Dal periodo
romano al Mille
III secolo - 1.000
Fase finale e caduta
dell'impero romano d'Occidente
Il passaggio dall'Antichità al Medioevo non avvenne d'un colpo,
ma in un lungo lasso di tempo. Rappresentò un'ampia serie di
lenti e graduali cambiamenti, di cui la caduta dell'impero romano
d'Occidente costituì una cesura solo nel senso che con essa
tramontò in Occidente la cornice politica della società
romana classica.
La ricostruzione degli avvenimenti nei secoli successivi riguardanti
la storia di Urbs Salvia risulta spesso frammentaria, ma le sue vicende
si collocano nel quadro della regione. Il Piceno seguì fatalmente
le sorti amministrative del resto d'Italia, che ricevette l'ordinamento
amministrativo stabilito dall'imperatore Diocleziano (245-313) e attuato
dal successore Costantino (280-337).
Posteriormente, al posto della V regio augustea, fu costituita la
provincia della Flaminia et Picenum, sottoposta ad un corrector, e
quindi ad un consularis, come riferisce Ammiano Marcellino nelle sue
Storie di un governatore di nome Patruino ed anche il cippo miliare
della vicina abbazia di santa Maria delle Macchie. Un ulteriore modificazione
amministrativa avvenne verso il V secolo quando i territori a sud
dell'Esino furono riuniti nel Picenum suburbicarium e sottoposti direttamente
all'amministrazione di Roma.
Il carattere mistico religioso della popolazione picena, che risale
a origini antichissime (basti ricordare i fana, i boschi sacri, le
stipi votive e la tradizione sabellica, mai tramontata per tanto volgere
dei secoli) aveva trovato subito un nuovo indirizzo nella religione
cristiana. La diffusione dalle nostre parti viene riferita a san Marone,
antico cooprotettore di Urbisaglia a cui è legata la leggenda
riportata dagli statuti cinquecenteschi di Civitanova. Narra Giovanni
Marangoni nel suo libro Memorie Sagre e Civili di Civitanova del 1714:
che essendo solito ogni anno di uscire una volta dal Mare nella spiaggia
verso il Fiume Chienti un grandissimo Dragone, che col fiato uccideva
i fanciulli di 3. Anni, in quell'anno era stata destinata per cibo
del Dragone la Figlia del Re, ed il Santo avvisato dall'Angelo, portossi
incontro al Dragone, e col nome di Cristo lo confinò nel Mare,
e liberò la fanciulla Reale. Indi portatosi in Urbisaglia,
il Re di quella, nominato Traiano si battezzò, credendo nel
Dio di Marone. La vetustà della leggenda, oltre a confondere
i due santi, san Giorgio - il principale protettore di Urbisaglia
- e san Marone cooprotettore, testimonia la rapida diffusione del
cristianesimo in questa terra sin dai tempi più antichi e la
sconfitta del paganesimo, sottinteso dalla presenza leggendaria del
drago.
La diffusione del cristianesimo avvenne maggiormente all'interno delle
città, tanto che l'abitante del pagus (pagano) divenne sinonimo
di non cristiano e seguace dell'antica religione romana. Già
prima dell'editto di Milano, emanato da Costantino nel 313, le comunità
cristiane si erano normalmente formate nei centri urbani delle città,
sotto il governo di un vescovo. Si era così presa l'abitudine
di considerare la civitas come quadro normale di una circoscrizione
ecclesiastica - più tardi sarà chiamata diocesi - di
cui il vescovo ne era il capo indiscusso. Nel IV secolo questa situazione,
delle città divenute cristiane e delle campagne rimaste pagane,
si evolve, in particolare perché l'élite urbana guadagna
le campagne e fonda chiese rurali nei grandi possedimenti agricoli.
Soprattutto fu il concetto stesso di città ad essere minacciato
nella sua esistenza e coesione dallo sviluppo della grande proprietà
terriera. La città sarebbe senza dubbio scomparsa senza che
la struttura che essa costituiva si fosse perpetuata in alcunché,
se non si fosse protratta nella diocesi ecclesiastica. E questa circostanza
fu di ancora più grande rilievo se si pensa che ciò,
che si può chiamare la lotta tra la città e la grande
proprietà nel basso impero, si trasferì in qualche modo
sul piano delle cose ecclesiastiche. Nel grande dominio il proprietario
volle avere la sua chiesa personale, egli la fondò, la costruì,
la fornì di beni. Pretese anche che fosse il più possibile
indipendente dalla chiesa della città: origine di un conflitto
tra luogo di culto privato del dominus e la chiesa pubblica della
città, che doveva protrarsi fino al XII secolo. Va inserita
in questo contesto religioso la distinzione tra san Lorenzo, protettore
della parrocchia e san Giorgio protettore del comune, il culto dei
quali separava probabilmente, anche, gli abitanti di origine romana
dai nuovi signori germanici.
Se si può individuare nella crisi del mondo romano, l'inizio
dello sconvolgimento da cui nascerà l'Occidente medievale,
è legittimo considerare le invasioni barbariche come l'avvenimento
che fa precipitare le trasformazioni in atto, dando loro un andamento
catastrofico e modificandone profondamente l'aspetto. Le invasioni
lasciarono piaghe mal cicatrizzate: fecero precipitare l'evoluzione
economica causando il declino dell'agricoltura e il ripiegamento delle
città. Alcuni aspetti, però, sono molto interessanti:
furono quasi sempre delle fughe in avanti. Gli invasori si trasformarono
in fuggiaschi spinti da qualcuno più forte e più crudele
di loro. La loro crudeltà si confuse spesso con la disperazione,
soprattutto quando i Romani rifiutarono loro l'asilo, spesso chiesto
pacificamente. La nostra storiografia più popolare ha in odio
il barbaro che annienta dall'esterno e dall'interno questa civiltà,
distruggendola o avvilendola. Eppure altre dovrebbero essere le considerazioni.
Resta documentata l'attrazione che la civiltà romana esercitò
sulle popolazioni barbariche. Non solo i loro capi fecero appello
ai consiglieri romani, ma cercarono spesso di imitare i costumi e
ornarsi dei titoli romani: consoli, patrizi, ecc. Non si presentarono
solo come usurpatori e nemici, ma spesso come ammirati imitatori delle
istituzioni romane. Inoltre, se si considera la presa di Roma di Alarico
(370-410) soltanto come uno dei fatti dolorosi che Roma ha dovuto
subire, va sottolineato che, contrariamente alla maggior parte dei
generali romani vincitori che si sono resi famosi per il sacco delle
città conquistate e con lo sterminio dei loro abitanti, Alarico
accettò di considerare le chiese cristiane come luoghi di asilo
e le rispettò. La grande novità fu che quella cosiddetta
efferatezza barbara si dimostrò tanto umanitaria da indicare
alla popolazione inerme le grandi basiliche, dove non sarebbero stati
né attaccati, né uccisi.
L'opprimente imposizione fiscale per il mantenimento del numeroso
apparato statale generò l'abbandono delle campagne e lo spopolamento
di intere regioni; tanto che dovettero essere condonati gli arretrati
dei tributi fondiari. La cosa si ripeté sovente in seguito
alle incursioni e alle devastazioni dei barbari. Inoltre, nel 398
la popolazione locale delle zone occupate dai barbari fu obbligata
a cedere ai Germani un terzo delle case e dei poderi, il che ebbe
gravi conseguenze sia per l'amministrazione civica e della giustizia,
che per il sistema fiscale nella riscossione dell'imposte. Nel 420
fu emanata una legge che permetteva di fortificare le villae (grandi
appezzamenti terrieri riuniti sotto un solo proprietario con la sua
residenza, che svolgeva la funzione di centro di raccolta e di direzione).
Attorno alle villae dei pochi ricchi e potenti si strinsero non solo
i loro dipendenti diretti, sparsi nelle loro vastissime proprietà,
ma anche i liberi coltivatori riuniti nei loro villaggi (vici) di
cui il grande proprietario assumeva il patrocinio, costituendo così
delle vere unità sociali, dotate di fatto, se non di diritto,
di una larga autonomia, che in molti casi tendeva ad avere anche un
contenuto economico per il sorgere presso la villa di opifici industriali
con manodopera servile, e con l'intensificarsi di scambi di opere,
di servizi, di merci entro il territorio compreso nelle grandi proprietà.
Fu lo storico Procopio da Cesarea (500 c.a - 565), segretario e consigliere
del generale bizantino Belisario (500 c.a - 565), che ci ha tramandato
l'avvenuta distruzione di Urbs Salvia per opera di Alarico mentre
si avviava alla conquista di Roma. Come riportato nel De bello gothico,
di essa non rimasero altro che i resti di una porta, delle mura e
alcuni pavimenti in mosaico. Queste affermazioni non vanno prese alla
lettera, ma inquadrate nelle pessime condizioni economiche e sociali
della popolazione italica nel IV secolo. La presunta distruzione sarebbe
avvenuta nel 408 - 409, ma sicuramente non fu così catastrofica
come ci viene tramandato se, ancora oggi, i ruderi che si possono
ammirare, sono più monumentali e numerosi di quelli riferiti.
Inoltre, se erano rimaste così poche vestigia sparse nella
campagna abbandonata, non si potrebbe spiegare come mai Urbs Salvia
avesse ancora il titolo di diocesi, come testimonia la partecipazione
del suo vescovo Lampadio al concilio del 1 marzo 499 convocato in
Laterano dal papa Simmaco (IV sec. - 514). Sull'episcopato urbisagliese,
a parte questa fugace menzione, nei documenti non si conoscono altri
accenni. L'unica cosa certa è che solo le piccole città
ben organizzate ecclesiasticamente, dopo il concilio di Sardi del
343, poteva vantare il diritto della sede episcopale.
Se il racconto di Procopio appare in qualche aspetto assai esagerato,
è però vero che gli sgravi fiscali accordati al Piceno
durante quel secolo documentano il grave stato di depressione economica
in cui versavano le campagne. In tale frangente anche la lenta decadenza
delle città fu probabilmente irreversibile. Di sicuro ci fu
un progressivo declino generato dalle lunghe guerre e dalle relative
soldataglie, che scorrazzarono indisturbate lungo l'Italia dopo la
caduta dell'Impero romano d'Occidente.
La guerra gotica
e il Piceno
I goti riservarono ai romani le attività burocratiche-amministrative,
mantenendo per sé l'esclusiva dell'esercizio delle arti militari.
La guerra, che oppose i goti ai bizantini, imperversò lungamente
nella regione, divenuta aspro campo di battaglia. Procopio, transitando
insieme a Giovanni, generale di Belisario, ci dà una descrizione
concisa e illuminante della situazione desolante nel Piceno.
Nel giugno del 538, Belisario si era mosso con tutto il suo esercito
dalla città di Fermo, scelta come base d'appoggio, per recare
aiuti militari ad Osimo, assediata dai Goti, passando per la strada
collinare interna. Durante la marcia forzata, giunse ad Urbisaglia,
dove l'esercito si accampò presso l'Anfiteatro, come testimonia
il toponimo Parlasium tipico degli accampamenti militari bizantini.
Al suo arrivo accadde il tenero aneddoto di Egisto e la capra, del
quale Procopio fu testimone oculare. All'approssimarsi delle truppe,
gli uomini e le donne romani fuggirono sulle colline vicine in preda
al terrore, convinti che si trattasse di un esercito nemico. Nella
concitazione della precipitosa fuga, un lattante, lasciato dalla madre
spaventata, fu protetto ed allattato da una capra rimasta abbandonata
nella città deserta. Quando superato il panico, la gente romana
ritornò nelle abitazioni, vide la capra che teneramente allattava
il bambino, impedendo a chiunque di avvicinarsi. Il bambino piangeva
ogni qualvolta la capra veniva allontanata da lui, rifiutando con
ostinazione il seno delle donne che si erano offerte per allattarlo.
Procopio narra, inoltre, che al bambino fu imposto dai concittadini
il nome di Egisto, ossia Caprolino. L'uso del nome greco Egisto ci
fa sospettare che, nonostante la decadenza della città, la
popolazione godeva ancora di un buon livello culturale conoscendo
ancora la lingua greca.
I Longobardi, i
Bizantini e i Franchi
Verso la fine del secolo, quando non si era ancora spenta la dolorosa
eco dell'infuriare della guerra gotica, si abbatte sulle nostre contrade
le violente scorribande dei Longobardi, mentre imperversava una gravissima
carestia.
Nel secolo VII venne effettuata una nuova organizzazione territoriale
della regione, con il fiume Musone a delimitare verso nord la Pentapoli
bizantina, mentre il sud era sotto l'influenza longobarda e unificato
al ducato di Spoleto. Inoltre, nacque un atteggiamento nuovo e diverso
nei confronti dell'introduzione, ai fini fiscali, di ripartizioni
di varia denominazione (privilegium, pievi, parrocchie, distretti,
quartieri, terzieri, ecc.) e in generale la creazione ex novo di entità
territoriali intermedie fra l'ambito della diocesi e del comitato
con le singole villae.
Seguirono secoli, nei quali non si rintracciano testimonianze storiche
attinenti direttamente il borgo di Urbisaglia, mentre perdurarono
le condizioni di instabilità politica nelle lotte persistenti
tra i longobardi e i franchi. I problemi posti dalla presenza dei
barbari dominarono la storia dell'Occidente dalla fine del V alla
fine del IX secolo. Ma essi si presentano in maniera diversa a seconda
che ci si ponga in età longobarda o carolingia. Il primo di
questi due periodi è contrassegnato dalla coesistenza di popoli
che non si sono ancora fusi, da un pluralismo etnico e culturale,
ed anche da un decadimento politico; il secondo da un tentativo di
ricostruzione, di rinascita, di ordine in riferimento a valori ereditati
dall'antichità e adattati ad un nuovo stato di cose. Soprattutto
il dominio dei longobardi, a causa del loro stile di vita basato sulla
caccia e lontano dalla vita della città, contribuì pesantemente
alla rapida decadenza delle città romane e alla rovina del
sistema viario. La dominazione dei franchi è rintracciabile
negli anni successivi nei loro nomi riscontrabili nelle pergamene
medievali e per i toponimi lasciati a tramandare la traccia della
loro presenza. Il suolo italico fu teatro di un grande scontro intergermanico
in cui prevalse il popolo più incline alle integrazioni etniche
e agli accorpamenti federativi, pur presentando tassi di primitivismo
più alti: la lex Salica dei franchi conteneva infatti norme
sulla condizione femminile e sul rapporto reato-pena ben più
arretrate rispetto alla legislazione longobarda. In un primo tempo
i loro villaggi erano centri provvisori di sfruttamento agricolo e
rifugi dopo le spedizioni di razzia. In seguito, invece, i franchi
introdussero nei loro consueti orizzonti di vita il latifondo e le
città: il latifondo, base di continuità delle famiglie
senatorie gallo-romane, fu sempre più considerato anche dai
franchi un elemento imprescindibile nei processi di rafforzamento
delle famiglie aristocratiche; le città; con i loro vescovi
e le loro cariche civili, imponevano un patrimonio di tradizioni pubbliche
ai nuovi dominatori, che in parte lo adattarono alle loro esigenze.
