rocca con la minaccia della scomunica, in caso contrario. Dal libro delle sentenze emesse da Pietro Barbetta, sedentem in banco ligneo existente in torrione arcis dicte Terre iuxta foveum Comunis ac alia notissima latera, ricaviamo uno spaccato della storia sociale, economica e politica di Urbisaglia.
Nel dicembre del 1564 si volse un processo contro Ottaviano Bernabeo Farroni che fuggì dalla Rocca dove era carcerato per una condanna, rompendo le catene e usando chiavi false. Fu condannato alla multa di 50 lire, condonate poi da Angelo Angelini. Tra gennaio e marzo del 1565 si svolsero: una causa per la mancata restituzione di un prestito tra Angelo Sabbati, ebreo di Tolentino, e Matteo Placiti di Urbisaglia; tra Antonio di Cola Dominicotti e Domenico di Antonio Dominici, ambedue albanesi residenti in Canalecchio, dove esisteva un allevamento di bufale; l'albanese Andrea di Cola venne condannato per aver colpito con una pietra Gilio di Giovanni Paolo da Fiegni in contrada Spescie, a causa di una lite sorta per il furto di una greppia; contro Marcuzio Caracini che aveva effettuato diversi furti di grano, orzo e lardo passando con destrezza per i tetti, e condannato era scappato dalla Rocca passando dalla porta falsa; mentre invece Giorgio Antonelli di Montecchio, detto Marguttu, venne liberato dal carcere della Rocca, dopo che il padre aveva pagato la multa. Ma il processo più interessante è quello contro Marcello detto Sforafratte, che nonostante fosse stato bandito dal Legato della Marca, si presentò alla porta di Fiastra e apostrofò con male parole Dettaino magistri Pauli di anni 55 e a capo dei priori della comunità, intimandogli di fare i bollettini del pane venale. Alla risposta che era competenza del Commissario legatizio, lo Sforafratte si allontanò. Ma dopo un ora incrociò Dettaino presso il palazzo comunale, dove si recava per l'ufficio della sua carica. Lo apostrofò con la frase: "Dettaino, Dettaino, parte a te che mi habbia a menare per la fibbia, et mandarmi da Rode et Pilato". Al che Dettaino rispose che non sapeva a che cosa si riferisse. Sforafratte allora lo aggredì con un pugno al naso, procurandogli una ferita con effusione di sangue. Se non avesse fatto ricorso alle cure mediche, sarebbe di certo morto dissanguato. Per non essere arrestato, Sforafratte riuscì a fuggire dalla Terra scardinando i cardini della porta verso l'Entogge. Fu condannato in contumacia alla pena di tre anni di carcere duro.

Finalmente la libertà
La repentina morte del Papa bloccò sul nascere questa sofferta e a lungo desiderata riconquista della libertà per gli Urbisagliesi, che fu rinviata di ben altri cinque anni; mentre i peroratori della causa di Urbisaglia furono condannati e inviati alle galee pontificie. Mentre continuavano i tentativi di libertà, nel 1566, Ciriaco Spondeo di Fano ricopriva la carica di commissario Terre Urbisalie, mentre il bajulo era Giovanni Crisogani e i priori incaricati in settembre Pacciaritto Silvestri e Loctium Catarini. Un primo positivo risultato lo ottennero con la sentenza inappellabile del 18 agosto 1568, quando alcuni cittadini di Tolentino, che avevano proprietà agrarie nel territorio di Urbisaglia, furono condannati a pagare come gli altri cittadini urbisagliesi due carlini per cento nel censo dei terreni, in base ad una lettera di transazione di Pio V del 1566.
Ma gli urbisagliesi non si lasciarono prendere dallo sconforto e continuarono pervicacemente ad insistere anche con l'ausilio di Margherita d'Austria, figlia di Carlo V (1500-1558) e moglie di Ottavio Farnese, duca di Camerino fino al 1545 e successivamente marchese di Parma. Il fatto è testimoniato nel Libro delle Uscite del maggio 1569: vennero inviati a spese della Comunità piccioni, pollastri, vino, olio e cacio, oltre a 9 fiorini consegnati personalmente da Bernardo Serra, per ringraziare la marchesa, che in quel momento si trovava pellegrina a Loreto, per omaggiarla delle attenzioni prestate alla causa di Urbisaglia.
Finalmente il motu proprio pontificio del 9 agosto del 1569 di Pio V (1504-1572) tolse per sempre Urbisaglia dalla giurisdizione di Tolentino, restituendole la tanto agognata libertà, mettendola alle dirette dipendenze della santa Sede e concedendogli il diritto all'elezione del podestà insieme al merum et mixtum imperium per le cause in prima istanza. La motivazione giuridica della libertà restituita agli urbisagliesi veniva individuata nella nullità dell'atto di vendita effettuata da Fidesmido, il quale aveva avuto il dominio di Urbisaglia per concessione papale, quindi risultava solo come un usufruttuario e non il dominus loci, e in tale veste non era nel suo diritto vendere Urbisaglia, proprietà della Camera apostolica, a Tolentino. Con una oblazione di 1150 scudi, versata dai tenaci oratori di Urbisaglia, Vincenzo Saraceni (prima di lui Pacciaritto Saraceni) e Ludovico Salviense, si concluse la lunghissima serie di ribellioni e di controversie tra Urbisaglia e Tolentino.
La somma necessaria fu messa insieme prendendo a censo 200 fiorini da ser Ascanio Gentiloni, 400 da Ottavio Roberti, 400 da Benedetto Santi (tutti di Macerata), 90 con un prestito in olio dal mercante di Mogliano, Martino Rota, e il resto dalle casse comunitarie. Con comprensibile gioia dei cittadini di Urbisaglia, il 28 settembre dello stesso anno, Giulio Fedele, notaio di Macerata, prese possesso della rocca e del castro di Urbisaglia nel nome della Camera apostolica.
A nulla valsero i reiterati ricorsi presentati da Tolentino negli anni successivi, poiché la politica della Chiesa nella gestione dello stato era cambiata. Tra il 1536 e il 1569 fuoriescono dai rispettivi contadi e vengono riconosciute terre Apostolice Sedis immediate subiectae Caldarola sganciata da Camerino, Urbisaglia da Tolentino, Monte san Pietrangeli da Fermo, Castignano da Ascoli. Se nei secoli precedenti la Curia romana utilizzava come strumento di controllo politico del proprio territorio statale la rete dei vicari apostolici, in questo secolo si orientò verso un diverso interlocutore: le città immediate subiectae e i suoi patriziati. Per amministrare meglio lo stato si puntava nella periferia alla frantumazione dei grandi comuni in una miriade di governi separati, istituiti per rafforzare la rete di controllo sul territorio, e soddisfare così l'aspirazione dei ceti dirigenti locali dei piccoli comuni, intesa a mantenere o recuperare in qualche modo alle proprie comunità l'antica autonomia.

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Dalla riconquistata libertà all'Unità d'Italia
1569 - 1860

Organizzazione dell'amministrazione civile della Comunità
Urbisaglia, posta immediate subiectae della Chiesa, continuò ad essere retta da una magistratura, composta da un Gonfaloniere e due priori, che restavano in carica solo due mesi, dopo la loro estrazione dal bossolo dei consiglieri comunali. Ai priori spettava l'amministrare e regolare i pubblici uffici del comune, l'eseguire e far eseguire tutto ciò che veniva deliberato nei consigli e ordinato dalle autorità superiori. Mancando di tali diligenze erano tenuti a risponderne di persona e in solido. Durante l'espletamento del loro ufficio non potevano contrarre debiti, né tanto meno essere incarcerati per i più svariati motivi. Il podestà, eletto da Roma attraverso il legato della Marca o il governatore, esercitava il controllo sul consiglio generale e amministrava la giustizia nei tribunali civili e criminali. Altre uffici amministrativi erano svolti dal camerlengo, dal sindaco, dai revisori dei conti, dai compositori del libro delle esigenze e dai deputati all'annona: tutti di nomina consigliare.
Il camerlengato, carica preposta alle entrate del comune e alla riscossione dei vari proventi, venne esercitato da cittadini che ne facevano richiesta dietro l'offerta di una somma di denaro per la garanzia fideiussoria. Il Sindaco, rinnovato di anno in anno, era delegato al pagamento e al controllo dei lavori pubblici. Sia il podestà, che il sindaco e il camerlengo dovevano, alla fine del loro mandato, sottostare al giudizio sindacale dei cittadini. Il consiglio generale era composto fino a trenta membri scelti tra i cittadini, che godevano diritti attivi e passivi, cioè esercitavano il diritto del voto e di poter essere eletti. I chierici privilegiati non potevano far parte del consiglio; ma potendosi in esso trattare di questioni inerenti gli interessi ecclesiastici, Innocenzo XI, con una circolare del 19 luglio 1681, ordinò che si eleggessero due deputati del clero, uno per quello secolare ed uno per quello regolare, i quali potessero intervenire nell'approvazione del bilancio, nelle deliberazioni per gli appalti pubblici, nel rendiconto dei conti e in tutti quei atti nei quali si trattasse del loro interesse. Gli ecclesiastici avevano un voto solo consultivo, assistendo e suggerendo quello che stimassero più giusto e proficuo; ma nei fatti erano i consiglieri più ascoltati. I consiglieri dovevano, inoltre, pagare al comune la bella somma di 25 scudi per avere il diritto di esercitare qualsiasi carica amministrativa.
I dipendenti del comune erano: il segretario che svolgeva anche le funzioni di notaio e cancelliere; il balivo o trombetta che diffondeva i bandi e convocava i cittadini; il maestro della scuola elementare maschile; il medico chirurgo, che esercitava all'ospedale, oltre che la libera professione, e il moderatore dell'orologio.
La frantumazione della periferia dello Stato pontificio in una miriade di governi separati, fu conseguenza del riassetto territoriale, dei recuperi e delle decisioni adottate, specie nel corso del XVI secolo, dalla Santa Sede che non poteva prescindere dal consenso dei governati, che era dire delle élites locali. Si trattava di un ceto nuovo, formatosi attraverso la progressiva fusione ed amalgama di famiglie in parte di origine feudale (milites, domini, domicelli) titolari di antichi diritti pubblici sussistenti allo stato residuale, in parte formata da gruppi emersi negli ultimi due secoli dalla pratica del diritto, della medicina, del commercio e nei paesi più piccoli nell'artigianato. La fine delle esenzioni fiscali dei signori, rende più compatto questo aggregato sociale costituito dai maggiori contribuenti, garanti del normale gettito tributario, ma anche interessati a gestirne in prima persona e sul posto le operazioni dirette all'accertamento fiscale, all'estimo delle proprietà, al riparto delle spese e all'esazione dai tributi. Sono gli interlocutori ideali del potere centrale, attraverso il governatore della provincia, funzionali dunque alle esigenze del centro come a quelle della periferia.
Le finanze locali erano sovvenzionate dalla tassa sul focatico imposta alle singole famiglie, dalla tassazione sui terreni in base alla descrizione agricola del catasto, dagli affitti dei terreni comunali, dai proventi di alcuni servizi, come i forni nelle contrade di Guardacinque e Guardaotto, il molino a grano, la spedizione delle lettere, il camerlengato, il danno dato, la cenciaria (raccolta degli stracci), la grascia (la raccolta del letame e dei resti della vinificazione), la caldara di rame appaltata per vinificare il vino cotto, ecc. Ma le entrate non erano certamente sufficienti se il cancelliere Vincenzo Saraceni, il 19 agosto del 1585, chiese un prestito a nome della comunità al console e priore di Sanseverino con la fideiussione del concittadino Anton Maria Divino.