Con la dinastia merovingia prima e successivamente con la dinastia
carolingia, riuscì perfettamente l'incontro tra la cultura
germanica - fatta di mobilità, mito del valore guerriero e
tradizione di comando sugli uomini - e quella latina, fatta di componenti
religiose-letterarie, competenze amministrative, valorizzazione del
latifondo e tradizione di potere sul territorio.
Gli imperatori germanici
Quando agli imperatori carolingi succedettero quelli di origine tedesca
(961), cominciò ad affermarsi il nuovo nome di Marca (dal germanico
mark, confine), che sostituirà definitivamente l'antico nome
di Piceno. Pare che il primo riscontro della nuova denominazione sia
quello della Marca di Camerino, avulsa dal ducato longobardo di Spoleto,
il quale segnalava il confine dell'autorità imperiale. Vennero
poi la Marca di Fermo, al confine con il regno meridionale, che si
fuse poi con la Marca di Ancona, quando anche questa venne incorporata
nell'impero.
Questo periodo di storia fino al Mille avvolge la città di
Urbisaglia nelle sue nebbie fitte: le informazioni in nostro possesso
sono molto scarse. Si hanno degli accenni di una Curte sancti Benedicti
nei pressi dell'attuale abbazia di Fiastra e di una plebe di san Lorenzo
situata fuori delle mura castellane e originata da un monastero, attorno
al quale si erano raccolti i sopravvissuti alle guerre e alle carestie.
Urbisaglia risultava essere un distretto citato nelle note Carte Fiastrensi
come privilegio Urbis Aurea. Inoltre, scavi archeologici, effettuati
presso il teatro romano, testimoniano l'utilizzo urbano della città
anche in epoca post-romana come luogo di sepoltura: è noto
infatti che i Romani non seppellivano mai cadaveri all'interno della
città, perché era riservata solo agli esseri viventi.
La diffusione di monasteri, priorati e cappelle si deve alla feconda
opera di civilizzazione del monachesimo benedettino che, muovendo
attraverso l'Umbria, si irradiò in tutte le Marche in modo
capillare, seguendo la fitta trama delle strade romane, che indicavano
le direttrici di penetrazione, promuovendo così una rinascita
spirituale, economica e culturale della popolazione. Inoltre il maggior
impulso edilizio si deve anche alla presenza di signori feudali di
origine franco-germanica, che a partire dal secolo X si affiancarono
ai feudatari ecclesiastici, creando un sistema urbanistico di estrema
frammentazione e dispersione territoriale. Le tendenze autonomistiche
delle popolazioni, ormai abbandonate a se stesse da uno stato inesistente,
si concretizzarono nella provincia con il proliferare di insediamenti
di altura, in luoghi strategici o di passaggio, creando la tipica
maglia insediativa delle Marche attuali.
Dopo questa lunga fase di sconvolgimenti, ne consegue che il feudalesimo
e il movimento urbano sono due aspetti di una nuova evoluzione, che
organizza sia lo spazio, che la società. Il feudalesimo fu
una rete di vincoli di dipendenza, i cui fili andavano dall'alto al
basso della gerarchia umana. L'organizzazione sociale conferì
alla civiltà del feudalesimo la sua più originale impronta.
Questi legami si appoggiavano sul beneficio e la protezione, che il
signore concedeva ai propri vassalli in cambio di un certo numero
di servizi e di un giuramento di fedeltà. Infatti, il feudalesimo,
in senso stretto, consisteva nell'omaggio e nel feudo. Poi, a cascata,
questa visione e organizzazione capillare della società si
propagò fino agli ultimi strati della società, dando
origine ad una organizzazione gerarchica e refrattaria ad ogni istanza
sociale di cambiamento.
Infine, si rafforzava enormemente il potere pubblico dei vescovi nelle
città, in cui l'assenza dei conti e dei marchesi si faceva
sempre più marcata. Con l'ulteriore conseguenza, dato che il
potere vescovile non poteva dinastizzarsi, di far emergere più
nettamente nelle città, accanto ad esso, un potere laico espressione
della piccola aristocrazia locale, più o meno non coincidente
con le famiglie tradizionalmente titolari di honores, intente a consolidarsi
signorilmente nelle campagne.
Era questo un periodo in cui la Chiesa allargava il suo dominio sui
resti della giurisdizione dell'Impero romano, ponendo le premesse
per il ripristino della legalità e del vivere civile.
Urbs Salvia, declinando progressivamente dagli antichi splendori,
si ridusse ad un semplice agglomerato di misere casupole, edificate
vicino alle vestigia degli antichi monumenti. Dalla visione di questo
stridente contrasto, il sommo poeta Dante Alighieri (1265-1321), trasse
amare considerazioni sulla caducità delle umane vicende nel
canto XVI del Paradiso:
"Se tu riguardi Luni ed Orbisaglia
come son ite, e come se ne vanno
diretro ad esse Chiusi e Senigaglia
Udir come le schiatte si disfanno
non ti parrà nuova cosa ne forte,
poscia che le cittade termine hanno".
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Dalle
prime pergamene alla prima distruzione di Urbisaglia
1000 - 1251
Nuovo processo di
urbanizzazione
Dopo il Mille ritroviamo la popolazione sparsa sul territorio, con
accentramenti sui crinali collinari di agglomerati urbani, detti castelli
o castellari (Leone, Collalti, Valle Cortese, Buccini, Lamarum, Insule,
Canalecche, ecc.) e castri (castrum Lauri, Molliano, Villa Maina,
Orvesallia, Tolentinum, Sancti Genesii, Culmurani, Ripis, ecc.). Gli
abitanti eredi di Urbs Salvia cercarono scampo e salvezza in questi
centri demici, abbandonando l'insidiosa pianura per le alture, che
offrivano maggiori garanzie di difesa e di sicurezza personale. Nella
toponomastica altomedioevale il termine castellare sta ad indicare
un insediamento fortificato, degradato o di recente abbandonato, comunque
modificato rispetto alle sue origini di castello. Mentre la villa
indicava in una proprietà demaniale, spesso di origine longobarda
o franca, retta dai siniscalchi o iudices che dovevano curare gli
inventari patrimoniali e i rendiconti economici di gestione. Inoltre,
questo termine generico entro cui venivano di solito inclusi sia duchi
che gastaldi, i quali - come anche gli ufficiali minori, sculdasci
e centenari - sovrintendevano anche all'amministrazione della giustizia
e dovevano impegnarsi formalmente con il re a garantirne un regolare
svolgimento. Stando alle caratteristiche dei villaggi medievali aperti,
la villa non era difesa da mura o altre strutture difensive, ma esercitava
la preminenza sul contado delimitando una propria circoscrizione rurale.
La migrazione della popolazione dalla valle verso le alture segna
storicamente questa epoca posteriore alla fine della pax romana. Sorse
nelle campagne una vasta rete di castra, terre murate e castelli,
di pertinenza laica o vescovile. Nacquero non solo per necessità
difensive, ma anche a seguito delle immunità e dei privilegi
istituiti a favore di chiunque fortificasse una curtis o un borgo
nel proprio feudo. Nel paesaggio esteso delle selve emersero così
le mura, le torri e le dimore di vassalli e valvassori, cui si abbarbicarono
le misere casupole dei servi della gleba.
I castri fungevano da centri direzionali delle curtes, cioè
delle unità operative agrarie, autosufficienti e strutturate
sulla base della complementarità della pars dominica (le terre
gestite direttamente dal signore) e della pars massaricia (le terre
date ai servi in forma di mansi o clusi da coltivare). Ai castri affluivano
i magri raccolti e i servi per prestare le corvées, cioè
il lavoro servile di cui il signore faceva loro obbligo per la coltivazione
delle proprie terre o in cambio della protezione personale. Attorno
all'abitazione del signore, sovente fortificata, sorgevano i primi
nuclei di caseggiati in muratura degli artigiani, la cui opera era
necessaria alla chiusa economia di sopravvivenza del castro: il lapicida,
il mugnaio, il falegname, il fabbro, il beccaio, il maniscalco, il
bottaio, ecc. L'economia medievale aveva per scopo primario la sussistenza
alimentare degli uomini. Per il popolo minuto era sufficiente di che
vivere nel senso più ristretto del termine, ossia il nutrimento
in primo luogo, poi il vestito e l'alloggio. Questa esigenza di sostentamento
fece sì che fu collocato ogni nucleo contadino su una porzione
di terra necessaria per far vivere una sola famiglia: il manso, terra
unius familie. Le innovazioni tecnologiche diedero maggior impulso
alla produzione agraria e artigiana: l'aratro a versoio, l'erpice,
l'uso dell'acqua come forza motrice per i molini a grano, i frantoi
d'olio, le folle per la lavorazione della lana e le gualcherie per
la concia delle pelli. L'economia rurale, sotto la spinta dell'autosufficienza,
raggiunse così un notevole grado di autonomia e sostentamento,
tanto che si può parlare di presenza diffusa di piccoli domini
campagnoli. Nelle campagne i nobili continuarono a portare il titolo
di conte, estendendolo a tutti i membri della famiglia, con la conseguenza
che erano presenti più conti che contee. Mentre, invece i comitatus,
restavano l'ambito territoriale, sul quale esercitava il dominio il
primario conte dei distretti carolingi. Il signore non solo gestiva
la sua parte del frutto del lavoro del contadino, ma organizzava anche
la sua vita obbligandolo ad usare i suoi frantoi, forni e mulini,
oltre che la taverna. Inoltre, altri fattori influirono sulla scarsa
produttività della terra medievale: la tendenza dei signori
e dei monaci all'autarchia, conseguenza di realtà economica
e di mentalità allo stesso tempo. Dover ricorrere all'esterno
e non produrre tutto ciò di cui si aveva bisogno, era considerato
non solo una debolezza, ma quasi un disonore. Nel caso di proprietà
monastiche, l'evitare ogni rapporto con l'esterno derivava direttamente
dall'ideale spirituale di solitudine, essendo l'isolamento considerato
presupposto essenziale alla purezza spirituale. Quando i Cistercensi
si dotarono di mulini, san Bernardo (1091 c.a - 1153) minacciò
di ordinarne la distruzione perché si configurarono come centri
di scambi sociali e, perfino, come luoghi dove sovente si praticava
la millenaria piaga della prostituzione.
Inoltre, la coesistenza su di uno stesso territorio di popolazioni
con un diverso livello di cultura, di civiltà, di mentalità
e di modi di vita era destinato inevitabilmente ad influenzare la
legislazione. Solo una popolazione omogenea avrebbe potuto garantire
una legislazione unica, altrimenti per forza di cose i diversi popoli
avrebbero seguito il proprio diritto; così in quel periodo
i romani, i goti, i longobardi e i franchi venivano giudicati secondo
la proprie leggi e consuetudini.
I villaggi erano nuclei abitativi di forma e dimensione varie. Fuori
della parte abitata e per lo più recintata si estendeva l'area
coltivata di competenza del villaggio, con ampi campi prevalentemente
destinati a cereali, vigne e prati. Ancora più all'esterno
c'era una fascia di terre comuni: pascoli e boschi curati dalle comunità
per la raccolta di foglie, frasche e legname, per il pascolo dei maiali,
che si cibavano di ghiande dei querceti. Oltre queste zone (l'abitato,
il coltivo e le terre comuni) si estendeva la foresta, percorsa solo
occasionalmente e usata per la caccia.
Urbisaglia come
nuovo borgo
In quel tempo Urbisaglia era un borgo di casupole con l'intelaiatura
di legno, con le pareti di mattoni di malta cotti al sole e legati
con terra a secco, ad un solo piano, il tetto di coppi sostenuto da
una travatura lignea e con i casarini (piccoli appezzamenti di terra
usati come orto). La sua forma urbana aderiva alla conformazione morfologica
della collina, dove nella parte predominante sorgeva l'abitazione
del signore, circondata da strutture fortificate e dominata da una
torre di difesa. Il borgo, invece, era difeso da un fossato a secco
(detto carbonaria) e da una rustica palizzata di pali. Ogni borgo
per sopravvivere aveva bisogno di un ambiente rurale favorevole e,
via via che si sviluppava, esercitava sulle campagne circostanti,
estese proporzionalmente alle sue esigenze, un'attrazione sempre più
egemonica. I terreni erano accatastati progressivamente in sinaite:
la prima vicina al centro urbano e, a seguire, la seconda e la terza
man mano che ci si allontanava verso i confini esterni, per individuarne
subito il valore commerciale e, quindi, quello per imporre la dativa
nella tassazione. La sinacta, poi sinaita, è una voce longobarda
che in origine significava 'il segno che si incide sugli alberi',
poi è passata a indicare semplicemente 'la linea di confine'.
Ancora oggi nel dialetto locale la senata ha il significato di confine.
Nascita delle Marche
La Marca, propriamente detta, venne costituita verso il 1090 dall'imperatore
Enrico IV (1050-1106) raggruppando i territori requisiti alla contessa
Matilde (1046-1115); e fu sottoposta al marchese Guarneri e ai suoi
figli. La loro signoria, detta dei Guarneri per la frequenza di tale
nome nella famiglia, sulla Marca di Ancona e poi anche di Camerino
ebbe inizio solo dopo la prima metà del secolo XI; più
tardi un altro Guarneri, figlio del primo, ottenne anche il Ducato
di Spoleto, e la prima sua attestazione documentaria risale al 1094-1095.
Successivamente, nel 1177 fu concessa come feudo a Corrado di Leutzelhald
dal Barbarossa, quindi a Gotebaldo da Senigallia, a Mark di Anweiler,
finché nel 1199 divenne possesso definitivo della Chiesa, anche
se contesa a lungo dall'imperatore svevo Federico II (1197-1250) e
dal figlio naturale Manfredi (1232-1266).
Nel territorio di
Urbs Salvia predomina Villamagna
La storia della valle del Fiastra è molto interessante e non
sufficientemente approfondita dagli storici locali. Il Fiastra segna
il limes tra il ducato di Camerino e il comitatus Firmanus; eredi
delle circoscrizioni longobarde e carolingie, sulle quali i rispettivi
vescovi esercitavano la giustizia e l'amministrazione civile. Non
a caso Petriolo, Loro Piceno, Sant'Angelo in Pontano e altri paesi
sulla destra orografica del Fiastra rientrano nella diocesi fermana,
mentre Urbisaglia, Colmurano, Ripesanginesio, Sanginesio e Sarnano
appartenevano a quella di Camerino. La cultura del confine segnerà
profondamente le vicende storiche e le relazioni sociali di questi
territori sia in ambito economico che culturale.
Nel territorio, che fu della città romana e della diocesi,
si contesero a lungo l'egemonia politica e economica, sia con numerosi
scontri armati che con provvisori patti di alleanza, da Orvesallia
gli Abbracciamonte (signori di Urbisaglia, chiamati così dal
nome del capostipite) e da Villa Maina gli Offoni. Con ogni mezzo
o metodo, lecito o illecito, con le armi in pugno o con la concessione
di vantaggi economici, ognuno di loro operava per attrarre gli uomini
e le proprietà della parte avversa nella propria area di influenza.