Liti giudiziarie per riappropriarsi dell'intero territorio comunale
I primi anni del nuovo comune furono vessati da continue cause con i comuni limitrofi per i confini, con i proprietari terrieri per accertare il giusto importo delle collette; tra il comune e i decaduti amministratori, i quali non sempre presentavano il giusti conti, evitando anche di sottoporsi al sindacato di controllo; liti con i proprietari ecclesiastici che pretendevano inopinatamente per il comune la completa esenzione delle collette stesse (bisogna annotare che più di tre quarti del territorio di Urbisaglia era di proprietà di enti ecclesiastici); dissapori sui lavori pubblici nei quali la realizzazione eseguita non corrispondeva spesso al capitolato d'appalto. Tutte queste spese incisero negativamente nelle esauste casse del comune, dovendosi continuamente far ricorso alla competenza di numerosi avvocati a Macerata e di un procuratore legale a Roma, provvedere alle spese legali e documentali, e frequenti viaggi per presenziare le cause quando erano avviate e discusse davanti ai vari livelli del giudizio. In proposito è documentata una lunghissima serie di asserzioni, in data 18 agosto 1570, sottoscritte da numerosi testimoni ultraottantenni che ricordano come il territorio di Urbisaglia arrivasse fino al Chienti nelle contrade di Brancorsina, Spescie e Coste di Chienti. Le boscaglie di queste contrade appartenevano alla comunità di Urbisaglia e i suoi cittadini avevano il diritto di raccogliervi legna e pascolarci i maiali; mentre era proibito agli altri abitanti di Tolentino. Era una terra di proprietà dell'intera comunità. Raccontano, inoltre, che Battista dei Mauruzi, brigando con le leggi e con l'uso della forza, riuscisse a recuperarle al pieno controllo di Tolentino; così quel comune, grato del servizio ottenuto, gli donò quelle possessioni. Tutte le testimonianze concordano sul fatto che i confini di Urbisaglia raggiungessero il Chienti. Fu lo scotto da pagare per ottenere la libertà da Tolentino, poiché in tutte le cause successive la Curia dette ragione a quel comune per tenerlo buono, dopo che gli aveva tolto Urbisaglia.
Altri capitoli di spese riguardavano la cura del patrimonio edilizio del comune nei palazzi preturale e priorale, soprattutto nel mulino per il vallato, la chiusa, il ponte di accesso, la ruota motrice, e la macina; e nel continuo riattamento dei forni pubblici, del macello, della Rocca, del carcere, delle porte cittadine, delle strade di accesso e dell'orologio comunale.
Altro settore di spesa per il comune erano le feste religiose e le fiere. Il comune faceva celebrare una messa solenne in occasione della festa del santo patrono san Giorgio, e di numerosi altri santi: san Macario, san Biagio, san Barnaba, sant'Egidio e san Girolamo; e spese di rappresentanza nelle visite pastorali del vescovo di Macerata in occasione della cresima; il costo del predicatore nelle quaresime; le sovvenzioni per i vari pellegrinaggi organizzati dalle confraternite a Loreto; e per tutte le prime messe novelle dei nuovi sacerdoti, dei monaci dell'abbazia di Fiastra e del convento del santissimo Crocefisso.
In questa epoca lo Stato pontificio manteneva i rapporti con i Comuni attraverso due organismi detti congregazioni, le quali avevano il compito di vigilare sulle amministrazioni comunali. La prima era detta Congregazione del Buon Governo ed esercitava la sua funzione di controllo su tutto ciò che riguardava questioni concernenti l'economia come preventivi di spesa, bilanci o tabelle, spese correnti. Mentre la seconda era la Congregazione della Sacra Consulta che aveva il compito di controllare tutto ciò che riguardava i consigli, le deputazioni e l'osservanza delle norme statutarie.

Il primo atto amministrativo documentato
Il 3 dicembre 1576 si tenne un consiglio comunale bandito dal bajulo Giovanni Crisogani con la partecipazione del podestà Geronimo Martinozzi di Fano, dei priori Benedetto Berzoni, Pietro di Domenico Clodii e Geronimo di Amedeo, per discutere se ratificare l'appalto delle collette concordato il 25 agosto dai priori dei mesi di agosto-settembre Pacciaritto Silvestri e Bernardo Bernardi, da concedere per diciassette anni a Guidobaldo Seghezza. Dopo l'intervento di Bernardo Marcelli che illustra le motivazioni dell'accordo: Guidobaldo si accolla tutti i debiti del comune in cambio della gestione delle collette riguardanti il passo delle merci, la tassa sui pascoli e le biade, l'acquisto di cose o animali e la cenciaria per gli anni stabiliti, secondo i capitoli soliti. L'atto venne approvato con 29 fave bianche favorevoli e 2 nere contrarie come risulta dal verbale del cancelliere comunale Vincenzo Saraceni.
Nel 1581 venne effettuata dal vescovo di Camerino, Gerolamo de Buoi, una visita diocesana molto interessante per la relazione tramandata. É documento molto dovizioso che ci illustra la situazione effettiva delle chiese e della religiosità popolare di Urbisaglia in quel periodo storico.

I gesuiti arrivano all'Abbadia di Fiastra
Alla morte del cardinale commendatario Alessandro Sforza nel 1584, il papa Gregorio XIII cedette tutte le terre dell'abbazia di Fiastra alla congregazione dei gesuiti, allo scopo di sovvenire ai bisogni del Collegio romano; e ai rettori del Collegio furono trasferiti i privilegi, le prerogative e le giurisdizioni di cui un tempo era titolare l'abate di Fiastra. Uno sparuto gruppo di monaci cistercensi continuò ancora a convivere con i gesuiti, ad abitare l'abbazia, fin quando dopo rancorosi strascichi giudiziari, nel 1624, si giunse ad un accordo. I cistercensi abbandonarono Fiastra, trasferendosi nella chiesa di san Vito in Roma, ottenuta in permuta dai gesuiti. Nel prendere possesso dell'abbazia i gesuiti avviarono una profonda riforma della gestione economica e agraria dell'abbazia, cercando di accorpare le possessioni e vendendo i piccoli appezzamenti dispersi nel territorio di Urbisaglia. Ebbero un ruolo incisivo e determinante nella crescita economica, nella formazione e trasformazione del paesaggio agrario di quel territorio sito nel corso del Fiastra, del Chienti e del Potenza.

Ultimi decenni del secolo XVI
Nel 1586 Sisto V restituì la sede vescovile e il titolo onorifico di città a Tolentino, forse per risarcirla dell'avvenuta perdita del distretto di Urbisaglia, anche se poi pone questa, insieme a Pollenza, sotto la giurisdizione diocesana di Macerata, il 10 marzo 1588. L'assorbimento della più antica feudalità minore nelle più ampie strutture patriziali, appare evidente a Tolentino, ove si pervenne alla formalizzazione della chiusura del ceto patrizio, avendola fatta precedere da una pace e concordia generale arbitrata dal cardinale Rusticucci l'11 settembre 1585 inter domicellos, nobiles et cives et incolas.
Nel 1596, i priori di gennaio e febbraio, Francesco Foglietta e Bernardino di Antonio, detenevano illegalmente le carte e i documenti del comune, favorendo alcuni che avevano occupato arbitrariamente le proprietà comunali. Il podestà li invitò a restituire le chiavi minacciando la multa di 500 scudi. Il sindaco Bernardo Cecchi comunicò per due volte l'ordine del sindaco, prima che si eseguissero i suoi ordini.
Nel settembre del 1599 vennero pagati ad un certo Tizio Ambrosino baiocchi 34 per la redazione dello statuto, come risulta dal Libro delle uscite. Probabilmente la spesa non si riferisce ad una redazione completa dello Statuto, vista l'esiguità della spesa, ma forse riscrittura di una copia dello statuto o alla revisione di alcune delle sue norme, dovuta alla riconquistata libertà.
Negli anni successivi, come era uso frequente in questi casi, i papi Gregorio XIII (1502-1585) e Sisto V (1520-1590) riconfermarono pienamente la libertà di Urbisaglia durante il loro pontificato, mentre ancora nel 1623, il cardinale Maffeo Barberini, futuro papa con il nome di Urbano VIII (1568-1644), la rassicurava nella sua reale autonomia dalla vicina città troppo prevaricante.

Una funesta carestia imperversa per le Marche
Verso la fine del secolo, su una situazione già precaria dal punto di vista economico per le ingenti spese comportate per la libertà di Urbisaglia, si abbatté una disastrosa carestia, che nelle Marche provocò un gran numero di morti. L'agricoltura era la fonte di sostentamento principale della popolazione, e versava in una condizione riprovevole. Il forte accentramento della proprietà fondiaria in mano a pochi possidenti e le grandi estensioni terriere ecclesiastiche impedivano uno sviluppo più razionale ed equo per i ceti più poveri, composti da piccoli contadini con un fazzoletto di terra, artigiani indigenti e mezzadri non garantiti. Era necessario un processo di notevole portata che richiedeva una più funzionale utilizzazione delle proprietà comunali e ecclesiastiche, una forte mobilità del mercato fondiario per rimettere in circolo le terre abbandonate o malcoltivate, la creazione attraverso divisioni e accorpamenti di nuovi poderi e possedimenti e la costruzione di un gran numero di case rurali. Questo mutamento nella situazione economica non avvenne, tanto che questa situazione si protrasse fino all'inizio del nostro secolo. Anzi, la partecipazione privilegiata di uno sparuto gruppo di cittadini alla vita amministrativa, generò uno sbocco ancora più devastante: nei secoli seguenti saranno gli stessi amministratori comunali ad acquistare le proprietà comunali via via svendute per far quadrare i conti del bilancio comunale. Le attività silvo-pastorali, che avevano caratterizzato le zone medio-collinari, cedettero il passo ad una economia agricola imperniata sul diffondersi capillarmente della mezzadria, sulla produzione di cereali e l'incremento della viticoltura.
Il 14 agosto 1600, don Faustino Tudeschus da Verona, abate di santa Maria degli Angeli di Pesaro della congregazione camaldolese, con il consenso dei confratelli don Gerundo da Verona, don Battista da Fabriano e don Luca da Bagnacavallo delega don Bernardino Saraceni, pievano di san Lorenzo e don Pietro Buongiovanni, preposto di san Giorgio, a vendere le proprietà dei camaldolesi in Urbisaglia, consistenti nella chiesa di san Biagio e alcuni terreni in diverse contrade. Le proprietà in questione riguardavano la donazione fatta da Abbracciamonte diversi secoli prima. I gesuiti, presenti all'Abbadia, con un atto notarile di Cesare Saraceni in data 2 aprile 1601, acquistarono gli stessi beni per una cifra complessiva di 510 scudi, alla presenza dei testimoni don Marino Pagliucca e il capitano Achille Saraceni.

Agli inizi del nuovo secolo
Con inizio dal 1601 per vari anni si protrasse una pluridecennale lite giudiziaria per questioni territoriali riguardanti la contrada di Pezzalunga, che fu assegnata definitivamente ad Urbisaglia, solo dopo che fu di nuovo sollevata la questione ancora negli anni che vanno dal 1672 al 1676. Il comune per non correre rischi inutili l'aveva acquistata da Bernardo Pettoni di Tolentino nel 1602, al prezzo di 10 fiorini al modiolo.
Trascorse un periodo tranquillo e le cronache dei documenti di archivio narrano della edificazione di un ospizio fondato con un lascito di Giovanni Domenico Paladini; la creazione di una scuola parrocchiale per insegnare la dottrina religiosa secondo i dettami del concilio di Trento; l'arrivo dei frati del Terzo ordine francescano da insediarsi nella chiesa del santissimo Crocifisso in frazione Convento, la cui edificazione era già iniziata da anni (in consiglio comunale si discusse anche se affidarla ai Domenicani, poi prevalsero i francescani del vicino convento di Monte Loreto); i grandi onori tributati al cardinale Gian Battista Pallotta, che si recava a consacrare la chiesa di santa Maria della Neve in san Ginesio; la concessione, importante per quei tempi, di tenere il mercato nei giorni di martedì; e si concedessero 10 scudi ad Enea Maccaresi per trasferire la sua farmacia dalla Muccia a Urbisaglia.

Istituzione di servizi sociali per la popolazione
Inoltre, venne incaricato dal comune il pievano don Bernardino Saraceni di riscuotere un lascito in denaro di Nicola Savio di Tolentino per dotare il paese di un nuovo orologio, onde regolare i tempi della piccola comunità locale. Bernardino Saraceni, appartenente all'illustre famiglia che annoverava tra i suoi membri Vincenzo, il peroratore della causa della libertà di Urbisaglia da Tolentino davanti al papa Pio V, era vicario foraneo e pievano di san Lorenzo nel 1605, anno in cui con il testamento provvedeva all'istituzione di un ospedale dotato di due letti per le necessità dei bisognosi del paese e dei pellegrini di passaggio. Ma, sicuramente, la costruzione non avvenne senza traversie, se il priore Salvio, il 20 aprile 1621, citò in giudizio Cecco di Bernardino, erede del pievano, per difendere l'interesse del comune.
Anche altri aspetti sociali vennero affrontati con la fondazione di un Monte di Pietà, o Pio Monte Frumentario, alla cui gestione era incaricato nel 1616 Giuseppe Foglietta e che prestava il grano ai contadini poveri durante il periodo della semina e nei casi di calamità naturali, con una piccola maggiorazione alla riconsegna, dopo il raccolto; e l'apertura di un'osteria da parte di Giovanni Domenico Paladini e gestita da Flaminio di Antonio. Ma non si diede impulso solo ad opere di beneficenza: nel 1608 si rifece il canapo per la gogna acciò che la Comunità amministri la sua giustizia e, per dare l'esempio ai salariati, fu approvata una risoluzione del consiglio comunale che permetteva di punire perfino con la tortura i dipendenti comunali inadempienti nei loro doveri professionali. Inoltre, fu emesso un bando che vietava il porto delle armi dopo il suono della campana dell'Ave Maria, la quale preannunciava alla popolazione la chiusura delle porte cittadine dopo un ora dal suo rintocco. Poi gli accessi al paese venivano sbarrati e presenziati da guardie armate, per l'armamento delle quali nel 1610 il podestà autorizzò il sindaco Salvio Clodio all'acquisto degli archibugi con una spesa di 4 fiorini. La tradizione del suono della campana al tramonto è rimasta inalterata quasi fino ai nostri giorni, quando la voce della campana si diffonde per la campagna sottostante ricordando ai contadini l'ora dell'Ave Maria, un ora prima del calare del sole.
Nel 1609, si pagarono 30 baiocchi al tamburino Domenico di Giacomo per aver suonato il tamburo in occasione della venuta del conte Cesare Bentivogli, tribuno della milizia, e del capitano Alessandro Castaldi venuti a consegnare le armi per la neo-costituita milizia popolare. Erano stati acquistati 20 moschetti, 20 archibugi, 40 flaschettis per le polveri, 20 conchettis e 24 para formarum al costo complessivo di 140 scudi.
Nel 1612, fu redatto il nuovo catasto agrario, per una più valida e corretta riscossione delle tasse, dall'agrimensore Giovanni Battista Palmesciano, e completato successivamente da Tommaso Bindi. Nell'anno successivo si inviarono 60 soldati al castello della Rancia schierati in picchetto d'onore al passaggio del granduca di Toscana Cosimo II in visita verso Loreto, con una spesa di otto fiorini per il pane e il vino, concessi loro come viatico. Uguale solenne cerimonia si era svolta per salutare la visita dei principi di Savoia in visita ufficiale nello Stato pontificio.


Le confraternite
In questo periodo operarono in campo sociale e religioso alcune confraternite: del santissimo Sacramento (con i priori capitano Achille Saracino, Alessandro di Pietro e Catervo di Marco); della Madonna della Misericordia (con i priori Tommaso Tidei e Domenico di Giovanni Blasi); del Suffragio dedita alla cura delle anime dei defunti; quella di san Giovanni, alla quale vengono condonate alcuni censi, sempre con l'approvazione degli organi superiori; ed, infine, la compagnia del santissimo Rosario (con il priore capitano Foglietti).

Deliberazioni comunali per opere pubbliche e calamità sanitarie
Nel 1615 il sindaco Febo Buccalazio spese 155 fiorini per rifare il ponte di legno sull'Entogge. Il 30 marzo del 1616 furono concessi dal camerlengo Giovanni Cappone al priore del convento del santissimo Crocifisso sei fiorini come contributo concesso dal consiglio per un capitolo provinciale tenuto dai francescani. Nel maggio 1626 si aderì al Monte del Sale costituito a livello provinciale con i fondi di diversi comuni: Sanseverino con 1750 scudi, Osimo con 1300, Montolmo con 1400, con Tolentino 1700, Montegiorgio con 404, con Urbisaglia con 625, Sarnano con 1510, Montecassiano con 650, e Santelpidio con 1170. Frattanto due lettere di Tolentino invitarono il comune a non molestare alcuni coloni di Canalecchio per la riscossione dei pedaggi e per l'obbligo di macinare il grano nel molino. Si ponevano così le premesse per una lite giudiziaria su questo territorio, che Tolentino pretendeva sotto il suo controllo. Nel 1630 si profilò all'orizzonte il contagio della peste e così vennero messe delle guardie al controllo delle porte. La porta Entogge restava aperta due ore alla mattina e due alla sera, mentre Porta Fiastra era continuamente controllata durante il giorno, e veniva aperta solo alla mattina, prima dell'alba, per consentire agli abitanti meno abbienti di portarsi a Macerata per smerciare le fascine. Le fascine era una componente importante nella povera economia domestica, poiché fornivano la fiamma viva per cucinare i cibi delle famiglie, Mentre il carbone, la carbonella, era un bene di consumo utilizzato dai benestanti.
Furono, poi, ricomposte alcune controversie di confine con Loro Piceno, Colmurano e Tolentino, nelle quali Urbisaglia vide ridursi spesso il suo territorio. Più volte fu aggiornato e rifatto il catasto per permettere una più giusta tassazione dei terreni e per comprendervi gli appezzamenti contestati dai comuni limitrofi.

I cardinali protettori della comunità
Come in ogni altro comune, si nominò in caso di bisogno il Protettore della Comunità per le cause presentate a Roma nella persona di diversi cardinali: Giovanni Evangelista Pallotta (1548-1620), il nipote Giambattista Pallotta (1594-1668), Giovanni Battista Rubini (1637-1702), Raniero Marescotti (1629-1726) e Pietro Ottoboni (1667-1740). I primi due sono originari di Caldarola mentre il cardinale Rubini era un patrizio veneziano che aveva iniziato i primi passi nell'amministrazione ecclesiastica nella Marca; nipote di Alessandro VIII era stato nominato segretario di Stato e Legato ad Urbino. Raniero Marescotti, di nobile famiglia romana espletò varie nunziature negli stati di Polonia e di Spagna; divenne vescovo di Tivoli e segretario di Stato. Pietro Ottoboni veneziano, nipote di Alessandro VIII, divenne a 22 anni cardinale di san Lorenzo in Damaso, legato in Avignone; cultore delle arti e la sua biblioteca competeva con la Vaticana per la ricchezza dei tomi di autori classici.

Allargamento della nobiltà cittadina per dare lustro al paese
Nel 1640 venne fatta una richiesta a Roma per poter costringere i proprietari di alcune case diroccate e in rovina presso porta Fiastra a riedificarle. In questo periodo vennero eletti cittadini di Urbisaglia diversi patrizi appartenenti alla nobiltà maceratese come i Crescimbeni, i Lauri, gli Illuminati, i Compagnoni, ecc. Questa operazione era un modo per dare più lustro al paese e renderlo finanziariamente più solido; infatti resta la testimonianza che a Pompeo Compagnoni, autore della Regia Picena, vennero restituiti 17 scudi e baiocchi 50 per gli interessi maturati su un censo da lui prestato alla Comunità.
Nel 1644 vennero concesse 20 giornate lavorative di cittadini di Urbisaglia al gesuita padre Martino, rettore di Fiastra, per edificare un ponte provvisorio sul Chienti, consentendone il transito a chiunque.
La mancanza di risorse finanziarie era cronica per il comune tanto che i priori trovarono enormi difficoltà a reperire i fondi da versare a Roma per la tassa di tre scudi pro capite imposta dal papa Urbano VIII, attraverso il tesoriere della Marca a causa della guerra di Castro contro il duca di Parma. Nell'anno successivo si imposero nuovi balzelli per la tassa derivata dal sostentamento e dalla presenza di soldati stranieri acquartierati in Provincia.
Nel 1650 i priori di Urbisaglia protestarono presso la sacra Consulta per l'arresto del loro podestà eseguito da alcuni sbirri di Macerata per una causa civile, che pendeva a suo carico. Inoltre inviarono la somma di scudi 5 e baiocchi 10 a Roma al Carfagna, segretario di monsignor Mancini, per ricognizione delle cause territoriali, che il comune sosteneva contro Tolentino. Si concedettero gratis diversi lotti all'interno delle mura per edificare case ad alcuni possidenti dei paesi limitrofi sia per incrementare le persone tassabili sia per ammodernare l'edilizia residenziale del paese.
Nel 1667 vennero arruolati nella Marca 700 soldati per la guerra di Venezia contro i Turchi, e la comunità fu obbligata a contribuire; mentre si sospese il commercio e i bandi delle fiere per la presenza di nocivi focolai di peste. Inoltre, il comune ottenne la licenza di emettere una richiesta di colletta ai concittadini, destinata a restaurare le condotti delle fontane pubbliche.
Nel 1671 iniziò un'annosa lite davanti alla Congregazione del Buon Governo per aver Tolentino e Colmurano effettuato alcune usurpazioni di terreni e selve appartenenti da sempre ad Urbisaglia. La causa si protrasse per molti anni con effetti deleteri nelle già esauste finanze comunali a causa delle enormi spese legali da sostenere. Nell'anno successivo venne in visita ufficiale alla comunità il cardinale Corsi.
Il 17 giugno 1686, da Roma i cardinale Cybo ordinò al comune di costringere coloro tra i più giovani, che praticavano la carriera militare, ad esercitare le cariche pubbliche, ricoprendo l'ufficio di consiglieri, lasciando esente il terzo dei più anziani; e di obbligare i benestanti, immessi nel bossolo, di assumere l'incarico di camerlengo.
Nel 1691 vennero restaurate le mura castellane e porta Entogge, le quali minacciavano di crollare; si assunse la gestione diretta della tassa sul macinato ed si intentò una lunga causa, insieme Tolentino, contro i gesuiti dell'abbadia di Fiastra per costringerli a pagare le collette e le altre gabelle. Questa lite terminò nel 1718 con Urbisaglia che acquisisce solo un terzo del territorio dell'Abbadia, mentre il resto andrà a Tolentino poiché aveva sostenuto il maggiore onere delle spese giudiziarie. Altra conseguenza deleteria di questa causa fu che la chiesa dell'abbazia di Fiastra con gli edifici annessi venne stralciata dal territorio di Urbisaglia, alla quale storicamente era sempre appartenuta. Mentre si perdurava la causa per il possesso dei territori delle contrade di Canalecchio e Rocchetta, si giunse nel 1696 ad una concordia riguardante i contestati confini lungo torrente Entogge e presso l'abbazia di Fiastra.
Fin dal 1692 Urbisaglia era soggetta al Governatore Provinciae Marchiae, che sommava all'autorità amministrativa e giudiziaria anche quella di polizia per il mantenimento dell'ordine pubblico.

Incremento edilizio del paese
Lo sviluppo della popolazione richiedeva nuove strutture abitative e ad ornamento del paese si concedettero gratuitamente alcune aeree fabbricabili sopra le mura castellane con l'obbligo della manutenzione perpetua delle stesse. Poiché si era reso inabitabile il palazzo del podestà, si decise di acquistare una piccola casa vicina per ristrutturarlo ed ampliarlo. Inoltre, non si potevano celebrare i consigli per la disaffezione dei consiglieri eletti a parteciparvi, venne ordinato dalle autorità superiori di ridurre il numero complessivo dei consiglieri a 21 nel primo consiglio utile modificando lo statuto comunale.
Il 17 luglio 1702, venne in visita il governatore Sinibaldo Doria, proveniente da Sanginesio che sostò all'Abbadia anche i giorno dopo, accolto con tutti gli onori del caso.
Nel 1703, mentre i magistrati e i cittadini assistevano alla messa solenne, celebrata nella chiesa principale di san Lorenzo, avvenne una scossa di terremoto che lasciò Urbisaglia completamente indenne e i suoi abitanti incolumi, ma procurò molti danni a Camerino distruggendovi molti edifici pubblici e privati danneggiando gravemente il duomo. Dal consiglio comunale fu deliberato di celebrare il giorno della Purificazione della beata Vergine, a memoria dell'evento ritenuto miracoloso, e di rinnovare i tradizionali pellegrinaggi alla santa Casa di Loreto e a san Nicola di Tolentino per tenere lontani i terremoti da questa terra.
Il 24 settembre 1706, il governatore della provincia Albergotti abrogò alle comunità soggette la Tassa per la Marina (pagata per provvedere alla difesa della costa in presenza di pericolose navi corsare turche), devolvendola al rifacimento della Flaminia, agevolando così i traffici con la capitale.