Ci sembra importante sottolineare una premessa: i signori dei castri
erano di origine longobarda e si organizzavano secondo la tradizionale
struttura della famiglia germanica, denominata fara, cioè l'insieme
dei gruppi parentali che originavano da un unico avo. Inoltre la terra
era ad appannaggio esclusivo della fara, cioè proprietà
comune pro indiviso dei membri della fara, spesso detti consortes
nelle pergamene. Solo nei secoli successivi cominciò a trasformarsi
in un possesso personale. Per questo si rintraccia spesso nei documenti
posteriori innumerevoli vendite concluse su insignificanti frazioni
di patrimonio.
In principio la supremazia nell'agro urbisalviense era a favore dei
Signori di Villamagna, il cui capostipite di origine germanica, il
conte Mainardo, aveva usurpato i possedimenti dell'abbazia di Farfa,
dopo che questa era caduta in una profonda crisi economica in seguito
alle feroci scorrerie dei Saraceni, tanto da trasferirsi da Farfa
in Sabina a Santa Vittoria in Matenano nella Marca. Inoltre, all'abate
di Farfa, Ildebrando, scacciato nell'anno 971 dall'imperatore Ottone
I (912-973) poiché aveva donato a figli e pronipoti le proprietà
usurpate all'abbazia, venne lasciata in usufrutto vitalizio la corte
di san Benedetto tra Mogliano, Petriolo e Villamagna, come attestato
nel Chronicon farfense. La decadenza di Farfa non era stata graduale,
ma rapida e traumatica: approfittando del suo stato di debolezza e
malversazione in cui era caduto il monastero, alcune famiglie di piccola
nobiltà feudale, rurale, potente e arrogante, si erano spartite
le grandi corti fiastrensi tra il Chienti e il Tenna e vi si erano
insediate.
Offone, figlio di Mainardo consolidò il suo potere, cercando
di legalizzare, nei fatti, le usurpazioni paterne, che si estendevano
dal Chienti al Fiastra, giungendo fino al Tenna, come documentano
le Carte Fiastrensi (le pergamene appartenenti all'Abbazia di santa
Maria di Chiaravalle di Fiastra e conservate fino ai nostri giorni,
che costituiscono il maggior fondo documentale della storia delle
Marche).
Le Carte Fiastrensi:
documenti tra cronaca e storia
Furono rinvenute nel 1877 a Roma, mentre si adattava l'edificio del
Collegio Romano dei Gesuiti a sede della Biblioteca Nazionale Vittorio
Emanuele II. Queste carte hanno un valore documentale molto interessante,
ma si bisogna tenere in giusta considerazione che si tratta di documenti
di natura giuridica e amministrativa, quindi informano solo di questi
aspetti della vita sociale del periodo. Inoltre, per loro natura e
per la dispersione avvenuta attraverso i secoli, le Carte Fiastrensi
sono molto lacunose dal punto di vista storico poiché non erano
stilate per tramandare ai posteri le vicende dei protagonisti, ma
tramandano informazioni solo sui personaggi che hanno venduto, donato,
promosso liti giudiziarie, stilato atti matrimoniali, tralasciando
chi non faceva ricorso a simili documenti notarili.
Nei vari atti risulta che, nel 1036 a Osimo, il conte Offone figlio
di Mainardo concesse una charta venditionis et obligationis a Paterniano
e ai suoi eredi sulle loro proprietà, collocate tra Villamagna
e Collalto, con il consenso dei figli Farolfo, Esmido, Ranuccio e
Berardo, impegnandosi con giuramento a riconoscere e a non turbare
i loro diritti. Si deduce sin dalla sua comparsa nella storia che
gli Offoni consistessero in una famiglia numerosa, collegata con un
ceppo parentale altrettanto esteso e spesso in disaccordo profondo
tra loro. In assenza evidente di consuetudini di maggiorascato, il
quadro che si presenta relativamente alla nobiltà locale, è
quello di un assetto proprietario estremamente frantumato. Questa
fu una delle cause che determinarono nei decenni successivi la subordinazione
di Villamagna nei confronti di Orvesallia, che, sebbene fosse più
modesta, tuttavia prevalse, barcamenandosi poi a seconda dei propri
vantaggi tra l'appoggio al papato e all'imperatore; mentre gli Offoni
restarono tenacemente fedeli alla Chiesa.
Nel 1045, il conte Bernardo, figlio di Offone, con il consenso del
figlio Bernardo e della propria moglie concedette un molino al monastero
di san Michele di Pian di Pieca, soggetto all'abbazia di san Flaviano
di Rambona. Altri nobili proprietari operarono nella zona; i coniugi
Rando di Pietro, con la moglie Berta, donarono al monastero di san
Salvatore di Rieti, e alla dipendente cella di santa Maria di Tolentino,
che mutò nome in san Catervo divenendone la cattedrale, cento
moggi di terra in contrada Spescie e altri cento nel fondo Buteno.
Ancora, nel 1060 il conte Mainardo, figlio di Bonante, donò
a Gisone, arcipresbitero di santa Maria di Tolentino, metà
delle sue proprietà situate nel castro di Collalto con lo stesso
castro e in contrada Spescie. Durante il 1070, il vescovo di Fermo,
Ulderico, stipulò un contratto di permuta con Grimaldo di Attone,
influente feudatario con vasti possedimenti nel fermano e nel maceratese,
cedendogli estese proprietà situate tra Colbuccaro, Petriolo
e Montolmo. La pergamena è importante per la nostra storia,
perché per la prima volta viene citata Urbisaglia in un documento
scritto: Et pro hac commutatione suscepi a te dicto Oldericus episcopus
de pars sancte Marie Firmane ecclesie idest res ... que est in fundo
Csippa a vocabulo Collucculo et in fundo ... et in fundo Collegulo
et in fundo Orvessalia et per alia vocabula cum ipsa portione de castello
de Culbuttulo et de pojo de Collecillo ... castella cum ipse ecclesie
de ipsa portione que fuit de Butto et quanto ipse dicte castelle ecclesie
pertinet vel pertinere debet que est ipsa res inter adunata et exunata
per mensuram modiorum IV cum omnia que super se habent que est per
fines: a primo latere fluvio Clentis, a secundo latere fluvio Gremone,
a III latere fine via que venit da Ripalta et vadit in Gremone, a
IV latere via que vadit da Gremone a capo Villa Maina et venit da
Orbesallia et a Colle Alto pergit in Clenti.
Nel maggio del 1077, lo stesso Grimaldo di Attone rinunciò
ai propri diritti sui possedimenti immobiliari in Villamagna infra
privilegio Urbisaurea, in fundo qui dicitur Collini Araveccla a favore
di Farolfo di Offone, e gli rilascia la quietanza - unde salvabitur
Grimaldus Attone X libras denariorum Papiensium, pro maleficio quod
fecit in ipsam senaitam Villa Magna - per risarcimento. Il maleficium
viene normalmente tradotto dagli storici con il significato di omicidio.
Negli antichi diritti germanici la pena per l'omicidio, come per gli
altri delitti commessi da un uomo libero, era rappresentata da una
composizione in denaro, che variava a seconda del rango della vittima.
Questo veniva chiamato guidrigildo, parola longobarda analoga al tedesco
Wergeld, che era appunto il prezzo di un uomo, la somma che l'omicida
era tenuto a pagare per indennizzare i parenti della vittima, che
in tal modo avrebbero rinunciato a esercitare il diritto di rappresaglia.
Nel nostro caso, sembra che sia da interpretarsi come una disputa
sorta all'interno dello stesso ceppo consortile per la proprietà
di alcune terre, e che nella accesa contesa si fosse giunti a commettere
un omicidio. Allora il colpevole, per non innescare una venefica faida
di vendette continue, promise di rinunciare al patrimonio in favore
dei parenti dell'ucciso. Quanto al termine privilegium esso è
sinonimo, comunque affine a quello assai più frequente di ministerium
(divisione amministrativa territoriale per lo più giuridica),
al quale furono concessi particolari privilegi economici o fiscali.
Nel maggio del 1098, Alberto di Appone, al momento di insediarsi in
Villamagna, fece atto di fedeltà per sé e i suoi uomini
al conte Lamberto con l'impegno di rinforzare le fortificazioni del
castro e di riservargli l'homagium come atto di sottomissione. Il
conte Lamberto, forse figlio o nipote del primo Offone, fu il capostipite
dei due rami derivati dai suoi figli Pietro e Farolfo, in cui appaiono
divisi i conti di Villamagna nei secoli successivi; mentre Appone
potrebbe essere del ramo dei conti di Montappone.
Nel febbraio del 1102, tal Gisalberto fece una donazione pro anima
al preposto Pietro di santa Maria di Tolentino di una terra in contrada
Brancorsina, nei fondi Pomarola e Colli Vasari. In vari anni successivi
fecero lo stesso Pietrone di Morico, con il consenso della moglie
Gasdia, donando nelle mani preposto Alberto in rappresentanza dell'abate
Pietro; Attone di Orso con la moglie Gasdia, elargendo al preposto
Berterammo alcune terre in Pomarola e Plano de Rainuctio; Orso di
Pietro, con il consenso della moglie Riborga, cedendo pro anima al
preposto Alberto due terre: una in contrada Brancorsina e l'altra
in Pomarola.
Nel gennaio del 1119, Bonconte e Alberico, figli del conte Lamberto,
con il benestare dello stesso Lamberto e della loro madre Cederna,
rinunciarono in favore dei fratelli Farolfo e Pietro alla propria
parte dei diritti sui castelli e le corti di Cessapalombo, Brugiano,
Villamagna e Petriolo, qualora non avessero una discendenza maschile;
si impegnarono, inoltre, a non effettuare altre donazioni o vendite
il cui valore fosse superiore al valore di 5 soldi. E uno dei pochi
casi di maggiorasco imperfetto, che si verificano all'interno di questa
nobile famiglia, e che sarà all'origine del suo decadimento
magnatizio.
Nel marzo dell'anno 1122, Alberto, Ugo, Guglielmo e Tebaldo, figli
del conte Offone, vendettero a Gisone una posta atta ad edificarvi
un molino in un posto denominato Isuria Uvoni. La proprietà
di un molino è molto importante nell'economia chiusa dei castri
e il suo possesso indicava il conseguimento di un buon livello di
prosperità economica.
Il 2 settembre 1122, con il concordato di Worms fra papa Callisto
II e l'imperatore Enrico V, due grandi poteri universali del mondo
conosciuto si riconobbero reciprocamente e concordarono forme di gradimento
di entrambi sui vescovi eletti. L'assenso del re era necessario perché
nessun vescovo avrebbe rinunciato volentieri ai diritti di tipo pubblico
(regalia) che esercitava sulla città e sul suburbio per lo
più da tempo immemorabile; da quando i primi regni franchi
avevano avuto bisogno della collaborazione politica e militare di
quei prestigiosi personaggi, a cui i cittadini obbedivano di buon
grado.
Nell'agosto del 1141, Guido, priore di santa Maria di Loro nel fondo
Gemuli, insieme al cappellano Rustico e altri chierici, promise a
Pietro, figlio del conte Lamberto e a Bernardo, figlio di Farolfo,
di riconciliare chiesa di san Valentino e di celebrare un ufficio
religioso per i suoi morti in occasione della festa di Ognissanti,
ricevendone in cambio di alcuni appezzamenti situati in valle Ofredi
e in altre località.
Nascita dell'abbazia
cistercense di santa Maria di Chiaravalle di Fiastra
Ma in questo particolare scorcio della valle sorse un terzo contendente,
che raggiunse rapidamente una predominanza economica, religiosa e
culturale, soffocando sul nascere qualsiasi possibilità di
sviluppo per l'insediamento di un forte centro comunale: l'abbazia
cistercense di santa Maria di Chiaravalle di Fiastra fondata nel 1142
da Guarneri, marchese di Ancona e duca di Spoleto. Guarneri II (Werner)
era a Modena nel 1155 in compagnia di Federico, partecipò nel
1159 all'assedio di Milano e morì davanti alla città
di Crema nello stesso anno. L'abbazia venne edificata sotto Collalto
ed affidata alla gestione di Bruno, abate cistercense proveniente
dall'abbazia di Chiaravalle di Milano. Non fu certo per caso che il
sito prescelto si trovasse accanto a quella corte di Villamagna e
a quel castello di Collalto, i cui signori discendenti da Mainardo
usurpatore di quei possedimenti, cedettero subito le terre necessarie
al primo sviluppo dell'abbazia, e in fasi successive finirono per
trasferire a Fiastra tutto il loro patrimonio e gli stessi diritti
feudali su Villamagna e Collalto.
Il monastero e la sua chiesa non furono, agli occhi di coloro che
la videro sorgere e prosperare, solo edifici di culto o luoghi di
perfezione spirituale, ma il simbolo della società perfetta,
la realizzazione apostolica che la imperfezione degli uomini rende
impossibile tradurre in atti per tutti e che i monaci continuamente
proposero come esempio e insieme monito. La data di fondazione dell'abbazia
non è certa e oggetto di tediose disquisizioni, poiché
tutte e due i documenti che si riferiscono alla fondazione dell'abbazia
sono dei falsi originali, ma dal punto di vista storico non fa differenza
se questa avvenne in un breve lasso di tempo differente; resta il
fatto fondamentale che fu creata questa istituzione monastica e continuò
a prosperare in questo territorio. E resta il dato storico di come
queste istituzioni protessero la ritirata della civiltà precedente
rispetto al regresso imperante del mondo occidentale, mentre le mura
delle città avrebbero preparato il contrattacco e la rinascita
della civiltà stessa.
Le nuove fondazioni cistercensi venivano create inviando non meno
di dodici monaci, provvisti di libri liturgici e di quanto necessario
per vivere, pregare e lavorare; e in più un certo numero di
conversi, se necessario. Questa piccola comunità eleggeva subito
un abate, dandosi una struttura organizzativa funzionale agli scopi
prefissati dalla Regola.
I monaci parteciparono assai limitatamente ai dissodamenti, perché
conducevano una vita di tipo quasi signorile, essendo dediti più
ai beni spirituali che a quelli materiali; la loro vita è definibile
quasi oziosa, nel senso latino del termine. Inoltre, si stabilirono
in radure già parzialmente dissodate; essi si preoccuparono
di allevamenti e quindi in misura minore di estendere i campi coltivabili.
Infine, le grandi abbazie ebbero maggior cura a difendere il loro
deserto, tenendo a debita distanza i contadini, contribuendo così
a preservare gli ultimi residui di boschi e di selve - luoghi isolati
per le loro preghiere - contro i dissennati dissodamenti del periodo.