Si incrementa il commercio locale tra i rumori di guerra
Pian piano si sviluppò il commercio e le famiglie uscirono da una economia di autosufficienza; infatti nel 1707 tal Catervo Nicola Venanzetti aprì una bottega di pizzicagnolo con il permesso del comune e a prezzi controllati. Ma la tranquilla vita paesana era sovente turbata da avvenimenti esterni: nel 1708 il Papa ordinò di scegliere un soldato ogni cento anime da inviare a Faenza per la guerra, che vi era scoppiata. Nessuno dei Consiglieri comunali voleva assumersi la responsabilità di un officio così odioso e fu deciso una estrazione a sorte tra gli idonei nella condizione di non dover sostenere una famiglia: su dieci estratti tre portarono la giustificazioni per presunta malattia o altro, cosicché dovettero essere di nuovo rimpiazzati. Al loro comando venne nominato come caporale Domenico Rita.
Nel 1719, il rettore del Collegio romano, Girolamo Febei, incaricò Francesco Galizia di Urbisaglia di eseguire le piante delle possessioni dell'abbazia di Fiastra, il famoso Cabreo che ancora vi si conserva. Francesco Galizia era un agrimensore, che raggiunse una certa notorietà nello Stato della Chiesa, tanto che è anche l'autore del Cabreo di Montelabate (Perugia), inerente le proprietà dell'abbazia di santa Maria di Valdiponte, realizzato nel 1717 su commissione del cardinale Ottoboni, che ricoprì la carica di cardinale protettore di Urbisaglia.
Anche il comune, in una ritrovata capacità di investimenti, cercava di ammodernare il suo patrimonio edilizio; il 29 agosto del 1724, sotto la podesteria di Innocenzo Angelini di Montegiorgio, fu stipulato il contratto di acquisto del palazzo priorale, posto vicino alla pubblica piazza, di proprietà di Antonio Angelucci di Macerata per una spesa di 230 scudi presi a prestito dalla compagnia del Suffragio di Macerata: una grande casa dal cielo fino a terra, con nuova fabbrica annessa, cortile, canali, murata e grotta in quartiere Guardacinque. Il venditore si impegnava, inoltre, a donare al comune una stara murata con la trave e due cassapanche in cambio della cancellazione di un suo vecchio debito con la comunità.
Nel 1726 si consegnò la nuova insegna (bandiera) alla ricostruita milizia cittadina, e alcuni soldati a cavallo, che si erano iscritti alla milizia di Tolentino - cosa vietata da tutte le norme dello statuto comunale- furono condannati alla privazione di tutti i privilegi militari.

Nuovo Statuto comunale
Anche le norme per una convivenza più civile andavano riviste così, nel 1740, si decise di emanare un nuovo Statuto della Terra incaricando il capitano Francesco Castellani, il dottore Antonio Nicola Piccinini e don Sante Giammaria; così si abbandonarono gli statuti di Tolentino per assumere quelli di Montemilone (Pollenza). Ma le cose andarono un po' per le lunghe, come risulta dalla lettera scritta nel 1754 al cardinale Bondino. Infatti venne adottato il 22 novembre 1757 con numerose modifiche nelle varie rubriche, elencate alla fine dello stesso Statuto. Era diviso in cinque libri riguardanti gli usi religiosi, la nomina del podestà, le elezioni dei priori e del consiglio e le disposizioni civili e penali.

Nomina del nuovo cardinale protettore
Per la morte del cardinale Ottoboni fu eletto come cardinale protettore Alessandro Albani (1692-1779) che, accettò la carica il 29 giugno 1740. Apparteneva ad una nobile famiglia di Urbino e era nipote di papa Clemente XI: si distinse per la sua vasta cultura e come cardinale anziano incoronò vari pontefici.
Continuava, intanto, un progressivo e lento sviluppo edilizio interno alle mura castellane con la concessione gratuita ai cittadini di alcuni siti per la edificazione di nuove abitazioni. Si era venduto a don Giuseppe Cozzi l'orto del Melograno, appartenente al comunità, per farci edificare la sua nuova abitazione. Ma poiché non l'aveva ancora iniziata, si decise in consiglio di affittarlo al miglior offerente. Il ricorso di don Giuseppe Cozzi ottenne che si stilasse immediatamente l'atto di vendita.

Costosi passaggi di truppe
Ma eventi nazionali continuavano a rompere la tranquillità del paese: negli anni dal 1743 al 1746 transitarono continuamente nelle nostre contrade truppe spagnole ed austriache, che si recavano alla volta di Napoli, aggravando l'economia comunale per le spese di trasporto di soldati e vettovaglie, per l'acquisto di alimenti e foraggi. La spesa del comune raggiunse in totale circa 1436 scudi, costringendo la Comunità ad un prestito con i Monti di Roma, dopo aver presentato a garanzia tutti gli introiti dei proventi fiscali della Comunità. Contemporaneamente venne demolita la vecchia osteria collocata fuori del paese ed utilizzata per il ricovero delle persone e degli animali sottoposti a requisizione per reati del danno dato, e venne ricostruita al suo interno delle mura castellane.

Testimonianza di due fornaci per mattoni
Nel 1746 risulta una fornace in contrada Entogge, presso la strada per Tolentino, di proprietà di Francesco Mancini, probabilmente è la stessa che venne utilizzata dai Bandini per cuocere i mattoni utilizzati nella costruzione del loro palazzo. Un'altra era in funzione per i frati francescani in contrada Armanciano, infatti nel 1752 il priore del convento del santissimo Crocifisso Apollonio Achilli denunciò la scomparsa e il furto di diversi mattoni.

Invasione delle cavallette
A mettere in ginocchio l'economia comunale non fu sufficiente l'alto costo pagato per il passaggio delle truppe straniere, ma sopraggiunse una calamitosa invasione di cavallette (grilli o saltarelli come venivano chiamati nella discussione del consiglio), che provocò una crisi alimentare nell'intera Provincia. L'unica soluzione architettata fu la proposta di andare nelle campagne a caccia di cavallette utilizzando lenzuoli distesi per catturarle e il comune pagò un baiocco per ogni libra di cavallette uccise. Per far fronte alle nuove difficoltà si istituì una tassa sugli affitti delle abitazioni in ragione di un paolo per ogni scudo di pigione.

Opere pubbliche
Nel 1751 il comune fu obbligato da monsignor Caucci, commissario apostolico, alla costruzione di cinque ponti roversi lungo la valle del Fiastra, mentre nel 1755 fu costruito dalle Comunità di Urbisaglia e Colmurano un ponte roverso sul fosso Armanciano al confine tra i due territori. Il 9 febbraio, fu emessa una sentenza, contraria ad Urbisaglia e favorevole a Tolentino, su Canalecchio da monsignor Conti, segretario della causa nella Congregazione del Buon Governo.
L'orologio pubblico venne dotato della campana scoccante i quarti d'ora, fusa da Giuseppe Pagamiccio, orologiaio in Macerata. Anche il podestà richiese una campana per il suo servizio nella torretta del palazzo preturale, visto che la sua era stata utilizzata per suonare le ore nell'orologio: così il 20 agosto 1760 il muratore Angelo Nisi collocò la nuova campana per la spesa complessiva di scudi 23,60.
Contemporaneamente si senti l'esigenza di preservare meglio le scritture pubbliche dell'archivio comunale cercando un locale idoneo e dotandolo di casse di legno per la conservazione delle carte già ridotte in pessimo stato. La ricerca di una soluzione si protrasse per molti anni fino alla edificazione di un nuovo archivio comunale dopo aver subito la minaccia di una pesante multa del Commissario pontificio agli archivi. Inoltre, si ebbe uno sviluppo edilizio con la costruzione di nuove case che andavano ad occupare il percorso delle guardie presso le mura castellane e le stesse: a Francesco Castellani fu concesso di costruire sopra alle mura come a Rampichini Nicola, mentre a Nicola Miliozzi venne concesso il torrione presso la chiesa del Suffragio con l'obbligo di mantenerlo in perpetuo e di pagare un canone annuo di 15 baiocchi.
Nel 1763 venne dichiarato, a pieni voti, cooprotettore del paese san Pio V, che aveva decretato la libertà di Urbisaglia da Tolentino, e di festeggiarlo durante il suo giorno festivo, nella chiesa di san Giorgio con un ufficio di 10 messe alla presenza della magistratura pro tempore.

Favorevole conclusione della lite con Tolentino per Canalecchio e Rocchetta
Nell'anno successivo si istituì una ronda notturna della milizia, composta di due soldati e due ausiliari, onde evitare i furti e problemi di ordine pubblico. Tutto questo era determinato da una carenza alimentare che aveva colpito il territorio regionale, tanto da spingere i priori ad un indebitamento eccessivo per le casse comunali onde potervi far fronte. Nello stesso tempo si ottenne la sentenza definitiva favorevole per la causa che la comunità aveva in giudicato con Tolentino per la tenuta di Canalecchio e della Rocchetta. Si era protratta per quasi un trentennio essendo stata proposta per dieci volte in Congregazione del Buon Governo, per sei volte in piena Segnatura e per quattro volte in Sacra Rota. La prova decisiva risultò essere un contratto del 1541 con il quale Urbisaglia concedeva a Petriolo la licenza di captare l'acqua del Fiastra per il suo molino in cambio di un canone di affitto pagato in natura con un paio di capponi, probabilmente da regalare al predicatore nominato per la Quaresima. Questo testimoniava che Urbisaglia confinava con Tolentino, e se si fossero affidate a Tolentino le due contrade contese, questo non sarebbe più stato possibile;
Nel 1769 si crearono dissapori tra il comune e il pievano della pieve di san Lorenzo, don Pasquale Brunacci, nella gestione delle proprietà della chiesa e l'amministrazione dei sacramenti per la comunità.

I Bandini divennero enfiteuti dell'abbazia di Fiastra
Nel 1774 il marchese Alessandro Bandini Collaterali divenne enfiteuta perpetuo dell'abbazia di Fiastra con diversi atti notarili stilati nei mesi di marzo e aprile da parte di don Silvestro Mariotti, segretario e cancelliere della reverenda Camera Apostolica. Subito scoppiò una lite tra il Comune di Urbisaglia e il marchese Bandini, per la sua pretesa di gestire l'ordine pubblico nelle fiere all'Abbadia di Fiastra e di nominare un giudice privato per la gestione giudiziaria sopra quel territorio. Nel 1776 vi fu una protesta contro i salnitrari che avevano arbitrariamente requisito le granelle e gli scorpicci dell'uva ad alcuni contadini, che li usavano come mangime dei polli e galline.