I monaci dell'abbazia di Fiastra raggiunsero una notevole potenza
economica attirando numerose donazioni pro anima e acquisendo molteplici
appezzamenti. Molti di questi atti di vendita, di donazione, di enfiteusi
su proprietà appena donate o di semplici trasferimenti di possesso
dai proprietari ai monaci presentano aspetti meno lineari di quanto
appaia ad un primo approccio. I dubbi che suscitano agli storici derivano
da alcune ipotesi: se queste operazioni di carattere patrimoniale
non nascondano al loro interno versamenti di interessi tenui o rilevanti,
comunque sempre illegali nella concezione giuridica del tempo. La
legislazione canonica coeva vietava drasticamente di effettuare prestiti
su pegno di beni mobili e immobili, gravandoli di interessi in denaro
o natura. Ma i divieti non impedirono che la pratica continuasse;
sortì solo l'effetto di evitare nei documenti contabili e notarili
il benché minimo accenno al versamento di interessi, ma fu
utilizzata una grande varietà e complessità di formule
giuridiche nella stesura degli atti stessi per evitare di incappare
nelle pesanti sanzioni previste. Si tratta di operazioni illegittime
molto diffuse nella pratica del tempo, spesso contraddistinte nelle
diverse fasi delle stipulazioni e avallate, in caso di insolvenza,
dall'azione di un mediatore investito dalle parti in causa per il
rispetto delle clausole contrattuali non scritte. Schematizzando le
operazioni furono spesso dissimulate da donazioni seguite con il rilascio
del contratto di enfiteusi o cessioni usufruttuarie e vitalizie. Ma
questo è un terreno molto scivoloso, dove è molto facile
incappare in marchiani errori di valutazione e dove il discernimento
è molto problematico, poiché i documenti potrebbero
essere interpretati in tutt'altro modo: i nobili proprietari per proteggere
le loro terre, le donavano a monasteri e abbazie per difenderle da
feudatari più prepotenti e aggressivi, ricevendole poi indietro
sotto forma di contratto di enfiteusi. Infatti, le proprietà
ecclesiastiche godevano di maggiori protezioni imperiali e papali
e di forti esenzioni fiscali, quindi i nobili, che restavano comunque
proprietari a tutti gli effetti, potevano sotto la protezione abbaziale
usufruire dei numerosi privilegi e vantaggi economici.
La prima donazione pro anima documentata risale all'agosto del 1140,
quando Gezerammo di Albrico, un importante feudatario di Montecchio
e signore dei castelli di san Lorenzo e Monteacuto, cedette per un
prezzo convenuto a Bernardo, abate di santa Maria di Chiaravalle di
Fiastra, i propri diritti su una terra nel fondo Ricina, in vico santa
Maria in Selva, nel comitato di Osimo. Seguirono altre donazioni pro
anima, dettate da una visione religiosa del periodo. Sin dal secolo
X - e non solo da allora - aveva fatto breccia nell'incultura del
tempo che solo i monaci, avendo seguito fino in fondo i consigli evangelici
rinunciando al mondo, passavano dalla vita terrena a quella celeste
senza interruzione di continuità. E lo stesso premio era riservato
anche a chi moriva tra le mura di un monastero. Questa concezione
di particolare religiosità indusse molti proprietari terrieri
a trasferire i loro beni ai monasteri, o addirittura a farsi conversi
all'approssimarsi della morte, per accedere a questo privilegio.
La prima acquisizione documentata avvenne nel 1147; Giovanni, priore
dell'abbazia, rilasciò una quietanza dopo una lite con Pietro,
prevosto di san Pietro di Sanginesio, per diversi modioli di terra
in Pian di Pieca. Alla firma dell'atto presenziarono numerosi notabili,
con Todino, vescovo di Camerino, e Angelo, abate di Rambona.
Gli stessi Offoni a più riprese donarono all'abbazia alcune
proprietà. In diverse occasioni, Berardo, figlio di Farolfo
effettuò donazioni e vendite con il consenso della moglie Jerosolima,
insieme a Forte e Offreduccio, figli del conte Pietro, con il consenso
della loro madre Morica. Prima del 1153, Bernardo, abate di Fiastra,
assegnò agli stessi e ai loro discendenti maschi, le stesse
terre, precedentemente donate, in enfiteusi, esclusa una parte che
conservò per esigenze del monastero e assumendo delle incombenze
particolari per la discendenza femminile della famiglia.
Non furono solo i principali signori di Villamagna a rivolgere le
premure verso l'abbazia di Fiastra, ma anche quelli di Colmurano imparentati
con loro. Nel, 1154 Marescotto di Offone procedette a una sostanziosa
donazione nei confronti dell'abbazia: la quarta parte del castello
e del girone di Colmurano ... cum quarta parte hominum et cum mansis
et servitiis eorum et omnium possessionum de terris, vineis, arboribus,
ecclesiis, molendinis, aquis, aquarum decursibus, rotis, silvis, pascuis,
terris cultis et incultis, domibus et plateis, quas habet cum consortibus
meis ... juxta territorium Urbisalie, Montis Nereti, Tolentini, Virginni,
Lori et de Ripe, mediante Flastra et rivum Guedertioli et Lentoca.
Segue la pedissequa specifica dei numerosi possessi donati all'abbazia
nominati singolarmente. La cosa è molto indicativa del fatto
che la cerchia del territorio conosciuto era molto ristretta, ma al
suo interno molto approfondita, avendo ogni luogo un toponimo risaputo
da tutti. Inoltre, il gruppo parentale degli Offoni fu probabilmente
più ramificato di quanto i documenti in nostro possesso ci
lasciano intuire. Le donazioni degli Offoni sono attestate a favore
dell'abbazia di Fiastra con regolarità per tutto il secolo;
anche gli altri feudatari, fedeli e soggetti agli Offoni, stipularono
diversi atti di donazione e di vendita, con il consenso degli Offoni
stessi. Amico prete e Paterniano, figli di Benedetto, Alberto e Attone,
figli di Amico, beneficiarono l'abbazia attraverso l'abate Bernardo
di una terra in fondo Fiastra, nelle località Pesceria e Valcortese.
Alberto di Azzone, in due occasioni beneficiò l'abate Pietro
di terre in Valcortese, una contrada di Villamagna. Tra le varie donazioni
merita una citazione quella di Nicodemo di Attone del marzo del 1163,
nella quale sembra sopravvivere un'antica prassi giuridica longobarda:
il launechild (launegildo), una forma di pagamento inteso a rendere
valida una donazione tra i vivi, anche se non era prevista per le
donazioni a luoghi pii. Ormai l'abbazia di Fiastra aveva esteso la
sua proprietà in tutta la zona di Villamagna e dintorni, tanto
che nel 1165 Berardo di Farolfo con Forte e Offone, figli del conte
Pietro, rinunciarono al controllo giuridico sulle loro proprietà,
promettendo di non costruire senza il consenso dell'abate Pietro alcun
castello o abitazione sotto la gravosa pena di 400 bisanti d'oro,
ricevendone in cambio di tale promessa un cavallo. Questa strana disposizione
fa riferimento al contesto della regola dei cistercensi, che stabiliva
di edificare i monasteri in luoghi a conversatione hominum remotis;
lontano dalle città o dai centri abitati, in modo che non fossero
disturbati dalla conversazione degli umani. Il contratto sottoscritto
dai conti di Villamagna implica forse precedenti tentativi di fortificazione
del territorio di loro giurisdizione, prima che venisse donato all'abbazia
per riaverlo successivamente in gestione con un contratto di enfiteusi.
Inoltre, la vicenda é molto rivelatrice sul solido predominio
ormai esercitato dai monaci in questa vasta area.
Nell'agosto del 1167, Giuseppe di Alberto di Pietro, confermò
all'abate Pietro, tutte le donazioni che suo padre aveva fatto al
monastero a suo tempo, ricevendone al contempo dall'abate i medesimi
beni immobili in enfiteusi, per il prezzo del canone annuo di 30 soldi
provisini insieme ad una libra di cera.
Non solo lungo il Chienti e lungo il Fiastra si estesero le donazioni
a santa Maria di Chiaravalle di Fiastra: molte riguardavano le zone
presso Morrovalle, presso Civitanova, a Numana, a Recanati, a Osimo,
nel Fermano e perfino nell'Ascolano. Queste donazioni pro anima, e
con il completamento di acquisti mirati, permisero il sorgere di grandi
appezzamenti di terreno, che nella denominazione cistercense prendono
il nome di grancia. La parola deriva dall'antico francese granche,
'granaio'; e assunse il significato di proprietà ampia e compatta,
accorpata intorno ad un centro edilizio di gestione aziendale. Le
grancie dell'Abbazia di Chiaravalle di Fiastra furono localizzate
in santa Maria in Selva (a Treia), in Sarrocciano (a Corridonia),
Montorso (a Numana), Brancorsina e Collalto (Tolentino), santa Croce
al Chienti (a Santelpidio), Valle Cortese (tra Mogliano, Petriolo
e Villamagna) e quella cosiddetta Lanzani.
I conti di Villamagna
Frattanto, i conti di Villamagna si avviavano, così, verso
una ineluttabile decadenza politica ed economica per la presenza ingombrante
dell'abbazia. Seguirono negli anni successivi vendite e lasciti ereditari,
che trasferirono sempre maggiori ricchezza e potere nelle mani dell'abbazia,
togliendo sostanze e preziose risorse economiche ai Signori di Villamagna.
Nell'aprile del 1170, Offone di Pietro donò a Pietro, abate
di Fiastra, i suoi possessi nel fondo Planum Villemaine e sotto Collalto.
Quattro anni più tardi, lo stesso, insieme con Matteo, Rinaldo
e Farolfo figli di Bernardo, rifiutò all'abate Pigolotto la
proprietà di una terra in Villamagna e di un'altra in plano
qui vocatur de Alberto Raineri, quietando ogni disputa esistente e
ricevendone in riconoscimento due buoi e una giumenta.
Anche gli stessi marchesi di Ancona decaddero in ristrettezze economiche
ricorrendo a dei prestiti; tra il 1170 e il 1177, Guarnerio e Gualterio,
concessero alle abbazie di santa Maria di Fiastra e santa Maria in
Selva, contro un versamento di 10 lire lucchesi, le rendite di due
terre in Montemilone, per il tempo necessario all'estinzione del debito
contratto. Nel documento è esplicitata quasi la funzione delle
banche attuali, che spesso le abbazie assolvevano. Come in un'altra
pergamena del 29 ottobre 1178, dove alla presenza di Pietro, vescovo
di Fermo e suo tutore, Tebaldo di Compagno si fa restituire la somma
di 20 iperberi (monete d'oro dell'poca) da Amico, cellario di Fiastra,
affidatagli in precedenza dal padre in deposito.
Numerosi altri piccoli feudatari di campagna fecero sovente donazioni
o vendettero all'abbazia terre, ampliando i già vasti possedimenti:
Nobilino di Alberto Nobilino donò una terra nella corte di
Villamagna, località lu planu de la Preta; Amerigo e Trasmondo,
figli del prete Aimerigo, devolse una terra in Valcortese; e Bernardo
di Trasmondo cedette una terra nel fondo di san Valentino, località
Moglie.
Inoltre, uno degli Offoni, Rainaldo, mentre stava ammalato a letto
in un terraneo (casa di campagna ad un solo piano, che sopravvivono
fino ai nostri giorni e vengono definite come case di terra) a Villamaina,
dettò nel testamento le sue ultime volontà, lasciando
erede l'abbazia di Fiastra di tutti i suoi possedimenti, qualora la
moglie incinta avesse partorito un figlio nato morto o che fosse deceduto
prima del raggiungimento della maggiore età, fissata a 12 anni
se femmina e 14 se maschio.
Le Marche: territorio
di confine e di conflitto tra imperatore e papa
Frattanto, il passaggio di Cristiano, arcivescovo di Magonza, lasciò
nella Marca una scia di sangue con la distruzione di Fermo, al quale
poi vengono riconfermati tutti i privilegi precedenti sul suo vasto
territorio fino ai confini del Fiastra. Anche l'imperatore Federico
I Barbarossa di Hohenstaufen (1123 c.a - 1190) appoggiò il
vescovado di Fermo, mentre il papa Alessandro III (inizi XII secolo
- 1181) da Venezia invitò i Signori del circondario a restituire
le proprietà usurpate e strappate con le armi o con l'inganno
al vescovo.
I Signori di Urbisaglia:
scontri e confronti con i castri e i domini loci vicini
Nel 1187, fecero la loro comparsa documentale nella media Valle del
Fiastra i Signori di Urbisaglia con Abbracciamonte, figlio di Ramno,
che vendette all'abate di Fiastra Ruggero ben 65 modioli di terra
nelle contrade di Brancorsina, piano di Rainuccio, Pomarola, Randonisco
e Collalto per 64 soldi e un imprecisato numero di preghiere per la
redenzione dell'anima dei propri parenti defunti, con la mediazione
di Matteo dei conti di Villamagna denominato investitor. In questa
lenta fase di declino egemonico dei Signori di Villamagna si presentò
un'occasione favorevole al nuovo arrivato, che aveva la sua base di
appoggio nella collina di fronte a Villamagna, dove si era sviluppata
la nuova Orvesallia, e che cercava di emergere nel panorama dei domini
loci, simpatizzando con il principale dei loro e sgomitando contro
gli altri possibili contendenti.
Nel 1191 Gotebaldo, figlio del marchese della Marca Gualterio, riconfermò
i privilegi e le possessioni che il padre aveva concesso all'abbazia
nell'atto di fondazione; mentre continuarono le liti tra i Signori
di Villamagna. Rainaldo, figlio di Gilberto conte di Falerone, con
il consenso della moglie Florisenda e dei figli Ruggero e Filioesmidonis,
rimette a Matteo di Berardo, ogni lite sui possedimenti in Villamagna
in cambio di due cavalli, di cui uno appartenente alla dote della
moglie e l'altro valutato ben 100 lire. Nello stesso giorno, il 21
agosto, Matteo promise gli stessi possedimenti all'abbazia di Fiastra
alla presenza del marchese di Ancona, Gotebaldo. Per converso, Gualterio,
figlio minorenne di Abbracciamonte, si appoggiava politicamente all'abbazia
di Fonte Avellana, alla quale donò la chiesa di san Biagio
con alcuni appezzamenti di terra e il cadente castellare sancti Blasi
in contrada Murlungu, addossato quasi certamente alla cinta muraria
romana di Urbs Salvia, il 15 settembre 1192. La presenza di un tale
culto e l'ubicazione della chiesa stessa sono il documento più
tangibile della minacciosa presenza dei Saraceni nei secoli precedenti,
in quanto questo santo, oltre che protettore dal mal di gola, era
considerato paladino contro le invasioni degli infedeli.
Nel giugno del 1193, furono altri proprietari residenti a Villamagna,
Bernardo, Pietro, Offreduccio e Baligano, figli di Falerone, con il
consenso della loro madre Pulcreneve e delle loro rispettive mogli
Altaneve, Capitania, Alfreda e Tasselgardesca, a cedere le loro proprietà
a Matteo e Forte di Villamagna, per porre fine ad una annosa lite
civile e penale, al prezzo di 50 lire lucchesi e alla consegna di
un cavallo bono et optimo. L'atto venne redatto a Falerone e riguardava
le proprietà che erano state precedentemente acquistate dal
conte Bernardo, corrispondenti alla sesta parte del castro di Villamagna.
Questi nobili erano i signori di Falerone, tra loro si distinsero
Baligano per l'influenza politica che ebbe nell'alta valle del Fiastra
e a Fermo: concluse annosa vertenza per l'eredità della moglie,
mediante una rimunerativa transazione con Adenulfo, vescovo di Fermo;
più volte ricevette la dichiarazione di sudditanza del vassallo
di Malvicino, castello presso l'attuale Sarnano; stipulò un'alleanza
con Tolentino contro Sanginesio, al quale tolse San Costanzo e Rocca
Colonnalta; rivendicò con esito positivo i suoi diritti sui
vassalli di Loro Piceno; e morì verso il 1250. Mentre un altro
suo fratello, Rinaldo detto il Pellegrino, dopo gli studi all'università
di Bologna, divenne fervente seguace di san Francesco d'Assisi (1182-1226),
dopo averlo incontrato e conosciuto sulla pubblica piazza di quella
città.