Gli Scavi pontifici nell'antica Urbs Salvia
Vennero, inoltre, effettuati i primi scavi scientifici intorno ai ruderi che affioravano all'interno della città romana, presso l'anfiteatro e un tempio da identificarsi quasi sicuramente con quello della dea Salus e il criptoportico, per ordine del papa Pio VI (1717-1799) sotto la direzione dell'archeologo Venceslao Pezzolli, nel corso dei quali si ritrovarono alcune statue: lo pseudo Ganimede e il Satiro in riposo, ora esposti nei Musei Vaticani. Mentre un torso mancante di testa, braccia e piedi descritto come un Narciso andò perso nei meandri dello stesso museo, come altro materiale in monete, medaglie, lucerne in bronzo, fibule, colonnine in marmo e quantaltro divenute irreperibili. Il marchese Bandini proseguì gli scavi presso l'orto della chiesa del Convento e rinvenne altre statue che furono trasferite per arredare la sua villa di Lanciano a Castelraimondo. Inoltre, Giuseppe Nisi, che seguiva gli scavi del marchese Bandini, denunciò un furto nel Carciofolo (teatro romano) di otto pezzi di pietra in tufo e in marmo lavorati. Altri pezzi archeologici furono donati ad Annibale degli Abbati Olivieri, intellettuale originario di Pesaro, e sono conservati ancora oggi nel museo che porta il suo nome: una testina marmorea di fanciulla, un torso marmoreo di un giovanetto con clamide, un amorino dormiente, oltre a diverse lapidi e un bollo in laterizio.

Nomina del nuovo cardinale protettore e lite con i Bandini per la fiera di Fiastra
Nel 1779 venne nominato protettore della comunità il cardinale Gianfrancesco Albani (1720-1803). Creato cardinale nel 1747, vescovo di Ostia e Velletri, quindi Arciprete di santa Maria maggiore e decano del Sacro Collegio, in questa veste, concorse all'annuncio della nomina di numerosi papi.
I rapporti tra il comune e i Bandini non erano di certo rosei, tanto che il marchese Melchiorre Bandini scacciò i consoli della fiera di san Bernardo il 20 agosto 1781, circondando gli sbirri con persone armate e solo per la moderazione dei consoli della fiera di Urbisaglia non avvenne una tragedia; mentre il marchese Alessandro, padre di Melchiorre, non versava alla Comunità i grani stabiliti per le collette. In quell'anno fu concesso ad un privato, Antonio Ciarambelloni, il permesso di poter costruire a sue spese un pezzo di fogna in contrada di Porta di Fiastra. L'anno successivo veniva edificato il ponte in muratura sull'Entogge da Giuseppe Brunori. In questo periodo si creano problemi per il vallato del molino, al quale le piene del Fiastra avevano eroso le rive. Si pensò subito ad un progetto di cambiare l'alveo del fiume, ma l'alto costo dell'operazione fece propendere per un rafforzamento di ambedue i versanti con palizzate e contrafforti.

Atti e avvenimenti verso la fine del secolo XVIII
Nel 1786 si aderì alla iniziativa pubblicistica dell'abate Giuseppe Colucci, che iniziava a stampare i tomi delle Antichità Picene. Inoltre, il pubblico bajulo Giuseppe Matricardi denunciò Paolo Catini che con mazza e scalpello stava a cavallo delle mura romane presso l'edicola di san Cristoforo, a recuperare i mattoni per costruirsi una casa senza il consenso della Comunità, che ha il pieno e diretto dominio sopra le mura castellane, tanto vero che anni addietro li cittadini adunati in consiglio non vollero permettere ai padri del convento SS. Crocifisso che si appropriassero li materiali d'un pezzo di mura castellane, che era caduto a terra dalle parti verso il convento suddetto. Viene multato per 35 baiocchi, dopo che la perizia del muratore Fabio Brunori aveva appurato che i mattoni erano serviti per costruire una stanza nella casa del Catini in contrada Massicciole.
Ma le preoccupazioni maggiori furono per la ricomparsa delle locuste, che invadevano il nostro territorio e per un'epidemia di bovini che imperversava dovunque. Venne costituita una pubblica congregazione alla sanità per coordinare tutte le iniziative atte a tenere lontano il contagio e per informare i contadini sulle prescrizioni sanitarie. Questa epidemia incise nelle casse comunali per 115 scudi utilizzati per pagare i soldati messi a guardia della marina a causa del male contagioso. In questo frangente venne fatta una spesa curiosa e sicuramente dettata dalla superstizione: baiocchi 5 ad una donna, che andò a trovare mentuccia ed altre erbe odorose, e le portò nella Badia di Fiastra al signor marchese Bandini per fare l'aceto dei sette ladri per preservativo di detti animali.
Si concluse infine la lite con Colmurano per le selve Basse con un'accordo sulla divisione proposto dal moderatore Giovanni Battista Salvucci, podestà originario di Monte Falcone. Nella concordia stipulata da Luciano Piccinini e Ansovino Picca, rispettivamente segretari comunali delle due comunità, spettarono ad Urbisaglia modioli 62 e canne 33, a Colmurano modioli 37 e canne 40, mentre il vallone delli Frisculi, dette anche selve Alte, spettò completamente ad Urbisaglia.
Contemporaneamente ci si preoccupò di ricostruire il palazzo priorale e quello preturale che minacciavano rovina; l'impresa non fu facile per le esigue casse comunali, e preoccupò i consiglieri per diversi anni nella affannosa ricerca di obbligati risparmi. Fortuna volle che il comune fosse risarcito delle spese fatte per acquartierare le truppe straniere fin dal 1742, ricevendo la somma di 1435 scudi. Quindi vi fu un'ordinanza della Sacra Congregazione del Buon Governo per il ripristino del vecchio carcere ceduto per comodità al macellaio, poiché il nuovo era collocato in uno stabile insalubre.
Le proprietà comunali, come risultano da inventari coevi, erano composte da due palazzi priorali ed uno preturale, due forni, l'orto degli amori (i gelsi), il molino a grano, il campo della chiusa, il terreno del molino vecchio, il terreno detto il Borgo, il pascolo intorno le mura, le coste di san Biagio, la chiesa e i terreni della Maestà, il Perlice (l'Anfiteatro), il Carciofolo (il teatro romano), un terreno nella contrada di Pezzalunga, le selve Basse, Alte e Reguardate. Come i due monumenti romani siano poi divenuti di proprietà di privati non è stato possibile appurare nella documentazione comunale.
Nel 1788 si aggregò alla cittadinanza la nobile famiglia degli Antici di Recanati, poiché si era diffusa la voce di una possibile nomina di Tommaso Antici a cardinale; cosa che di lì a breve avvenne. Il consiglio stabilì, allora, di fargli dono di cento scudi affinché si fosse interessato alle cause che il comune sosteneva per le questioni territoriali con i comuni vicini.
L'anno successivo ci fu un tentativo da parte della Sacra Consulta di aggregare le due parrocchie esistenti nel paese, ma la pronta reazione della popolazione e delle autorità scongiurò quello che veniva paventato come un pericolo.
Nel 1790 si diede l'incarico all'architetto Pietro Belli per l'edificazione dei palazzi preturale e priorale. Poiché il progetto presentato aveva un costo troppo elevato, si optò per l'incarico all'architetto Giacomo Cantoni di Tolentino che ridusse la spesa da scudi 3.525 a 2.659, salvando inoltre la casetta dove era il canale per pigiare l'uva. Si acquistarono, inoltre, manette, maniglie, lucchetto e chiavette per il carcere, poiché un detenuto le aveva rotto durante una evasione nel 1794.
Negli ultimi decenni del Settecento, dopo le crisi produttive degli anni cinquanta e sessanta, si era assistito ad una ripresa positiva. Alti prezzi, incette cerealicole, difficoltà di rispondere alle necessità annonarie cittadine, mancanza di moneta con gravi conseguenze per le categorie artigianali: questi i problemi che ricorrono spesso nella documentazione di fine secolo. Le stesse carestie erano in taluni casi artificiali e speculative per far lievitare il prezzo del grano a livello locale. Questa situazione provocò sovente un risentito malcontento popolare, che sfociò talvolta in aperte rivolte.

Verso uno sviluppo mercantile delle Marche
Il processo di mercantilizzazione della vita economica regionale ebbe il suo avvio con l'istituzione del porto franco di Ancona nel 1732, fino alla crescita esponenziale della fiera di Senigallia alla metà del secolo, per la riforma dei governi pontifici - da Benedetto XIV a Pio VI - per le innovazioni nella redazione dei catasti urbani e rurali, e per l'ammodernamento doganale, che come altri stati italiani costituirono uno stimolo propulsivo alla liberazione dei mercati e alla formazione di ceti borghesi cittadini, desiderosi di conquistarsi uno spazio non solo economico, ma anche politico. La ripresa economica ebbe caratteri contraddittori: pur in presenza di un aumento di produttività agricola, sovente con il drenaggio del grano verso i centri mercantili, si favorirono la speculazione commerciale con l'incetta dei beni di prima necessità.
Inoltre lo Stato della Chiesa, considerato nella sua estrinseca costituzione, nell'insieme del suo governo e della sua amministrazione, soprattutto per il connubio del temporale con lo spirituale, era uno stato sui generis, che presentava singolarità tali che finivano spesso in una vera e propria confusione di poteri, di diritti e di giurisdizione, considerando che le sue province, le sue città e i suoi comuni avevano un aspetto di gestione multiforme.

La Rivoluzione Francese
Gli effetti innovativi della rivoluzione francese raggiunsero ben presto anche Urbisaglia. I Francesi vi entrarono il 28 febbraio 1797, dopo che i priori avevano fatto velocemente scomparire gli stemmi pontifici esposti fuori dalle porte urbiche. Il loro arrivo non determinò solo manifestazioni di giubilo dei pochi liberali marchigiani, ma tutta una serie di manifestazioni strepitose e miracolose diffuse in tutta la regione. A Sanginesio, nel luglio 1797, furono visti muovere gli occhi dell'immagine della Vergine della Misericordia: un episodio confermato da numerose testimonianze oculari. Inoltre a San Liberato un simulacro del santo omonimo fu visto sudare copiosamente; il comune si rivolse all'autorità ecclesiastica di Camerino, che ordinò una verifica formale dell'evento. Questo risveglio religioso e miracolistico ebbe l'apporto incondizionato dei frati predicatori quaresimali, che battevano tutta la regione suscitando la commozione popolare e facendo leva sui loro sentimenti religiosi. Questo fervore religioso fece scoppiare rivolte anche sanguinose in diversi comuni, come quella di Morrovalle del 17 febbraio, dove fu inviato Sigismodo Bandini, comandante della guardia civica di Macerata, per sedarla. Altri episodi del genere accaddero a Montolmo e a Caldarola, soprattutto questa fu al centro di episodi di Insorgenza Marchigiana contro i Francesi.


La repubblica romana
Dopo il trattato di Tolentino (19 febbraio 1797), che riconosce l'annessione alla Francia di Avignone e cede i territori emiliani delle Legazioni, fu proclamata la repubblica in Ancona, cui fecero seguito Pesaro, Fano, Senigallia e Ascoli, aggregate poi nella Repubblica Romana (1798-1799). Nei giorni di permanenza a Tolentino dei plenipotenziari la municipalità del luogo colse l'occasione di presentare una petizione tendente ad assoggettare alla medesima quelle di Treja, Montemilone, Belforte, Caldarola, San Ginesio e Urbisaglia, oltre il feudo di Colmurano già soggetto, per divenire una provincia della Repubblica romana. Un esempio del fatto che ogni novità era considerata l'occasione per dare corpo a mai sedate spinte municipalistiche e a mire territoriali. Ma la proposta fu sdegnosamente respinta. Invece, l'allora generale francese, Napoleone Bonaparte emanò un editto per regolamentare l'organizzazione civile dei comuni, e venne costituita una Municipalità di cinque persone per reggere le sorti delle comunità. In Urbisaglia furono eletti come presidente, detto poi edile, Angelo Castellani, come consiglieri Luigi Antonio Castellani, Domenico Cecchi, Domenico Nisi e Filippo Ventura, come segretario Luciano Piccinini e come cancelliere civile Filippo Antonio Savini; mentre si costituì il corpo della Guardia civile con circa cinquanta effettivi. In tempi di veloce cambiamenti gli uomini che reggevano le sorti dei piccoli comuni cambiavano prontamente per restare in sella e conservare nelle proprie mani il potere sulle comunità locali.
Il giorno 11 marzo 1798 fu inviato a Roma Pio Buccolini per testimoniare il nuovo ordine instaurato ad Urbisaglia ed aderire alle feste per la celebrazione della Confederazione della Repubblica Romana, che comprendeva il Lazio, l'Umbria e le Marche. Quest'ultima venne divisa in tre dipartimenti: del Metauro, del Musone e del Tronto.

L'insorgenza marchigiana
La repubblica non ebbe lunga vita, e fu abbattuta da un'alleanza di austriaci, russi e turchi con il contributo di una violenta ribellione popolare e rurale, che riuscì a cacciare i Francesi dalle Marche nonostante la partecipazione di numerosi patrioti fedeli all'ideale di libertà. Ancona cadde nelle loro mani il 13 novembre. Il 5 luglio 1799, ci fu il sacco di Macerata da parte dei Francesi, poiché la città non si volle arrendere alle loro pretese. A Belforte, il 7 luglio, Francesi con gli alleati Jesini sostennero un assedio contro gli insorti capitanati dal brigadiere Giuseppe Vanni e coadiuvati dal generale De La Hoz. L'insorgenza riuscì a penetrare nella città e la mise a ferro e fuoco. Giuseppe Vanni, originario di Caldarola, raggiunse una discreta fama come avversario dei Francesi, e sovente viene citato nei dispacci della pubblica sicurezza di Tolentino inviati ad Urbisaglia per segnalare la sua presenza nella zona e per ricercare i numerosi renitenti alla leva militare. Fu questo un problema che influenzò non poco gli anni avvenire. La necessità dei Francesi di avere sempre truppe fresche da opporre a numerosi avversari, portò le autorità civili a conflitti insanabili con la propria coscienza e con i cittadini chiamati alle armi, o i cui figli venivano coscritti. Numerosi si rifugiarono in altri paesi vicini facendo perdere le proprie tracce, poiché l'anagrafe civile era solo agli inizi e assolutamente incapace di controllare la popolazione residente.
Così Urbisaglia il 30 luglio era già ritornata sotto il Governo Pontificio. Furono eletti a reggere il comune Giuseppe Farroni, Nicola Cipriani e Filippo Ventura; mentre Francesco Brunelli, Domenico Nisi e Paolo di Marco si recarono a Macerata a prestare atto di sottomissione alle truppe e ai sovrani alleati del Papa. I francesi riuscirono a ritornare poco dopo.
Nel 1800 si inaugurò solennemente l'attuale chiesa di san Lorenzo, iniziata un decennio prima, poiché la precedente era troppo angusta per contenere i fedeli e lo stabile versava in pessime condizioni edilizie.

Ritorno dei francesi e nascita della repubblica italiana
La Repubblica Italiana succedette alla Cisalpina e fu proclamata dalla Consulta di Lione nell'adunanza del 26 gennaio 1802; ivi Napoleone fu nominato presidente, e suo vicario divenne Francesco Riario. Il Regno d'Italia, erede della Repubblica, fu acclamato il 17 marzo 1805, come conseguenza naturale della trasformazione imperiale della Francia. Napoleone cinse la corona regia a Milano il 26 maggio e nominò viceré d'Italia il figliastro Eugenio Beauharnais. Le Marche furono tolte alla Chiesa così Urbisaglia fece parte del dipartimento del Musone, terzo distretto e primo cantone di Tolentino. Ma fu un fuoco di paglia, anche se lasciò una traccia profonda nella vita civile con l'istituzione dell'anagrafe e la costruzione del cimitero all'Entogge.
Nel dicembre del 1804 il podestà, su ordine superiore, decise: di doversi tenere aperta una sola porta di questo paese, nella quale dovrà stare una guardia armata di due uomini nel giorno e nella notte, chiudendosi ancora nella notte, e che si metta inoltre qualche altra guardia, che ispezioni la campagna affinché non si introduca gente sospetta del morbo contagioso.
Nell'anno successivo il comune decide di vendere a Nicola Brunelli la sua vecchia proprietà del Borgo, situata presso le attuale case popolari. Questa zona sin dal duecento era vocata a strutturarsi come nucleo di povere abitazioni addossate alle mura castellane, dove risiedevano di solito contadini giornalieri e artigiani poverissimi, insieme a zingari e a persone senza fissa dimora.
Mentre nel 1808 scoppia ancora un'epidemia bovina e si decise di adunare gli animali malati, o presunti tali, in una stalla unica sotto il controllo specifico di un veterinario competente.

Gioacchino Murat
Gioacchino Murat concepì nelle Marche il famoso proclama di Rimini, e vi pose il quartiere generale delle truppe che dovevano attuare il suo sogno troppo rapidamente tramontato nella sconfitta subita alla Rancia (5 maggio 1815). Partirono volontari al seguito di Napoleone, dopo la fuga dall'isola d'Elba, Francesco Capponi e Angelo Ricotta.

Il Ritorno sotto lo Stato pontificio
Restituita al potere pontificio, Urbisaglia, amministrativamente, apparteneva alla Provincia della Marca, Delegazione di Macerata, Distretto di San Ginesio e contava complessivamente 1626 abitanti.
Con l'inizio di questo secolo si moltiplicarono le opere pubbliche realizzate nel paese: il campanile civico, il lavatoio, il palazzo Brunelli con il suo loggiato, la nuova ala del palazzo comunale adibita a scuola elementare. Furono anche edificate numerose abitazioni private modernizzando le vecchie abitazioni e si istallò l'illuminazione pubblica del corso, allora detto strada grande o strada di mezzo, con due lumi ad olio accesi ogni sera con un ambito appalto annuale.
Nel 1820 fu richiesta la presenza di un brigadiere e dei carabinieri pontifici da destinare al controllo lungo la strada Imbrecciata (detta anche imperiale) da Sarnano e Macerata; contemporaneamente il comune rinunciò all'acquisto di una macchina per macerare la canapa e il lino, con la motivazione della bassa produzione di questi prodotti nelle campagne locali. Nell'anno successivo si acquistarono nuove suppellettili per la chiesa del cimitero rurale e si commissionò un affresco al pittore Valerio Quadri di Montegranaro per la cappellina funeraria, che aveva il tetto a cupola ricoperto da circa 5 quintali di piombo.

Moti rivoluzionari del 1831
Ma venti impetuosi si aggiravano per l'Europa. Nei moti rivoluzionari del 1831 alcuni urbisagliesi (Ermenegildo Nisi, Antonio Brunori, Giusto Pica, Angelo Moschini, Filippo Rossi e Antonio Farroni), secondo le informative della polizia pontificia: abbatterono le insegne papaline e inalberarono il tricolore, recandosi pure a Colmurano per fare l'istesso e offrendo anche del vino per brindare al nuovo ordine politico. Tra tutti si distinse Antonio Nisi, che nacque in Urbisaglia il 31 gennaio 1814 da Celestino, medico condotto e raccoglitore benemerito delle antiche memorie patrie, e da Genoveffa Sarchini, romana. Passò la sua giovinezza nella città natale: visse a Roma, a Milano e fu esule a Parigi. Da una lettera autografa del 12 gennaio 1866 diretta da Milano al Sindaco di Urbisaglia sappiamo di lui: Dopo 30 anni di vita politica e militare, trovomi costretto a rinunciare al domicilio della patria natia, per far parte di quel popolo eminentemente italiano e forte, com'è il popolo lombardo, col quale combattei la guerra per l'Indipendenza d'Italia e fui esso compagno leale, amico nella dolorosa via dell'esilio. Da esule sposò la parigina Augusta Lefevre dalla quale ebbe due figlie: una nata a Torino nel 1853 e l'altra a Parigi nel 1855. E documentata la sua presenza alle guerre per l'Indipendenza d'Italia, per le quali poteva fregiarsi delle medaglie commemorative. Il Nisi è stato di ardenti sentimenti patriottici, cospiratore politico e amico di Felice Orsini (1819-1858), Daniele Manin (1804-1857) e Guglielmo Pepe (1783-1855). Da soldato semplice salì al grado di capitano dell'esercito, poi con Regio Decreto del 17 aprile 1864 fu nominato Colonnello Ispettore della Guardia Nazionale della Provincia di Macerata. Fu anche maggiore dei volontari garibaldino e fido compagno di Giuseppe Garibaldi (1807-1882) a Mentana dove comandava il XXI battaglione. Morì a Roma il 16 settembre 1873.

Nuova organizzazione della vita politica e amministrativa del comune
Al ritorno sotto il dominio pontificio, fu abrogata la figura del podestà, sostituita dal governatore di Tolentino, il quale con tutti i suoi poteri partecipava ai consigli comunali. Nel 1838 i consiglieri vennero portati a 16, antecedentemente erano stati 24 poi 20; prima del Regno Italico il numero non era stabilito per legge e partecipavano ai Consigli più di trenta membri. Dal 1840 al '46 venne costruita una nuova ala del palazzo comunale ad uso delle scuole elementari.
Nel 1842 il comune si abbonò al Dizionario di Erudizione Storico-Ecclesiastico di Gaetano Moroni al prezzo di baiocchi 80 al volume; l'intera opera era composta da più di cento libri. Nell'anno successivo venne costituita per la prima volta la Deputazione agli ornati e spettacoli, risultando eletti Giuseppe Buccolini e Girolamo Piccinini, che avevano il compito di esprimere un parere sulle fabbriche di nuove abitazioni e sulla concessione di licenze per gli spettacoli. Nel 1844 Carlo Leoni di Francesco costituì una società edile con Domenico Brunori di Pasquale per portare a termine i lavori della nuova chiesa di san Giorgio.

I moti del 1848
Nel 1848, mentre il marchese Sigismondo Bandini partecipava alla guerra contro l'Austria nell'esercito pontificio, come aiutante in campo del generale Durando, Carlo Cipriani, Domenico Feroce, Raffaele Galanti, Filippo Farroni come caporale e Alessandro Nisi, che vi perse la vita, partirono come volontari nell'esercito piemontese.
Intanto Urbisaglia aveva aderito alla Repubblica Romana e si fecero le elezioni per amministrare il paese: votarono in 187 risultando eletti come presidente Alessandro Brunelli, come segretari Giuseppe Agostini e Pietro Spinoli e come amministratori Carlo Nisi e Pietro Lulani.
Venne, anche, innalzato un albero della Libertà nella piazza di fianco all'attuale chiesa della Madonna Addolorata a testimonianza della nuova autonomia, ma alcuni cittadini non riconoscendo coloro che lo avevano innalzato come protagonisti del nuovo corso politico, ne elevarono al suo fianco un altro con una bandiera nera listata a lutto. Il 17 marzo, alle sette del mattino, arrivò nella piazza un plotone della Guardia Nazionale al comando del tenente Nisi e l'albero con la bandiera nera venne abbattuto, con l'esecrazione di tutti i cittadini, che in quel gesto vedevano perpetrarsi un evidente sopruso.