Come si può facilmente arguire, Matteo cercava di impedire
l'inevitabile declino e rafforzare la sempre più debole egemonia
dei Signori di Villamagna. Dapprima, la sua tenace azione raggiunse
apparentemente gli scopi che si era prefissato, ma alla lunga i suoi
sforzi risultarono vani, poiché questo tipo subalterno di società
civile stava scomparendo e Tolentino, che si affacciava allora nella
Valle del Fiastra, era troppo in promettente ascesa per non approfittare
della debolezza dei vicini legati ad una concezione della società
antiquata e non attrezzata ai bisogni dei nuovi tempi. Tolentino iniziò
allora la conquista del contado, ove erano le proprietà di
antichi monasteri, come quello di san Salvatore della stessa Tolentino,
ma soprattutto i castelli, le terre e i diritti ad essi connessi di
una nobiltà feudale indebolita, sui cui Comune e abbazia di
Fiastra, avevano rivolto i loro appetiti.
Gualterio perseguiva una diversa strategia: ancora giovane ed inesperto
si barcamenava tra comuni troppo invadenti, appoggiandosi ora ad uno,
ora ad un altro, e cercando di aumentare le possibilità di
sopravvivenza e di autonomia. Nel 1194 promise di incastellarsi in
Sanginesio con i soliti patti e al quale concesse, inoltre, il vassallaggio
di alcuni uomini abitanti nei suoi possedimenti in curia Calviani
et plebis sancti Andree, situati presso Pian di Pieca.
Frattanto, nel gennaio del 1195, Matteo di Villamagna e Forte di Offone
depositarono presso l'abbazia alla presenza di numerosi testimoni
un piccolo tesoro composto da 30 lire lucchesi e 12 soldi, un drappo
di stoffa, undici rocchetti di seta, un paio di orecchini d'argento,
due anelli d'oro e tre d'argento e un falco d'oro (probabilmente una
riproduzione di aquila, simbolo delle legioni romane). Il tutto aveva
un valore complessivo di 70 lire. Sicuramente i Signori di Villamagna
non attraversavano un periodo favorevole, anche perché a luglio
dello stesso anno Gualterio di Abbracciamonte, ancora minorenne e
assistito dalla madre, rinunciò all'incastellamento in Urbisaglia
di Matteo e di Forte, sciogliendoli dai patti fatti al proprio avo
e a lui stesso, incamerandosi, però, le case che i due avevano
edificato in Urbisaglia e riappropriandosi dei mulini che erano stati
loro concessi alla stipula delle promesse non mantenute. L'atto fu
redatto presso Tolentino nella curia del marchese della Marca, Mark
de Anweiler.
Tentativo di libero
comune a Villamagna
Certamente Matteo di Villamagna aveva già in mente di perseguire
l'ambizioso progetto, illustrato da una pergamena del 31 dicembre
dello stesso anno: la costituzione di un libero comune sui suoi possedimenti,
con l'assenso della moglie Ammirata, di Forte e Siginetta (trasferitasi
successivamente a Cessapalombo), figli di Offone, e di altri consortes,
Albrico, Americo e Trasmundo.
Il tentativo è degno di nota perché risulta essere stato
uno dei primi documentato nella Regione e perché tendeva di
far fare un salto di qualità alla corte di Villamagna per divenire
un castro: i suoi abitanti vi avrebbero trovato rifugio in caso di
guerra; mentre in tempo di pace vi avrebbero concorso per amministrare
la giustizia o assolvere le prestazioni alle quali erano tenuti. Nell'atto
si stabilirono i confini del nuovo comune e si garantì la sicurezza
personale e le libertà ad ogni singolo abitante. Sarebbero
stati donati 18 piedi di terra edificabile a chi avesse collaborato
nella costruzione delle mura cittadine; si sarebbero salvaguardati
i diritti feudali dei nobili; nessun pedaggio sarebbe gravato sul
transito delle merci destinate alle fiere ed ai mercati di Villamagna;
nessuna tassa o dativa era imposta a carico degli uomini liberi; il
costo della edificazione delle mura cittadine sarebbe stato a totale
carico dei nobili e, infine, i due consoli o rettori del libero comune
sarebbero stati eletti uno dal popolo (popolaribus) e l'altro dalla
nobiltà (dominis). Se i Signori firmatari fossero venuti meno,
anche ad una sola delle clausole previste, sarebbero incorsi nella
pena di mille lire lucchesi da restituire ad ogni singolo uomo libero,
che avesse sottoscritto e aderito agli impegni enunciati.
La frammentazione della società medievale fra nobili, chierici
e contadini, sottoposti ognuno a forme di soggezione personale specifiche
e differenziate, fu la caratteristica peculiare del periodo. Tuttavia,
distinti e spesso contrapposti a queste classi, erano sempre esistiti
nuclei isolati di mercanti e artigiani, che rivoluzionarono l'economia,
dando origine alla massa potente della classe urbana. Se l'agglomerazione
nelle città e nei borghi restava in sé anonima, gli
uomini, che ne facevano parte, possedevano una concezione differente
della organizzazione sociale, vedendo nella imposizione dei vari balzelli,
nelle molteplici forme di dominazione sul territorio, nelle immunità
godute dalle chiese o dai propri vicini, intralci insopportabili alla
libertà dei propri guadagni. In sostanza, sia la città
che il borgo sognano di pervenire ad innovative libertà, essendo
un corpo completamente estraneo alla società del Medioevo.
Oltre a rafforzare la propria autonomia, i borghesi scavalcarono i
poteri dell'aristocrazia locale, ricorrendo direttamente ai grandi
poteri superiori: il papato e l'imperatore. Così facendo distrussero
uno dei capisaldi del Medioevo nel suo elemento più caratteristico:
il frazionamento dei poteri. A rendere visibile la nuova visione del
convivere civile fece la sua comparsa il giuramento collettivo dei
cittadini. Questa associazione giurata prese il nome di Comune, suscitando
da subito gli odi violenti di un mondo fortemente gerarchizzato. Il
comune é per l'Italia la grande novità di questo periodo,
che sancisce sul piano istituzionale il trionfo delle realtà
urbane, il primato dello sviluppo imperniato sulle città. Le
città italiane a differenza di quelle straniere, di regola
isole libere entro più vasti territori feudali, si erano costituite
a capoluoghi dominanti su ampie zone rurali, perché svolsero
la funzione primaria di conquista ed organizzazione dell'area circostante.
I castelli del contado con i loro signori titolari di dominatus loci,
eventualmente riconosciuti dall'Impero come feudatari, dovevano in
un modo o nell'altro raccordarsi al vicino comune ed entrare nella
sua sfera d'azione politico-militare, che era anche la sfera economica
d'importanza primaria per la città. Era essenziale per evitare
che ci arrivasse prima qualche altro vicino, che si sarebbe in tal
modo irrobustito, avanzando anche inevitabilmente maggiori pretese.
E l'espansione che avvenisse con la forza o con la persuasione (sottomissioni
articolate in capitula), significava estensione dell'area economica
cittadina con i suoi pesi e le sue misure, con la tassazione dei nuclei
familiari, delle terre e del bestiame, nonché la sostituzione
dell'amministrazione signorile con funzionari, dotati di un minimo
di competenza tecnica in quanto notai, inviati dal governo cittadino.
Ma, il tentativo di Villamagna non sopravvisse a lungo, perché
venti di guerra percorrevano la Marca. Si costituirono tra comuni
limitrofi diverse alleanze per salvaguardarsi da avversari manifesti,
come quella rectam societatem stipulata tra Montecchio e Camerino
contro Sanseverino, nel 1198. I signori di Villamagna ben presto si
trovarono in difficoltà economiche e politiche. Matteo e Forte
dovettero svendere numerose proprietà all'abate di Fiastra
e chiedergli un prestito di 150 lire lucchesi, lasciando in pegno
alcuni terreni. La somma probabilmente venne utilizzata per liquidare
le pretese e i diritti di Giorgio, marito di Siginetta, al quale la
moglie aveva concesso tutte le proprietà in Villamagna, a Brusiano
e a Cessapalombo. Così a proseguire questo esperimento restarono
solo Matteo e Forte. La situazione politica precipitò quasi
subito, tanto che il marchese Mark de Anweiler, rappresentante dell'imperatore,
assediò e distrusse il castro, forse perché la sua fondazione
era stata stabilita a sua insaputa, o perché presagiva che
stessero per nascere nuove aggregazioni popolari, autonome dal potere
imperiale (i comuni). Nella storia dell'impero germanico poche figure
si elevarono tanto in alto come il rude siniscalco Mark de Anweiler,
il quale morì reggente di Sicilia: egli era stato affrancato
solo nel 1197, quando il suo signore gli conferì l'investitura
del ducato di Ravenna e della Marca di Ancona.
Dall'episodio della distruzione di Villamagna il prestigio della famiglia
comitale ne uscì irrimediabilmente scosso e fu un duro colpo
tanto che nei decenni successivi riuscì solo a sopravvivere
alla passata fierezza. All'infausto epilogo fu quasi certa la presenza
interessata di Gualterio, che nello stesso anno incastellò
Alberico di Giuseppe, uno dei nobili fuggiaschi da Villamagna. Alla
stesura dell'atto erano presenti Giovanni Ugolini e Rainuzio Paganelli,
consules: è la prima volta che viene citata questa magistratura
per Urbisaglia, indicazione evidente che il paese si era ormai dotato
di una forma allargata di controllo popolare. Inoltre, da questa circostanza
si arguisce che, nella lotta politica, i due castri erano schierati
su opposti fronti: Villamagna e gli Offoni aderivano al papato (guelfi),
mentre gli Abbracciamonte aderivano al partito dell'imperatore (ghibellini).
Si disse ghibellino il partito dei sostenitori della casa di Hohenstaufen,
duchi di Svevia e signori del castello di Wibeling in Franconia, ostili
alla supremazia papale, in contrapposizione al partito dei guelfi,
guidato dai duchi di Baviera, eredi di Guelfo (1070-1101). Al tempo
della lotta fra il Barbarossa, appartenente appunto alla casa sveva,
ed il papato i due schieramenti assunsero il significato antipapale
o antimperiale. Non c'erano dietro la contrapposizione tra guelfi
e ghibellini motivazioni di carattere sociale, di classe diremmo oggi.
C'erano piuttosto orientamenti politici, tradizioni cittadine e solidarietà
(e odi) familiari createsi anticamente nel corso dei secoli, e destinate
a depositarsi nella memoria delle parti politiche e delle famiglie.
Meglio se nobili e capaci di conservare una memoria storica. Fu una
contrapposizione che espresse il particolarismo del tempo, la vivace,
insopprimibile conflittualità dentro e fuori le città
in competizione tra loro per la conquista di maggiori spazi politici,
militari ed economici. Insomma espresse una conflittualità
in qualche modo inevitabile in mancanza di ordinamenti sovraccitadini
di una qualche consistenza, e in presenza di molteplici centri di
iniziativa politica e culturale capaci di proiezioni a vastissimo
raggio.
I signori di Urbisaglia
Gualterio di Abbracciamonte aveva ereditato una situazione sfavorevole
alla sua signoria: il padre aveva sottoscritto una promessa di incastellamento
a Tolentino e accordi con l'abbazia di Fiastra per il possesso della
contrada di Brancorsina. Per risollevare le sorti del suo dominio
Gualterio, insieme alla madre, aveva iniziato, nel 1196, una lite
con l'abate di Fiastra per il possesso della stessa contrada e per
contestare il diritto dei monaci a cavare le pietre e i mattoni nel
territorio della città romana, posta sotto la sua giurisdizione,
e utilizzati dai monaci per l'edificazione della chiesa e del monastero.
La lite fu rapidamente risolta alla presenza del notaio Berardo con
la mediazione del vescovo di Camerino Atto e dei notabili e signori
più importanti dei castri limitrofi, tra i quali lo stesso
Matteo di Villamagna. Inoltre, Gualterio riuscì ad ottenere
un contratto di enfiteusi a terza generazione sopra i due terzi di
Brancorsina, pur perdendo le somme in denaro, che il padre aveva depositato
presso la stessa abbazia. Nell'incrementare la sua influenza personale,
Gualterio di Abbracciamonte raggiunse un altro positivo e importante
risultato. Riuscì ad ottenere in enfiteusi le proprietà
del monastero di santa Maria di Tolentino, dal preposto Gualfredo,
al prezzo di 100 bisanti d'oro. Il territorio, riportato nel documento,
corrisponde quasi perfettamente ai confini attuali del comune di Urbisaglia,
includendovi anche la contrada di Brancorsina fino al Chienti e altre
contrade verso Pollenza e Petriolo, che il comune perse successivamente
in favore di Tolentino.
Poiché le proprietà ecclesiastiche non potevano essere
vendute, essendo patrimonio divino, venivano concesse in enfiteusi,
che era un contratto d'affitto di lunga durata, o ceduto fino a terza
generazione, ottenendo in cambio un modico canone annuo. Di fatto,
fu un tipico strumento con cui si dilapidarono e espropriarono gli
enormi patrimoni fondiari delle chiese dei monasteri; poiché
non sempre era possibile recuperarli in assenza di una corretta amministrazione
catastale. Così, il semplice possesso si trasformava sovente
in cruda proprietà.
Inoltre, la distruzione di Villamagna fu un duro colpo per i suoi
signori, tanto che Matteo e Forte, per non assoggettarsi all'indesiderato
dominio di Gualterio, nel marzo 1199 sottoscrissero una promessa di
incastellamento a Tolentino, con i soliti patti di perseguire la pace
o la guerra (escluso con Sanginesio) secondo i loro ordini, e ricevendo
in cambio una casa con orto a Tolentino insieme al permesso di poter
possedere un molino. Con questo atto comparve nella valle del Fiastra
un nuovo pretendente alla supremazia nel territorio della valle del
Fiastra: Tolentino, che non aveva possibilità di espansione
da altri lati a causa della presenza di forti e potenti comuni confinanti
a nord. Villamagna oramai si avviava a scomparire come entità
amministrativa autonoma, tanto che Forte nell'ottobre del 1200 cedette
alla sorella Siginetta e al marito Giorgio i diritti patrimoniali
su diversi mansi e vassalli. E, a novembre, forse deluso di essere
un qualunque semplice cittadino di Tolentino, promise di nuovo a Gualterio
di incastellarsi in Urbisaglia, di non ricostruire la distrutta Villamagna
e di far prosperare la sua nuova patria, ricevendone in cambio la
posta per un molino presso l'anfiteatro (Parlasium), una vigna in
contrada Cerreto e la metà di un campo in contrada Fonticella.
Così Forte, in questi anni primus inter pares degli Offoni
fu costretto a districarsi tra alterne vicende, che gli imposero di
contrarre debiti, vendere diverse proprietà e fare concessioni
sempre maggiori al potente di turno, particolarmente al monastero
di Chiaravalle di Fiastra.