Passata la sfuriata di novità si ritorna alla quotidianità
Caterina Galassi, che aveva conseguito il diploma di ostetrica con il contributo finanziario del comune, si impegnò a servire la popolazione gratuitamente se le fosse stata pagata la tassa d'iscrizione all'albo professionale. Fu così istituito il posto di ostetrica alle dipendenze del comune.
Nel 1851, la vedova di Celestino Nisi rivolse una petizione al comune per ottenere un sussidio economico; la riproduciamo integralmente perché illustra magnificamente la ricerca storica e la sua figura di Celestino Nisi, emerito studioso locale, offrendo anche uno spaccato della vita sociale ed economica del paese: Illustrissimi signori Priori, Genoveffa Nisi rispettosamente espone alle Signorie vostre Illustrissime aver non ha guari riperduto il Consorte dottor Celestino Nisi stato Medico Condotto in questo paese per oltre 40 anni. Che non ostante il ridetto di Lei Conjuge ottenuta avesse quattr'anni indietro la giubilazione, e non ostante la presenza di altro soggetto all'Arte salutare, ha continuato a servire la Popolazione, per il di cui vantaggio ebbe a disprezzare i gravi incomodi di salute, di cui era affetto, e per i quali gli fu conferita la giubilazione, oltre l'età avanzata. Che altri e utili servizi ha prestato pur anco a questo Paese sua Patria come quello di aver raccolto, dopo uno studio non mai interrotto di circa 30 anni, dalle notizie intorno alla di lui antichità, e di averne formato un Compendio da potersi dare già alle stampe. Che oltre alle fatiche immense impiegate dal ridetto Conjuge per istruirsi in fatti, e stato della Patria da fra figurare fra le principali del Piceno, ha dovuto spendere delle somme per provvedersi de' libri, nel carteggio, ed altro, come pure per il suo disinteressato modo di condursi, ha lasciato la consorte in uno stato poverissimo, constituita nell'età avanzata di anni 73, e per esser storpia costretta a servirsi delle grucce, incapace di intraprendere un viaggio, ed eseguire qualsiasi lavoro, e la più piccola faccenda, non escluso quella di essere spogliata, e vestita, come ai documenti Parrocchiali, e de' Professori Fisici. Che avrebbe potuto riunirsi coll'unico figlio rimastole Lorenzo impiegato nella qualifica di sostituto nel Tribunale di Prima Istanza di Ascoli, ma viene impedita dalla lontananza, in cui rimane, e questo stante la tenuità del Soldo, che percepisce, non potrebbe supplire al mantenimento di una seconda Famiglia, e tener aperta altra Casa. Tanto premesso l'Oratrice Genoveffa Nisi é a supplicare le Signorie Vostre Illustrissime perché avuto riguardo alla di Lei misera condizione, ed in benemerenza di quanto il Consorte ha amato questa sua Patria, che non ha voluto abbandonare sebbene altre condotte di lucro maggiore fossergli state esibite, vogliano degnarsi assegnarle un annuo stipendio capace a vivere onde non mendicare un tozzo di pane, non tralasciando essa di compensare un tal tratto di generosità o col donare i Manoscritti del detto Consorte riferibili all'antichità di questo paese, o col darli quanto prima alle stampe. Le fu accordato un sussidio annuo di 70 scudi, così il comune acquisì tutta la ricerca storica perseguita da Celestino Nisi, e tutti i libri della sua biblioteca.
Nel febbraio 1852, venne potenziata la scuola elementare con l'assunzione di un secondo maestro, che avrebbe collaborato nell'insegnamento, in prima classe, di lettura, calligrafia, aritmetica, geografia e grammatica; in seconda classe, invece, di latino, umanità e retorica.
L'11 dicembre, dopo una perizia dell'architetto Mariotti, cadde improvvisamente, sul principio dei lavori, l'intero pavimento del primo piano del Palazzo Comunale, coinvolgendo 14 persone. All'infuori di un comprensibile spavento, rimasero tutti miracolosamente incolumi.
Pochi anni più tardi si acquistano due case, vicine alla chiesa di san Giorgio, appartenenti alle sorelle Corradi per costruirvi il mattatoio e la pescheria.

Una frana nei dintorni del paese provoca danni consistenti
Il primo novembre del 1858, uno smottamento provocò una frana distruggendo 14 case e circa 40 ettari di terreno coltivato, mettendo sul lastrico 12 famiglie. La frana interessò le pendici del monte di Broccolo verso il fosso del Rio. A stento gli abitanti della contrada riuscirono a salvare la pelle, perdendo ogni avere e le loro misere cose. Fu ordinato all'ingegnere provinciale Mariotti un esame della situazione per aprire una strada provvisoria per permettere agli abitanti della zona e di Villa di Sant'Angelo di continuare a commerciare con il capoluogo, al costo complessivo di 340 scudi. Inoltre, il papa Pio IX (1792-1878), su intercessione di Sigismondo Bandini, stanziò 200 scudi, ai quali il marchese ne aggiunse 50 di tasca propria, per alleviare le disgrazie dei diseredati.
Non tutti gli avvenimenti erano così funesti, fu assunto dal comune anche un maestro di musica per la costituzione di una banda cittadina.

L'unità d'Italia
Nonostante la repressione dei vari moti liberali, l'unità d'Italia era matura e dettero il loro contributo tra i Cacciatori delle Marche gli Urbisagliesi Angelo Castellani (sergente), Filippo Farroni (caporale), Americo Brunori, Pasquale Brunori, Tancredi Farroni, Luigi Giglietti, Giorgio Mancini, Giovanni Sforzini e Antonio Conforti.
La presa dell'Italia centrale fu la risposta monarchica del Piemonte all'avanzata garibaldina dal sud verso Roma, e vinta diplomaticamente a Parigi, ebbe un esito militare scontato. Non fu una grande impresa, ma ebbe l'originalità di essere condotta unicamente dai Savoia. Per l'aspetto militare ebbe come protagonisti i generali Fanti e Cialdini, mentre sul lato amministrativo, con pieni poteri, si distinse il commissario Lorenzo Valerio (1810-1865). Già da Senigallia aveva approntato l'apparato amministrativo provvisorio della provincia nominando come commissari Stefano Tomani Amiani per Camerino e Luigi Tegas a Macerata. Inoltre, in breve tempo emanò e diede alle stampe per un'immediata esecuzione una lunghissima serie di provvedimenti che spazzavano via in pochissimo tempo tutto l'organizzazione economica e civile del tradizionale Stato pontificio. Contro la Chiesa decretò l'abolizione del Santo Uffizio, del Foro ecclesiastico, l'emancipazione degli ebrei, la tutela civile delle Opere Pie. Proibì la sepoltura nelle chiese, come allora si era continuato a fare; abolì le decime per le chiese; obbligò i curati ad aprire i registri parrocchiali per organizzare l'anagrafe dello stato civile, soppresse le congregazioni e gli ordini religiosi incamerandone le proprietà immobiliari. Questo atto poteva suscitare reazioni e proteste fortissime, tali da rendere socialmente più agitato, politicamente più tempestoso, il proseguo del suo governo, ma le proteste rimasero marginali. Solo il cardinale De Angelis, arcivescovo di Fermo, tentò di organizzare movimenti sanfedisti, ma venne ben presto relegato a Torino.
La Chiesa dominava ancora pesantemente nelle campagne, ma queste non dominano sulle città, dove si decidevano le sorti della regione e della sua popolazione. Il suffragio elettorale restava a base censitaria, quindi una piccolo ceto privilegiato decideva i destini di tutti. La ricerca del consenso alla nuova società venne condotta in modi e con strumenti diversi, secondo un ventaglio di interventi che hanno per estremi quello del maestro elementare da una parte e quello del carabiniere dall'altra. Si oscilla dalla riduzione della tassa sul sale, all'imposta prediale sui fondi rustici, alla conferma della tassa dei 350.000 scudi emessa dal cardinale Giacomo Antonelli, segretario di Stato, nel 1854, per recuperare le mancate entrate di una tassa sul vino, originate da una pessima annata della produzione. Questa tassa era vissuta da tutte le comunità come una vera angheria, generando una lunghissima lista di comuni insolventi.
Subito dopo la battaglia di Castelfidardo fu creato in Urbisaglia un comitato provvisorio per la gestione del passaggio dei poteri dallo Stato pontificio al Regno d'Italia nelle persone di Pasquale Cecchi, Francesco Palazzetti, Domenico Pelatelli, Giuseppe Agostini e Benedetto Bartoloni.
Nel successivo Plebiscito del 4-5 novembre votarono 647 cittadini, con parecchi astenuti e pochissimi voti contrari.

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Dall'Unità d'Italia ai nostri giorni
1860 - 1945


Dopo l'Unità d'Italia
Dopo l'Unità d'Italia, Urbisaglia si dotò di comode strade di accesso al paese, pavimentò tutte le gabbe interne (così sono chiamate ad Urbisaglia le vie interne), aprì due nuove porte nelle mura medioevali e adattò il vecchio magazzino del monte frumentario a teatro. Aveva una popolazione di poco superiore ai 2.000 abitanti con il comparto industriale molto sviluppato per quei tempi: una fabbrica di sapone, tre filande (Brunelli, Cecchi e Piccinini), un molino a grano e uno frantoio per l'olio (Cecchi).
La coscrizione obbligatoria fu una delle maggiori ed ostiche novità del passaggio sotto i Savoia. Fu un fatto traumatico e violento per un popolo abituato alla miseria, rassegnato alla vita grama, avvezzo alla prepotenza domestica dei preti, ma ripagato almeno della certezza che l'esistenza si consumava fra quei campi miseri, fra quelle occupazioni modeste, precarie, senza speranze sulla propria terra. La renitenza alla leva fu nelle Marche un fenomeno estesissimo nei primi anni dopo l'Unità, e particolarmente nelle campagne.
Il giovedì 12 giugno 1862 furono acclamati per le vie cittadine i bersaglieri del XXVI battaglione al comando del maggiore Barbalavata, che si erano ricoperti di gloria nella battaglia di Castelfidardo. Nello stesso anno il comune decise di rilevare dal demanio i beni del convento del santissimo Crocifisso per istituirci una sezione di scuola elementare rurale e un cronicario per anziani soli.
Ancora nel 1863 viene nominata una commissione consiliare per rivedere i confini con Tolentino, che accampava pretese per un terreno nella contrada di Valleresco. Inoltre, la Congregazione di Carità si accollò la gestione dell'ospedale e del Pio Monte frumentario. Mentre nel 1864 si stanziarono 613 lire per la guardia nazionale, recatasi a Civitanova e Macerata per rendere omaggio al re Vittorio Emanuele e al principe ereditario. Nell'anno successivo il comune acquistò 12 azioni della società che si apprestava a costruire la tratta ferroviaria Portocivitanova-Albacina. Fu adattata la vecchia strada per fonte Pecolle ad uso del tiro a segno per la milizia cittadina, quella appena sottostante la via della Rocca. Inoltre, il colonnello Domenico Silverj propose di unificare la Guardia Nazionale di Urbisaglia con quella di Colmurano.
Nel 1866 combatterono con Garibaldi a Bezzecca gli urbisagliesi Nicola Canzonetta come trombettiere, Corrado Brunori, Lorenzo Brunori, Beniamino Caraceni, Cesare Cecchi, Domenico Galanti come caporale, Giuseppe Gasparri e Benedetto Sforzini.
Dietro la richiesta di 40 cittadini sensibili venne costituita la Società Operaia del Mutuo Soccorso, che iniziò ad operare con lo scopo dichiarato di alleviare le condizioni materiali delle classi meno abbienti. Anche se fu di breve durata lasciò un segno profondo nella memoria delle generazioni successive.
Inoltre, al becchino Luigi Dignani erano state affidate le porte di Porta Entogge, che erano state divelte dai cardini. Per recuperare i chiodi, lui le bruciò e per questo fu condannato dal consiglio al pagamento di 8 lire con una ritenuta mensile di una lira. Successivamente a causa della sua estrema miseria gli furono condonate quattro lire.
Nello stesso anno il predicatore della Quaresima chiese al comune la dispensa dall'invocare benedizione di Dio sul Re e la famiglia reale. Dopo lunga discussione in consiglio comunale su libera Chiesa in libero Stato, i consiglieri decisero di confermare la benedizione se il predicatore chiedeva il contributo del comune, ma in via del tutto eccezionale concessero al predicatore una dispensa.