Nuove lotte nuove
guerre tra papato e impero
Con l'arrivo dell'esercito pontificio nella Marca, dopo la fuga
a Palermo di Mark di Anweiler, i Comuni, divisi nello schierarsi tra
l'imperatore e il papa, continuarono a perseguire una maggiore autonomia,
rifiutandosi di sottoporre le loro deliberazioni all'approvazione
del Legato della Marca. Una guerra tra Ancona, e i suoi alleati contro,
Osimo, Jesi, Fermo e Fano riaccese le rivalità tra i comuni,
che non avevano trovato un definitivo accordo nella pace di Polverigi
del 16 gennaio 1202, per la mancata adesione da parte di Ascoli, Tolentino,
Sanginesio, Camerino, Fabriano, Matelica, Sanseverino, Macerata, Montolmo
e Cingoli. Il papa Innocenzo III (1160-1216), constatando la situazione
disperata nella Marca affidò il suo governo al marchese Azzo
VI d'Este, nella speranza che una sua occupazione armata avrebbe garantito
il dominio alla Chiesa. Ma i disordini e le vicende nella Marca non
si avviarono nel senso auspicato, così ogni comune continuava
a perseguire i propri interessi particolari. Infatti, Azzo VI abbandonò
queste contrade per seguire l'imperatore in Lombardia e a seguito
della sua morte nel 1212, l'imperatore Ottone IV (1174 c.a - 1218)
nominò marchese della Marca Pietro da Celano, in contrasto
della investitura papale di Aldobrandino d'Este, al quale si era però
già contrapposta una lega di Comuni. L'opposizione fiera e
tenace agli Estensi alimentò un vivo risentimento contro la
Chiesa, suscitando ovunque il diffondersi di movimenti pauperistici,
che si rifacevano soprattutto agli insegnamenti di san Francesco e
degli ordini mendicanti da lui originati.
Compare un nuovo
contendente nella valle: Tolentino
La presenza ostile di Tolentino si fece avvertire pesantemente nella
valle, dopo che diversi centri demici erano stati incorporati nella
sua giurisdizione e che numerosi nobili del contado avevano aderito
alla sua comunità. Ma anche Sanginesio si adoperava incessantemente
per allargare la sua influenza lungo la valle del Fiastra. Tolentino,
inoltre, nel 1201 aveva stretto dei patti di alleanza con Montecchio
e Camerino, che includevano favorevoli accordi anche con Montemilone.
In questi centri urbani della provincia, contrariamente che ad Urbisaglia,
si andava rapidamente affermando una nuova dinamica collettività
cittadina, che inglobava la suo interno i nobili del contado; anche
se prevaleva la componente di origine popolare organizzata in differenti
corporazioni artigianali a gestire l'amministrazione della vita pubblica
del comune.
Continuava la lenta decadenza degli Offoni, nel novembre del 1202
Siginetta e suo fratello Forte diedero in pegno a Giorgio, marito
di lei, per un prestito di 36 lire lucchesi, un campo sito in fondo
Piano e due commendazioni di uomini, stabilendo inoltre alcune condizioni
accessorie nel caso della morte improvvisa di Siginetta. Contemporaneamente
i due coniugi insieme rinunziarono in favore di Forte ad ogni diritto
sul manso paterno nella corte di Villamagna e sulle terre, vigne,
selve, uomini e beni situati nei castelli di Sanginesio e Cessapalombo.
Nel maggio del 1206, Forte di Offone, trattò la vendita di
un manso nella corte di Cessapalombo, nei fondi di Casigliano e Barammano
per un prezzo di 4 lire e 5 soldi lucchesi.
L'abbazia di Chiaravalle
di Fiastra continua la sua espansione economica e religiosa
L'espansione territoriale dell'abbazia di Fiastra non fu priva di
conflitti giudiziari con i nobili del luogo o con i comuni limitrofi.
Nel maggio 1206 si concluse una lite giudiziaria tra l'abbazia di
Fiastra, rappresentata dall'abate Trasmondo, e Alberico di Giosué
insieme al nipote Giuseppe. Il lodo arbitrale, sentenziato dal giudice
eletto dai contendenti, Berardo Prontoguerra nella chiesa di san Michele
in Ripe Sanginesio, stabiliva che i due nobili rinunciassero ad ogni
diritto sulle possessioni contese, restituissero rilasciando la quietanza
per le 19 lire lucchesi reclamate dall'abbazia; e che rientrassero
in possesso degli strumenti agricoli utilizzati nel lavoro dei campi.
Gli inadempienti avrebbero dovuto pagare una penale di 100 lire lucchesi,
metà destinata al giudice, e l'altra metà alla parte
rispettosa della sentenza.
Non fu l'unica lite che riguardava Fiastra; lo stesso papa Innocenzo
III dovette intervenire per difendere i diritti accampati dall'abbazia
sopra la chiesa di santa Maria in Selva contro il vescovo di Osimo
La vita scorreva tranquilla per altri proprietari: nel novembre del
1207 Carnevale dette in pegno a Rinaldo, Gualtiero e Venanzio, figli
di Giovanni, una terra nel fondo di san Tossano, davanti al castello
di Villamagna, per la dote di Buonafemmina, loro sorella, promessa
a Nicola, figlio dello stesso Carnevale. Mentre il succitato Alberico
di Giosué si costituì come fideiussore di Forte di Offone
nei confronti di Oddone, a garanzia della composizione avvenuta tra
il monastero e lo stesso Forte, forse per rientrare in possesso dei
beni depositati negli anni precedenti.
Intanto compare nelle carte anche Offreduccio, figlio di Matteo di
Villamagna, che nell'ottobre del 1208, permise a Attone, sottopriore
di Fiastra, di poter condurre l'acqua del Fiastra ad un molino e di
poter scavare un vallato nelle sue terre, ricevendone in cambio 4
lire lucchesi e una parte di una rota del fiume. All'atto redatto
a Mogliano presenziò Mainardo di Trasmondo Nobilini, che era
uno degli uomini di Forte di Villamagna, in veste di tutore di Offreduccio,
poiché questi aveva meno di 25 anni.
Nel resoconto di alcune testimonianze del 1208 su una lite vertente
tra l'abbazia e Forte con Matteo su un vallato presso il Fiastra,
il possesso di un orto sopra la casa di Stallone e della terra di
Giovanni Nigri, successa anni prima, si evidenziano alcune informazioni
importanti. Il teste don Alberto riferì di aver visto alcuni
atti notarili appartenenti ai monaci, in cui risultava che l'abbazia
era stata fondata sulla terra de li Paterniani, chiamandoli fideles
dominorum de Guillamaina. Un altro testimone, Carnevale, sotto giuramento
affermò che dopo la morte di Matteo di Villamagna, furono restituiti
diversi panni di seta e lino, tovaglie, cinte di seta e collane d'argento,
che erano stati depositati in abbazia. Il teste Urbisaglia aggiunse
che vide Matteo e Forte ricevere in diverse occasioni cavalli, buoi
e altri vestiti. Era anche presente quando l'abate Martino rimise
ogni colletta e perdonò ogni maleficium, che Forte aveva fatto
ai monaci, sotto la pena di 50 lire se non avesse rispettato i patti.
Inoltre Forte ricevette un paio di buoi, compreso un vomere, un giogo
e un pungolo per gli animali. Ma la notizia più interessante
la fornisce un certo Todino. Questi affermò che era presente
nella calzoleria del monastero quando l'abate Trasmondo e il priore
Rainaldo promisero a Forte di porgergli aiuto nel caso de placito
quod abebat cum filiis Rainaldi Trasmundi, nell'anno precedente. Nell'alto
Medioevo si chiamava placito l'udienza giudiziaria che il re, ma di
fatto sul piano locale il conte o altro rappresentante regio, teneva
periodicamente per discutere e giudicare le cause che gli erano presentate.
L'amministrazione della giustizia era una delle responsabilità
principali del potere pubblico e tutti gli uomini liberi erano chiamati
a parteciparvi; fra loro erano scelti i boni homines che assistevano
il conte nella formulazione della sentenza. Con il tempo il placito
si trasformò da prerogativa del potere pubblico, condotta con
il concorso della popolazione, a manifestazione di un potere ormai
privatizzato e dinastizzato a profitto dei signori locali; ciascun
signore aveva la possibilità di giudicare i suoi dipendenti
e dunque di tenere il placito. Continuerà a chiamarsi servizio
di placito l'obbligo per i vassalli di assistere il signore nell'esercizio
della giurisdizione. Non sappiamo come sia andata a finire la questione,
poiché il documento riporta solo le testimonianze di parte
di Forte.
Nell'anno successivo, ancora Offreduccio di Matteo negoziò
una vendita di terra con un pezzo di oliveto con Pietro e Giovanni
di Attone al prezzo di 40 soldi lucchesi. E ancora i fratelli Giacomo
e Offreduccio di Matteo, per i servizi ricevuti e che sperano di fruire
ancora, donarono a Benedetto di Attone un appezzamento nella contrada
di Colle Arsiccio, nel fondo Moriole. Le loro vendite continuarono
incessantemente negli anni successivi, svendendo il patrimonio accumulato
dagli ascendenti.
Colmurano e Montenereto
Frattanto a Colmurano, Bernardo di Abbate e il figlio Venanzio promettono
ad Offone di Colmurano di abitare nel castello riconoscendone la signoria,
ricevendone in cambio la restituzione di 11 soldi lucchesi e la terra,
che possedevano nel luogo detto lu Staffulu. Anche a Montenereto si
giunge ad una pacificazione che riguarda tutti i signori del luogo:
i consoli Gilberto di Montenereto e Ubaldo di Arnaldo giudicarono
in merito alla controversia che opponeva da un lato Offreduccio, Gualtiero
e Aliotto e le loro sorelle contro Attone, Alberto e Nellolante, condannando
quest'ultimi al pagamento di 25 lire lucchesi; ma li assolve dall'obbligo
di restituire una terra in contrada dello Stirpario e di soddisfare
tutte le richieste contenute nel libello d'accusa.
Forte di Offone, il 23 maggio 1211, ricevette dalla suocera Sofia,
vedova di Balzano, insieme alla moglie Claraclasse uno spiazzo recintato
da un muro, sito sopra il fossato del castello di Tolentino e una
parte di un molino vicino al vallato vecchio nella curia sempre di
Tolentino.
Il giorno 5 dicembre dello stesso anno, Magalotto giudice del comitato
di Camerino emise la sentenza nella lite vertente tra Grimaldesco
e i suoi figli contro Giberto e Oradino circa il possesso del castello
di Montenereto; il risarcimento di alcune spese sostenute per le derrate
alimentari in sostegno del castro (pane, frutta, frumento, miglio,
orzo, fava e vino); e la proprietà dei loro uomini nelle corti
di Urbisaglia e Tolentino. La sentenza cercò di metterli unanimemente
d'accordo, stabilendo che nessuno aveva il diritto di fortificare
il castro o costruire una corte senza il consenso degli altri. La
sentenza venne emessa a Tolentino alla presenza del podestà
Tebaldo, del giudice Berardo di Prontoguerra delle Ripe e di altri
notabili locali.
Ascesa degli Abbracciamonte
di Orbesallia
Anche Gualterio di Abbracciamonte, per mantenere una precaria autonomia,
si barcamenò tra i diversi contendenti e fu obbligato, dai
rapporti di forza presenti in campo, a patteggiare di nuovo con Tolentino
una effimera promessa di incastellamento e di fedeltà, il 31
agosto del 1213. Oltre a sottomettere Urbisaglia, promise di promuovere
la guerra o la pace secondo le direttive dei consoli o del podestà
con l'esclusione degli abitanti di Montemilone, e di liberare dal
vassallaggio i suoi vassalli di Brancorsina. In compenso ricevette
4 modioli di vigna in contrada Porta del Monastero, una casa e una
posta per un molino o per una gualcheria lungo l'Entogge o il Fiastra,
oltre alla completa esenzione di incastellare gli abitanti rimasti
nella contrada di Villamagna dopo la sua distruzione, con l'esclusione
naturalmente di Matteo e di Forte.
Nel 1214 Forte di Offone, con numerosi atti notarili redattati tra
luglio a settembre, donò all'abbazia di Fiastra la sua parte
del castello di Villamagna insieme ad altri beni mobili e immobili;
inoltre offrì il figlio Gentile come oblato nel monastero,
dispose che la figlia Giovanna si sposasse secondo le intenzioni dell'abate
e addirittura mise sé stesso nelle mani dello stesso abate
di Fiastra. Nel luglio, Palmario di Ugolino e Panico, delegati all'esecuzione
delle sue decisioni, immettono il monaco Scapolo e il converso Oriolo
nel possesso di numerosi beni distribuiti tra Villamagna, Valle Curiale,
Cessapalombo e Sanginesio. La donazione, che apparentemente può
sembrare una resa completa di Forte nei confronti dell'abbazia di
Chiaravalle, in realtà potrebbe essere interpretata come l'estremo
tentativo di non perdere il controllo delle terre cedute ed evitare
la deprecata sottomissione ad domini locali, come Gualterio di Abbracciamonte,
con il quale tuttavia sia Forte che Giacomo di Matteo continueranno
a mantenere rapporti, fino ad essere riconfermati, nel 1220, come
castellani di Urbisaglia, ricevendone in cambio una solenne promessa
di protezione. Un'altra ricostruzione ipotetica potrebbe essere che
Forte sia caduto in una prostrazione fisica dettata dal una qualsiasi
malattia, visto che ogni volta che compare nella documentazione successiva
lo ritroviamo sempre nella sua casa dentro il castello di Urbisaglia
e alla fine della sua vita stilerà un testamento lasciando
come eredi altri figli, che non si ricollegano assolutamente a quelli
citati nel documento precedente. Negli anni precedenti gli Offoni
tutti avevano continuato a mantenere rapporti deferenti sia con il
monastero di Chiaravalle di Fiastra, che con Tolentino.
Continua l'incertezza
politica nella Marca
Mentre l'abbazia di Fiastra continuava ad estendere il suo territorio,
si scontrò duramente con gli interessi contrapposti dei comuni
limitrofi ed entrò in lite con alcuni uomini di Montemilone,
suscitando l'intervento protettivo del pontefice Innocenzo III. La
causa si concluse nel 1221 con la condanna di Montemilone da parte
di Nicola, giudice per conto di Azzo VII d'Este, marchese d'Ancona
e rettore pontificio, e riconfermata da Arnulto, giudice di Pandolfo,
nuovo legato pontificio nel 1223.
Intanto si assisteva alla contemporanea presenza nella Marca di Azzo
d'Este e del patriarca di Aquileia, delegato imperiale. Nel 1222 Gunzelino
von Wolfenbüttel, nuovo vicario imperiale, e Bertoldo, fratello
di Rinaldo duca di Spoleto, penetrarono con un esercito nella Marca
effettuandovi feroci scorrerie; mentre Azzo VII d'Este non era riuscito
assolutamente né a ricomporre solide tregue tra i litigiosi
comuni, né a contrapporsi validamente all'esercito del vicario
imperiale. Infatti, un suo intervento in favore di Macerata provocò
la dura opposizione del vescovo di Fermo e di tutti i comuni del suo
contado.
Continua la politica
d'espansione di Tolentino
Frattanto, Forte e Jacopo, figlio del quondam Matteo, il 4 ottobre
del 1225 riconfermarono a Tolentino i patti precedentemente sottoscritti,
riservandosi i servizi di vassallaggio dei loro uomini in Villamagna.
Inoltre lo stesso Jacobo, ormai avanti negli anni e senza prole, nel
testamento del 1227 riconfermò le donazioni fatte dai suoi
antenati all'abbazia di Fiastra, salvaguardando i diritti dotali della
moglie e quelli promessi a Tolentino. Così, buona parte dei
possedimenti degli Offoni sembravano in apparenza ormai confluiti
definitivamente nel patrimonio del monastero di Fiastra.
Intanto procedeva con metodicità la lunga serie di incastellamenti
perseguiti da Tolentino, che coinvolsero numerosi borghi rurali come
Montenereto (1196), Agliano (1198), Villa Maina (1199), Colmurano
(1204), Pitino (1205), Pieca (1210-1232), Urbisaglia (1213), Virgigno
(1227) e singoli nobili rurali. Erano collegati non solo a mire di
espansione territoriale, ma volti soprattutto ad incrementare la popolazione,
ad aumentare l'influenza economica negli scambi commerciali nel mercato
locale e a rafforzare la sicurezza militare e difensiva del castro.
La cessione di Pieca a Tolentino determinò una lunga serie
di dissidi nella provincia tra Tolentino e Sanginesio, che si sentiva
minacciata nel suo contado, anche perché successivamente a
Tolentino venne ceduto e confermato Virgigno, un castro situato nelle
immediate vicinanze di Sanginesio. Inoltre, era esplosa un'annosa
questione per il possesso di Pitino tra Sanseverino, Tolentino e Camerino.
Così si formò una stretta alleanza di interessi materiali
tra Tolentino, Camerino e Montecchio, ma Sanseverino occupò
con la forza la fortificazione, posta in posizione strategica per
il controllo dei traffici commerciali lungo la valle del Potenza.
Frattanto, il 10 febbraio del 1228, Gualterio raggiunse un illusorio
compromesso con Sanginesio, dopo che questi gli aveva distrutto il
castro di Brugiano, presso Pian di Pieca, dove possedeva estesi appezzamenti.
Promise di incastellarsi, insieme agli abitanti di Brugiano, in cambio
della casa appartenuta al preposto di Pieca, tre modioli di terra
entro il paese e di una vigna vicina alla sua. Non fu l'unico vantaggio
acquisito da Sanginesio contro Tolentino. Infatti riuscì nel
1229 a farsi confermare da Rinaldo, duca di Spoleto, il possesso di
Virgigno, di Pieca, di Isola e di ogni altra possessione tolta a Tolentino.
Questi non attraversava un momento favorevole: i suoi possessi in
Brancorsina, appartenenti al monastero di san Catervo, erano continuamente
contesi ed acquisiti dal vescovo di Camerino, tanto che si pervenne
a reciproche scomuniche. Così, fu promulgato l'interdetto ai
Tolentinati che si recavano a pregare e ricevere i sacramenti nella
chiesa di san Catervo. La scomunica venne tolta solo nel 1234 per
interessamento di Ottone, rettore della Marca e cardinale di san Nicola
del Carcere Tertulliano, dal pievano della chiesa di san Vito in Recanati.
Ancora alternanza
tra lo strepito delle armi e la tregua di pace nella Marca
Mentre Federico II era in Oriente per la crociata, la Marca fu
affidata a Rainaldo di Urslingen, che giungendovi occupò Montolmo
e Macerata. La notizia dell'arrivo di un esercito al comando di Giovanni
Brienne e del cardinale Giovanni Colonna, consigliarono ad Azzo VII
di abbandonare la partita e di ritirarsi in Abruzzo, dove riunendosi
con l'esercito di Federico II sconfisse i pontifici. E la Marca, abbandonata
dagli imperiali, rimase sotto l'amministrazione papale del legato
cardinale diacono Enrico da Parignano, e retta dal rettore Rainald.
Con il trattato di san Germano, sottoscritto il 23 luglio 1230, Federico
II riconobbe la Marca come patrimonio inalienabile della Chiesa e
vi venne subito nominato, come rettore, il vescovo francese Milo Beauvais.
Nel decennio successivo la Marca godette di un relativo periodo di
tranquillità, sia nella campagna che nei borghi, tanto che
venne favorito un nuovo afflato religioso, mentre Montolmo approfittò
della situazione per incastellare i Signori di Petriolo con tutti
gli abitanti.
Nel 1238 Filippo, vescovo di Camerino, fu chiamato a dirimere una
controversia sollevata da Gualterio contro Jacopo di Matteo e il monaco
Manente, procuratore per l'abbazia di Fiastra, per il predominio territoriale
su Villamagna. Il lodo finale stabilì che i monaci avessero
in integro la terza parte della contrada, mentre a Gualterio fu riservata
la restante parte, ma solo in enfiteusi.
Il conflitto tra il papato e l'impero, che era ripreso dopo la battaglia
di Cortenuova del 27 novembre 1237, raggiunse livelli assai critici.
Federico II, nel luglio del 1240, pose Ascoli Piceno sotto assedio
e la saccheggiò. Nel novembre dello stesso anno Enzo (1224
c.a - 1272), figlio di Federico, continuò l'invasione della
Marca e del ducato di Spoleto. Favorito dagli esuli maceratesi occupò
Macerata e vi pose la sua residenza, mentre il vicario imperiale,
Giacomo Morra, cercava di favorire tutti i comuni che passavano dalla
sua parte. Più volte il cardinale Colonna cercò di recuperare
la Marca al papato, ma venne contrastato e respinto prima presso la
costa maceratese, poi traslocò con armi e bagagli nella opposta
fazione imperiale.
Nel novembre del 1241, per i danni e le angherie subite Accurso, priore
di Chiaravalle, denunciò al tribunale di Roberto di Castiglione,
vicario imperiale, Pietro, figlio di Gualterio Abbracciamonte, che
spalleggiato dai suoi seguaci aveva cercato di impossessarsi di un
terreno situato lungo la strada del Massaccio. Questa è l'ultima
testimonianza indiretta che Gualterio fosse ancora in vita. Gualterio
è stato importante nella storia di Urbisaglia, avendola governata
per più di cinquant'anni superando numerose traversie. Doveva
avere una buona cultura giuridica e eminenti capacità diplomatiche
se riuscì a conservare Urbisaglia libera ed indipendente e
se aveva ricoperto la carica di podestà a Montecchio, come
risulta dalla testimonianza giurata di un tal Saverio di Tebaldo in
un processo svoltosi a Montecchio nel 1236.
Verso la fine del 1247, Marcellino, vescovo di Arezzo e legato pontificio,
subì una completa disfatta nelle campagne tra Osimo e Civitanova
da parte del vicario imperiale, Roberto di Castiglione: si ebbero
più di 4 mila morti nell'esercito papale e lo stesso Marcellino,
preso prigioniero nella battaglia, venne barbaramente trucidato.
Il nuovo legato, Rainerio, cardinale di santa Maria in Cosmedin, pose
la sua sede in Tolentino nel gennaio del 1248. La sua presenza favorì
non poco Tolentino che non tergiversò a lungo per perseguire
e realizzare i suoi fini più reconditi. Il 26 marzo 1248, insieme
a Camerino, Matelica, Sanginesio, Montemilone, Montecchio e Cingoli
strinse un'alleanza solidale contro la parte imperiale (Osimo, Sanseverino,
Fidesmido da Mogliano e i Signori di Falerone) per recuperare l'importante
fortificazione di Pitino e per mantenere lo statu quo a Colbuccaro
e Urbisaglia, con la riserva dei rispettivi diritti avanzati da Montemilone
e da Tolentino. Il 20 agosto 1250 a Cingoli, gli imperiali costrinsero
il Legato della Marca a darsi ad una precipitosa fuga; nel dicembre,
Innocenzo IV (1190 c.a - 1254) con undici atti consecutivi concesse
vari privilegi a Tolentino per mantenerlo saldamente fedele alla Chiesa,
mentre la Marca era in pericoloso fermento contro di lui. Nella lettera
del 20 dicembre, lo invitò a confiscare tutti i beni dei Signori
di Urbisaglia, Pietro e Rosso e del loro nipote. Ma qualcosa si ruppe
nella stretta alleanza tra il papato e Tolentino; infatti con una
lettera del 23 dicembre Innocenzo IV improvvisamente revocò
tutte le concessioni precedentemente elargite a Tolentino. Ma Tolentino
troppo avanti nell'esecuzione del suo piano egemonico, dopo aver preparato
il terreno con l'azione diplomatica e dando sfoggio di una violenza
inusitata, attaccò di sorpresa Urbisaglia e Colmurano, approfittando
della favorevole concomitanza per l'improvvisa morte dell'imperatore
Federico II.
Nella cruda cronaca del processo, risulta che vi furono sanguinosi
scontri al suono incitante delle clarine e con gli stendardi al vento,
si uccisero gli uomini e violarono le donne, furono trafugati gli
animali domestici, incisi gli alberi e incendiati i raccolti, le case
e le fortificazioni, lasciando dietro di sé solo una scia di
lacrime e sangue.
Terminò così una fase della storia di Urbisaglia, di
poco successiva alla scomparsa di Gualterio di Abbracciamonte, significativo
rappresentante di una casta di Signori rurali della Marca. Ma i patti,
che firmarono i suoi successori, evidenziano la disparità delle
forze poste a confronto: da un lato un piccolo borgo retto da Signori
con gli occhi rivolti al passato e dall'altro i forti comuni, che
si organizzarono secondo nuove regole più democratiche e forme
di associazionismo innovative per la vita sociale di quei tempi.
Rimasero i figli, Pietro e Rosso, con il nipote Gualteruccio, figlio
del primogenito Guarnerio, a contrastare la sovrastante potenza politica
e militare di Tolentino.
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Dalla
prima distruzione di Urbisaglia alla definitiva vendita a Tolentino
1251 - 1303
Urbisaglia distrutta
cerca di rinascere
Iniziò in questo modo così violento un periodo confuso,
caratterizzato da una significativa instabilità politica, nel
quale prevaleva la legge del più forte. Il 10 gennaio, con
le rovine di Urbisaglia ancora fumanti, un nutrito gruppo di impauriti
Urbisagliesi fece atto di sottomissione innanzi alla chiesa di san
Giorgio; il gesto venne ripetuto in pompa magna, il 6 giugno, nella
chiesa di san Giacomo a Tolentino. Inoltre, furono stilati una lunga
serie di atti notarili, volti a legalizzare de facto il possesso di
Urbisaglia. Il 24 gennaio, il consiglio generale di Tolentino delegò
il sindaco Giovanni Varcalacqua all'acquisto da Rosso della sua quota
del castro. Nello stesso giorno fu stipulata l'atto vendita notarile
nella chiesa di san Catervo. Si costrinse così Rosso di Gualterio
a cedere la terza parte della proprietà e giurisdizione di
Urbisaglia, che condivideva con il fratello Pietro e il nipote Gualteruccio.
Con molta probabilità, Rosso era stato preso prigioniero nella
sanguinosa sortita e rinchiuso in carcere per costringerlo a cedere
i suoi diritti, come lasciano intuire i documenti. Oltre le solite
promesse di incastellamento, i contraenti sottoscrivono la remissionem
de omnibus maleficis, offensis et culpis et damnis datis. Rosso promise
di non adoperarsi nella ricostruzione del castro; di lasciare il paese
sempre disabitato e distrutto; ottiene inoltre 3.000 lire ravennati
e anconitane, l'esenzione da tasse e la conservazione dei diritti
di vassallaggio sui suoi uomini, il diritto edificare alcuni molini
lungo il Fiastra e la revisione degli accordi, se Pietro e Gualteruccio
avessero ottenuto condizioni più vantaggiose. Il primo marzo,
Rosso fu costretto di nuovo a confermare le cessioni e ratificare
in forma ancor più solenne i patti in precedenza stipulati.
Per incassare i risultati ottenuti, Tolentino strinse una nuova alleanza
con Montecchio e Camerino, con la quale i contraenti si garantivano
reciprocamente l'avvenuta spartizione per sfere di influenza: Camerino
su Pitino, Montecchio su Appignano e Tolentino su Carpignano, Colmurano
e Urbisaglia. Anche Grimaldo di Viviano fu piegato a vendere i due
quinti di Colmurano, il 28 luglio, al prezzo di 7.000 lire ravennati
e anconitane.
In questo processo di dominio di Tolentino, non tutto filò
liscio come sperato, infatti Innocenzo IV, con una bolla del 18 agosto
del 1251, intimò a Pietro, cardinale di san Giorgio al Velabro
e rettore della Marca, di operarsi per la ricostruzione immediata
di Urbisaglia in favore di Pietro e Rosso di Gualterio, e di Colmurano
per Rinaldo, Jacopone, Uguccione, Berardo e Gualterio; sebbene Rinaldo
di Andrea fu spinto a vendere, sia per sé che come procuratore
del figlio Jacopone, la quarta parte di Colmurano al sindaco di Tolentino,
Accatto di Giordano, per la somma di 500 lire, nel gennaio 1252.
Nonostante le ripetute petizioni presentate da parte di Tolentino
e le numerose raccomandazioni papali, inoltrate al Legato della Marca
di non molestare troppo la fedele Tolentino, il Papa emise infine
una sentenza favorevole ai Signori di Urbisaglia, che rientrarono
così nel pieno possesso del loro dominio, continuando però
ad essere sballottati tra Tolentino, Sanginesio e Camerino. Probabilmente
a causa della esplosiva situazione della Marca, divisa sempre tra
impero e papato, la questione di Urbisaglia passò in secondo
piano e si tentò di smorzarne i toni troppo polemici: infatti
il papa invitò più volte il Rettore ad agire con equilibrio
e sagacia, nella ricerca di eque soluzioni.
Nel frattempo, dal testamento di Ferro di Benedetto, abitante una
volta a Villamagna ed allora residente a Colmurano, risulta documentata
la presenza dei frati minori francescani in silva Urbisalie; probabilmente
ci si riferisce alla selva in contrada di Monte Loreto, posta ai confini
con Colmurano, dove sopravvivono ancora oggi le strutture di un monastero.
Forse l'atto venne stipulato sotto la spinta dell'emozione per la
vendita forzata di Colmurano; e non è casuale che vi fossero
incluse numerose regalie all'abbazia di Chiaravalle di Fiastra, probabilmente
considerato un baluardo equilibrato all'espansione violenta di Tolentino.
Ancora, il 21 gennaio 1253, il papa Innocenzo IV riconfermò
al giudice Mercatante la sentenza del Rettore sulla doverosa ricostruzione
di Urbisaglia in favore di Pietro, Rosso e Gualteruccio e lo invitò
a proseguire nella trattativa. In conformità al mandato papale,
il rettore della Marca, Gualterio, dopo aver convocato le parti con
i loro procuratori legali e ascoltato le loro testimonianze, invitò
il sindaco di Tolentino, Giovanni Varcalacque e Benvenuto Cantalamessa,
in rappresentanza dei Signori di Urbisaglia, a trovare una pacifica
soluzione per ricostruire il paese, lontano dallo strepito di un annoso
processo pubblico. La ricostruzione sarebbe stata realizzata per due
terzi a carico del pontefice (quelle di Pietro e Rosso) e per un terzo
a spese di Gualteruccio. Per chiarire ogni dubbio, il Papa da Assisi,
il lunedì 22 giugno 1253, rompendo ogni indugio, ingiunse al
Rettore della Marca, Gualterio vescovo di Luni, a convocare i contendenti
per comunicare le definitive scelte. La sentenza fu riconfermata da
Giacomo, episcopum Portuensis, dopo che Tolentino di era appellata
di nuovo alla sede Apostolica. Nonostante le chiari sentenze favorevoli
ai Signori di Urbisaglia, il Papa nell'anno successivo, comunicò
al Rettore della Marca di soprassedere alla multa di 500 lire per
sedare gli animi dei Tolentinati, loro comminata nella condanna per
l'invasione e per gli stupri perpetrati ai danni di alcune giovani
urbisagliesi commessi da fanti e cavalieri nel proditorio e violento
assalto militare.