Attività culturale e sociale e alcuni civici benefattori
Nell'anno successivo si ricostituì, a spese del comune, la Società del Musico Concerto, cioè la banda musicale che si era precedentemente sciolta per mancanza di fondi e la congregazione di carità, ente comunale di assistenza si accollò la gestione dell'ospedale civico. Fu anche inoltrata una petizione popolare al governo per iniziare gli scavi al teatro e all'anfiteatro romani. Finalmente, poi, si concretizzò l'acquisto dello stabile del convento francescano con la motivazione di destinarvi un asilo di mendicità e delle scuole domenicali per la classe agricola; invece vi venne collocata la caserma dei carabinieri.
Con i lasciti di illustri benefattori della Comunità, deceduti senza lasciare eredi - Innocenzo Petrini, Angelo Buccolini e il marchese Alessandro Viscardi-Giannelli - si dotò il paese di istituzioni di assistenza alla popolazione indigente.
Innocenzo Petrini (1774-1846) lasciò in eredità, con testamento del 27 agosto 1845, una casa e due terreni all'Ospedale che allora esisteva solo di nome: con gli affitti di questo patrimonio fu acquistato e rimesso a nuovo un fabbricato all'interno del paese ed attrezzato ad ospedale. Iniziò così a funzionare, anche se non aveva rendite sufficienti per il ricovero degli ammalati, ma solo come ambulatorio. A questo contribuì successivamente Augusto Cecchi con un legato di 10.000 lire, in omaggio alla memoria della sorella Bettina, sposata Antinori, stroncata nel fiore degli anni. Inoltre a Innocenzo Petrini fu dedicata una via, precedentemente chiamata Flaminia.
L'esempio di Petrini fu imitato, anche, da Angelo Buccolini, nato ad Urbisaglia il 12 giugno 1791 e morto a Macerata il 28 maggio 1877. Questo illustre benefattore, che dà il nome all'IPAB della Casa di riposo per anziani, donò l'intero suo patrimonio ai poveri della sua terra natale. Avvocato, governatore, giudice fiscale nel Governo pontificio e podestà ad Urbisaglia nel 1831, era di animo nobile e di ingegno non comune. Stimato e apprezzato per le sue doti giuridiche, ricoprì vari incarichi pubblici, che resse con una grande integrità morale e straordinarie capacità amministrative. Visse quasi sempre a Macerata insieme all'unico fratello don Domenico, canonico del duomo e professore di morale dogmatica nell'università maceratese. Nel 1869 aveva fondato il Monte dei Pegni, approvato con Regio Decreto del I luglio, dotandolo di un capitale iniziale di 5.000 lire. Don Domenico aveva disposto con testamento simultaneo con quello del fratello, il 30 novembre 1859, che l'intero patrimonio di famiglia fosse lasciato alla comunità di Urbisaglia. Il 25 gennaio 1875 consegnava al notaio maceratese Francesco Salustri il suo testamento, in cui specificatamente destinava il suo intero patrimonio per opere benefiche: ingrandimento del monte dei pegni, istituzione di un ricovero per vecchi e cronici, un'Istituto di studi per giovani urbisagliesi poveri e il dotalizio per zitelle bisognose; nominando come erede l'Ospedale di Urbisaglia. Dopo la morte di Angelo Buccolini, per alcuni anni, l'ospedale usufruì di questa cospicua rendita fino al 14 luglio 1895, quando si diffuse, come un lampo, nel borgo la notizia del ritrovamento un nuovo testamento, che invalidava il precedente e nominava eredi universali Giuseppe Buccolini di Macerata e Aristide Montevecchio di Macerata. Ne sortì una lunga causa basata soprattutto sulla veridicità del testamento con interessanti perizie calligrafiche sul documento. Terminò davanti la Regia Corte di Cassazione in Roma 6 marzo 1901. Artefice dello straordinario risultato fu Beniamino Belloni, meglio noto come appassionato cultore di memorie patrie. Nel 1878 ad Angelo Buccolini venne dedicata la via, dove era collocata la sua casa natale.
Alessandro Giannelli nacque a Roma da Paolo e dalla contessa Viscardi il 20 settembre 1842 e morì il 26 marzo 1884. Tenente dell'esercito, sovente risiedeva ad Urbisaglia durante le licenze, in un casino di campagna in contrada Pezzalunga appartenente alla sua famiglia. Dispensato dal servizio militare per disfunzioni cardiache vi venne a risiedere permanentemente. Sentendo prossima la fine dei suoi giorni, decise di lasciare il suo cospicuo patrimonio per l'istituzione di un asilo infantile con testamento dell'8 aprile 1882. Anche se i suoi fratelli si opposero tenacemente, il Regio Decreto del 29 marzo 1885 stabilì la costituzione del nuovo ente assistenziale. Il 21 aprile 1884 gli venne dedicato il corso principale del paese, che si chiamava precedentemente Strada di Mezzo.

Alcuni atti amministrativi ei vari consigli comunali
Nel maggio del 1873 il consiglio comunale deliberò di devolvere 10 lire ad Amedeo di Savoia, duca di Aosta, figlio di Vittorio Emanuele II, che essendo stato eletto re di Spagna nel 1870, aveva abdicato alla corona. Venne, inoltre istituito l'ufficio postale con un contributo annuo di 130 lire e con l'impegno del comune di provvedere alla trasporto dei dispacci, dietro l'interessamento presso il governo centrale dell'onorevole Giuseppe Checchetelli. Nell'anno successivo fu ampliato il servizio con l'installazione del telegrafo, collegandosi con la linea che congiungeva Macerata a Sarnano.
Nel 1876 si deliberò di mantenere l'archivio notarile ad Urbisaglia e si propose di trasferire il cimitero nell'orto dietro il convento del santissimo Crocifisso e in alternativa presso la chiesina di san Biagio, prospettando di utilizzare anche i serbatoi dell'acquedotto romano come ossario. Fortuna volle che il progetto non fosse portato a compimento. Venne, inoltre, in visita Medoro Savini, parlamentare eletto nella circoscrizione di Tolentino che comprendeva Urbisaglia, e il comune spese 900 lire per i festeggiamenti. Successivamente, in ringraziamento del suo brillante intervento oratorio nella seduta alla Camera del 10 marzo 1879 in favore della ripresa degli scavi nella zona archeologica di Urbs Salvia, gli fu concessa anche la cittadinanza onoraria.
Nel 1877 una petizione popolare di 137 cittadini chiese che la strada per Tolentino avesse il suo imbocco nella Rocca. Questa sollecitazione spinse il consiglio comunale a deliberare la demolizione della Rocca, lasciando in piedi le torri angolari e il maschio. La demolizione della cortina centrale esterna al paese venne distrutta con l'uso di mine, ma i materiali di risulta bastarono appena a riempire tre o quattro chiavicotti della strada Illuminati. Così appena tre anno dopo i lavori vennero sospesi, vista l'impossibilità di recupera mattoni interi da poter poi riutilizzare. Inoltre, per la prima volta venne costituita in paese una sezione elettorale, nella quale espressero il loro libero convincimento ben 40 cittadini; prima era necessario recarsi a Tolentino per esercitare i diritto di voto. Nel 1879 venne ritrovata lungo l'imbrecciata o strada imperiale la lapide dedicata alla liberta Salvia. Venne anche retribuito un certo Luigi Dignani per aver trasportato a Macerata materiale archeologico di proprietà comunale.

Deliberazioni per migliorare la viabilità verso il centro storico
In questa fine del secolo principale preoccupazione degli amministratori fu di dotare il paese di comode strade di accesso e di collegamento con i paesi vicini: Tolentino, Loro Piceno, Colmurano e Petriolo. Ma non tutte le opere furono realizzate, per esempio il progetto di un tramway a vapore per la provinciale urbisalviense restò sulla carta. Comunque si crearono le condizioni per un migliore livello di vita della popolazione e per lo sviluppo economico, tanto che agli inizi del '900 Urbisaglia era considerato dalle statistiche ufficiali un piccolo centro industriale grazie alle sue filande, alle fornaci, al calzificio, al saponificio, ecc.
Nel 1882 si diede inizio ad una revisione urbanistica del centro storico con la pavimentazione e il livellamento delle vie interne; la realizzazione della strada di collegamento dalla chiesa di san Giorgio alla Rocca realizzate da Domenico Cecchi su progetto di Giuseppe Tambroni di Appignano per il costo di 884,72 lire; e l'arretramento della facciata di alcune case e della chiesa dell'Addolorata, il cui progetto del geometra Gaspare Pediconi venne a costare 762,64 lire. Inoltre, per questioni di ordine pubblico furono aumentati i punti luce notturni all'interno del paese e venne definitivamente trasferita la caserma dei Reali Carabinieri all'interno del paese, precedentemente era alloggiata al convento del santissimo Crocifisso.
Nel 1884 fu incaricato l'architetto Giuseppe Tambroni di redarre i progetto per la costruzione del nuovo cimitero alla Maestà, terminato dalla ditta Leandro Brillarelli di Petriolo nel 1889.
Fu istallata nel porticato la lapide dedicata ai concittadini Angelo Buccolini e Alessandro Giannelli dello scultore Angelo Lana di Macerata per un costo di 1200 lire. Sotto queste logge si svolgeva il mercato delle erbe, lasciando libera la prima arcata verso il campanile per il caffè, quella di fianco per gli inquilini e l'ultima per la chiesa.
Nella guerra coloniale d'Africa vi presero parte come volontari il capitano Nicola Gasparri e il tenente Luigi Arnaldo Galanti, nati a Macerata, ma figli di genitori di Urbisaglia, e persero la vita nella battaglia di Dogali il 26 gennaio 1887.
Nel 1890 nacque ad Urbisaglia Luca Carimini che da semplice scalpellino divenne architetto, lavorando principalmente in palazzi signorili e chiese di Roma.
Mentre nel 1913 si era dotato il paese di energia elettrica, sette anni più tardi fu portata l'acqua potabile con un acquedotto e una pompa di sollevamento da Fonte Pecolle al serbatoio costruito all'interno della Rocca.


La prima guerra mondiale e il fascismo
Durante la prima guerra mondiale molti profughi, provenienti dalle regioni dilaniate dal conflitto, furono accolti in questo territorio. Inoltre, molti Urbisagliesi parteciparono alla guerra e numerosi vi persero la vita.
Nel 1922 fu costituito un locale fascio di combattimento e alcuni suoi membri parteciparono alla Marcia su Roma. Il 6 agosto del 1923 si autosciolse il consiglio comunale, dopo la vittoria del Partito Nazionale Fascista nelle travagliate elezioni di quell'anno.
Nel 1930 venne inaugurato il monumento a Nicola Bonservizi (2 dicembre 1890-26 marzo 1924) che fu interventista della prima ora come tenente d'artiglieria, collaboratore della rivista Utopia fondata Benito Mussolini dopo l'uscita dal Partito Socialista, redattore del Popolo d'Italia fin dalla fondazione. Dal 1920 ne fu corrispondente da Parigi, dove fondò il settimanale l'Italie nouvelle. Venne ferito mortalmente da un tal Bonomini il 20 febbraio 1924, al ristorante Savoia, morendo dopo pochi giorni. Per ricordarlo, nel 1936, si modificò il nome del comune in Urbisaglia-Bonservizi, mantenuto ufficialmente fino al 1946, e smantellato da numeri civici delle abitazioni sin dalla Liberazione.

Seconda guerra mondiale
Con l'ingresso dell'Italia nella seconda guerra mondiale, il sostegno al regime fascista diminuì progressivamente, fino a venir meno del tutto dopo l'armistizio dell'8 settembre del 1943. Molti giovani si rifugiarono in montagna insieme ai prigionieri alleati provenienti dal campo di concentramento di Sforzacosta, per sfuggire alla cattura e alla deportazione in Germania. Numerose le azioni di aiuto in favore dei partigiani rifugiati sulle montagne di Monastero, dove si era costituita la Banda Niccolò. All'abbazia di Fiastra nel frattempo funzionava un mite campo di concentramento di prigionieri ebrei e stranieri, se confrontato con altri in Europa.
Il 29 luglio del 1944 la Banda Niccolò, guidata da Augusto Pantanetti, fece il suo ingresso a Urbisaglia, proveniente da Passo Colmurano, accolta trionfalmente dalla popolazione con mazzi di fiori e manifestazioni di giubilo. Era la fine di un incubo. Nella zona avvennero scontri con i tedeschi in ritirata e bombardamenti sull'abitato che provocarono, fortunatamente, lievi danni. Nel corso di questi combattimenti persero la vita anche soldati del neonato Esercito Italiano, che fu costituito ufficialmente proprio a Urbisaglia nella villa in contrada Armanciano, il 25 agosto del 1944, con la firma di un accordo con le truppe alleate, alla presenza del principe ereditario Umberto di Savoia.
Iniziò così il periodo democratico. Vengono fondate le sezioni dei primi partiti politici: il primo a inaugurare una sede è il Partito Comunista, quindi è la volta del Partito Socialista di Unità Proletaria e successivamente della Democrazia Cristiana.
Il resto è cronaca dei nostri giorni.

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