Frattanto, nel 1254, Bernardo di Colmurano si convinse a vendere la
sua quota del castro per 150 libbre, per una casa con casareno e una
vigna, in Tolentino. Mentre, nell'anno successivo, il nuovo papa,
Alessandro IV (?- 1261), tornò a sollecitare il rettore Rolando
nel perseverare a concludere il processo, intentato contro Pietro
e Rosso di Gualterio dall'abbazia di Fiastra, vertente sul possesso
definitivo del manso affittato ad Alberico di Compagnone, in contrada
di Brancorsina. Il rettore scrisse a Rolando, giudice e canonico di
Anagni, per informarsi sull'iter della causa e per sollecitarlo a
condurla in porto nel più breve lasso di tempo.
La decisa ricostruzione di Urbisaglia si trascinò ancora per
diversi anni, tanto che il 15 ottobre 1256 il consiglio generale di
Tolentino nominò a sindaco Filippo di Petriolo per resistere
ancora nella causa contro Pietro, Rosso e Gualteruccio. Dal documento
si scopre che alla distruzione di Urbisaglia parteciparono numerosi
cittadini di Colmurano e di Montenereto, insieme ad alcuni fuoriusciti
di Urbisaglia, rifugiati a Tolentino. Il sindaco si accordò
con il procuratore avversario nel delegare al preposto di san Catervo,
don Jacobo Moricotti, per dirimere la questione con un arbitrato,
al di fuori del tribunale papale. La sentenza, emessa il 7 novembre
dello stesso anno, stabilì: che si rispettassero i patti sottoscritti
da Gualterio; che si rimettessero le reciproche offese fatte e subite;
che si concedesse per due volte la carica di podestà di Tolentino,
con un salario di 1.000 lire, ai signori di Urbisaglia, Rosso e Pietro,
e di 50 lire per i loro ufficiali; che Urbisaglia non potesse incastellare
gli abitanti di Colmurano, Montenereto e Tolentino; che gli Urbisagliesi
già incastellati a Tolentino, se lo desideravano, potessero
ritornare liberamente al paese; che i Signori di Urbisaglia ottenessero
150 lire a risarcimento delle spese di viaggi effettuati e per il
soggiorno durante la causa in Assisi; e soprattutto si annullassero
tutti i documenti notarili riguardanti le precedenti vendite. I contendenti
accettarono la sentenza e si scambiarono le rispettive promesse per
la sua esecuzione alla presenza di numerosi notabili della provincia.
Infatti, nel 1258 Gualteruccio, divenuto nel frattempo maggiorenne,
confermò i patti sottoscritti dagli zii, mentre Pietro esercitava
la podesteria in Tolentino, trattando con il sindaco Jacopo di Bartolomeo
la cessione della sua quota parte. Anche Uguccione di Colmurano cedette
la quinta parte del castro per 400 lire, una casa e un molino. Nello
stesso tempo, il 4 luglio, Rosso, Pietro e Gualteruccio si divisero
in parti uguali le proprietà di famiglia. Nel documento risulta
una precisa descrizione di Urbisaglia in questo periodo con le sue
case, le chiese, le mura, il borgo, i molini, i pascoli e le vigne.
Inoltre, nel documento si accenna ad una contrapposizione tra il vecchio
borgo e il nuovo, costruito ai vertici della collina. Questo lascerebbe
supporre che si sia dato inizio alla ricostruzione del nuovo borgo
sul vertice della collina, o forse ad un suo notevole ampliamento
urbanistico.
Continuano le guerre
tra i comuni marchigiani
Si avvicendarono nella Marca Annibaldo di Trasmondo, nipote di Alessandro
IV, e i vicari di Manfredi di Svevia ( 1232 - 1266), Percivalle D'Oria
d'Aversa, che distrusse Camerino nel 1259 e ricostruita poi da Gentile
da Varano, e Enrico da Ventimiglia. Inoltre, Sanginesio venne condannata
per le cavalcate perpetrate contro Ascoli, Tolentino e Belforte, mentre
viene esortata a prendere le armi contro Offida e Fermo. Sia dai rettori
della Marca che dai vicari imperiali venne concesso a Tolentino di
distruggere Belforte e incastellarne gli abitanti nel 1260. Negli
anni successivi Tolentino riuscì a sottomettere Santangelo
e Montenereto; mentre Montolmo distrusse violentemente Petriolo e
ne incastellò i superstiti abitanti, compresi quelli originari
di Colbuccaro. Infatti, i comuni più forti approfittarono delle
varie vicende, nella disputa di potere tra il papato e l'impero, per
estendere continuamente il proprio dominio sui territori limitrofi:
Macerata su Lornano; Camerino su Caldarola e altre piccole ville (Rocchetta,
Dignano, Fiuminata, ecc.); Sanginesio su Poggio dell'Acera, Cerreto,
Colonnalta, Colle, Morico e Montalto.
Dopo la definitiva sconfitta di Manfredi a Benevento e la triste fine
di Corradino di Svevia (1252 - 1268) a Tagliacozzo, venne stipulata
la pace tra l'impero e il papato mettendo fine alle lotte per la supremazia,
e la Chiesa si trovò a governare sulla Marca, al cui governo
i papi inviavano un Legato o Rettore. nominato per un periodo da uno
a quattro anni, e per compiacere gli Angioini furono in genere dei
laici a partire dal 1268, mentre Innocenzo III aveva preferito altissimi
ecclesiastici, spesso cardinali. Ai rettori per le questioni temporali,
con a lato delle corti d'appello per le cause provenienti dalla provincia,
si affiancarono dei rettori in spiritualibus, per utilizzare le armi
spirituali contro i ribelli, e dal 1972 comparvero anche i tesorieri
per amministrare le finanze, scorporando la competenza da quelle generali
dei rettori. Dal 1978 si tennero anche dei parlamenti provinciali,
soprattutto per definire la tallia militum, il riparto delle spese
militari, ma il consenso si riduceva di solito ad una presa d'atto
di decisioni prese dall'alto e presentate dal rettore.
Tolentino non demorde
dalle sue mire su Urbisaglia
Trascorsi pochi anni, Tolentino tornò alla carica nelle sue
aspirazioni espansionistiche. Risulta, infatti, una pesante condanna
per 10.000 lire anconitane e ravennati, emessa dal giudice generale
della Curia Gentile da Osimo e dal Rettore della Marca, Fulko de Podio
Riccardi, a Tolentino per aver bruciato di nuovo il castro di Urbisaglia,
con la partecipazione di fabbri guastatori delle porte e un gruppo
di fuoriusciti banniti (perché colpiti dal bannum 'bando' di
carolingia memoria), portandovi distruzione e morte, il 5 ottobre.
Il fatto provocò immediatamente la reazione interessata di
Camerino e Sanginesio. Lo stesso Rettore, inoltre, mise Urbisaglia
sotto la protezione di Sanginesio, obbligandolo a inviare un sergente
con una guarnigione a guardia del paese, mentre si istruiva l'istruttoria
per la ripetuta distruzione di Urbisaglia. Il fuoriuscitismo, che
fu un fenomeno diffuso, palesa l'incapacità di garantire un'ordinata
competizione politica nelle città. Esprimeva, in ultima istanza,
la sola superficiale adesione alla civiltà del principio maggioritario,
che avrebbe imposto di seguire i voleri della maggioranza. La faziosità
politica e la parzialità dei sistemi di promozione dei gruppi
dirigenti il comune, pur avanzatissimi essendo i più democratici
del tempo, riempirono di banditi per motivi politici le città
italiane, alimentando una specifica trattatistica giuridica sui complessi
problemi legali che essi suscitavano in quel mondo di piccoli e piccolissimi
stati, ognuno con il suo statuto e la sua legislazione.
Quasi certamente in questo periodo va collocata la notizia che frate
Giovanni, provinciale degli Agostiniani della Marca, concedesse al
suo monastero di Tolentino di nominare, come cappellano nella chiesa
di san Giorgio in Urbisaglia, un nipote di Accorambono da Tolentino,
poiché Rosso e Fidesmido avevano ceduto agli agostiniani il
diritto di juspatronato sulla chiesa per una sola volta.
Nell'ottobre del 1276, Pietro e Rosso fecero atto di sottomissione
a Teodorico Aldrovandi, sindaco di Camerino, che si era alleato con
Sanginesio contro i tentativi di espansione territoriale perseguiti
da Tolentino. I derelitti Signori di Urbisaglia si impegnarono all'omaggio
annuale di un palio di seta da consegnare nelle feste patronali di
Camerino e di Sanginesio, oltre alle solite norme di incastellamento
e di perseguire la pace o la guerra, secondo i dettami delle autorità
cittadine del momento. Il protettorato interessato perdurò
per circa dieci anni, come risulta dalla comunicazione spedita ai
maggiorenti di Camerino, perché inviassero due sergenti a guardia
del castro nel 1285.
La politica di espansione di Tolentino aveva ottenuto, intanto, un
positivo risultato con il conclusivo acquisto di Montenereto da Guidone
e Vicomanno nel 1270, accerchiando ancora di più il territorio
di Urbisaglia. Qualche anno dopo, per stroncare ogni possibile ribellione,
suscitata dall'indomita e fiera indole degli abitanti, il castro venne
completamente distrutto. Ad altro risultato positivo Tolentino pervenne
con la definitiva acquisizione di Colmurano, iniziata nel 1204 e conclusa
nel 1272, con l'ultima quietanza rilasciata da Pietruccio di Berardo
di Offone e da Uguccione di Gualtiero, gli ultimi Signori di Colmurano.
I signori di Urbisaglia
continuano a dividersi proprietà e giurisdizioni
Il 12 luglio 1285 è documentata la morte di Rosso e di Pietro.
Nella pergamena, che tratta della divisione dell'eredità di
Rosso, è possibile ricostruire la loro discendenza. Rosso aveva
sposato donna Adisia e dal loro matrimonio nacquero cinque figli:
Druda, Clara, Tommasia, Federico e Avia; questi ultimi due probabilmente
erano già morti prima del padre. Infatti, Giovanni Pallariense
di Ancona, in qualità di marito di Druda e padre dei loro figli
Jacobo e Lendesina, ottenne la procura anche per gli interessi di
Clara e della nipote Aldiscola, orfana di Federico. La delega ricevuta
riguardava la cura legale nella divisione dell'eredità di Rosso
dagli eredi di Pietro: Fidesmido e Nuzio. L'atto fu stilato sul sagrato
della chiesa di san Giorgio, dopo che era stato emesso un laudo d'arbitrato.
L'esteso patrimonio di terre e il vassallaggio di numerosi uomini
venne spartito in due parti uguali ed assegnato estraendo a sorte
sia la proprietà che il possessore. Successivamente, il 19
marzo 1286, Fidesmido sottoscrisse un altro atto notarile per la divisione
delle proprietà e degli immobili dagli altri parenti più
prossimi. Nel frattempo, Fidesmido non si poteva muovere molto liberamente
nel territorio della provincia facendolo a suo rischio e pericolo,
infatti nel 1289 un certo Arnoldo di Pietruccio da Tolentino fu condannato
dal rettore Giovanni Colonna alla multa di 25 lire per averlo percosso
e ferito il suo cavallo, durante una lite.
Il 12 dicembre 1290, alla presenza di tutte le religiose del monastero
di san Giovanni di Sanginesio, appartenenti alla nobiltà dei
comuni limitrofi, fu designato come procuratore per Tommasia di Rosso,
il cappellano don Corrado di Berardo, delegandolo a vendere la quarta
parte dell'eredità di Rosso percepita dalla monaca a Rainaldo
di Falerone, padre di Fulchitto e marito di Lendesina, e a Filippo
marito di Clara al prezzo di 600 lire ravennati e anconitane. Nel
documento si impugna anche un lodo effettuato da Gualterio domini
Angeli de sancto Genesio e un compromesso mediato da Matteo domine
Camerine come sindaco dello stesso monastero con Fidesmido.
La proprietà terriera dei Signori di Urbisaglia fu frazionata
così tra i diversi legittimi eredi, ma il potere politico era
rimasto intatto e ben saldo nelle mani di Pietro, anche come tutore
di Nuzio, i quali si rivolsero al Papa per ottenerne la formale conferma,
come risulta da una pergamena del 15 marzo 1291, in cui Niccolò
IV (inizio sec. XIV - 1292) confermò loro in perpetuo il dominio
e la facoltà di giudicare le cause criminali e civili nel territorio
di loro giurisdizione.
La vacatio del soglio
di Pietro spinge Tolentino a tentare di nuovo la conquista di Urbisaglia
L'improvvisa scomparsa del Papa gettò lo stato della Chiesa
in un caos indescrivibile. Furono necessari due anni di conclave per
eleggere Celestino V (c.a 1210 - 1296), il frate eremita Pietro da
Morrone, che poco tempo dopo rinunciò alla tiara pontificia
e per questo Dante, ostile al successore Bonifacio VIII (1235 c.a
- 1303), non risparmiò al vecchio eremita, che fece per viltate
il gran rifiuto, l'epiteto di ignavo e il vestibolo dell'Inferno.
Così agli inizi del 1293, Tolentino, per nulla dissuaso dalle
numerose bolle papali contrarie, attaccò Urbisaglia, occupando
militarmente la rocca e il castello e decapitando il castellano. Una
lettera posteriore del rettore della Marca Gerardo, vescovo sabinense,
così ricorda l'episodio: mentre Fidesmido dominava pacificamente
e quietamente il castro, gli uomini di Tolentino radunato un esercito
con il contributo di quelli di Sanseverino, assalirono i castro nonostante
gli inviti contrari fatti dai giudici e maniscalchi del Rettore. Espugnarono
Urbisaglia, catturarono Fidesmido, contro il diritto e la giustizia
lo spogliarono delle sue proprietà, e lo incarcerarono. Con
la forza e la costrizione lo ricattavano continuamente alla vendita.
Per gli accorati ricorsi presentati da Fidesmido alla Curia, gli restituirono
il castro e le sue proprietà, ma conservarono il costantemente
controllo militare delle mura e della rocca.
Il 5 ottobre il consiglio generale di Tolentino nominò Buongiovanni
di Tommaso Passiani alla carica di sindaco per conseguente e scontato
acquisto di Urbisaglia.
Nello stesso giorno vennero stilati la promessa di pagamento e l'atto
di vendita da parte di Fidesmido e delle altre nobildonne Margherita,
Clara e Lendesina (rappresentata dal padre Giovanni Pallariense) al
prezzo di 10.000 lire di Ravenna e di Ancona. Inoltre, Tolentino si
premurò di acquistare alcune case al proprio interno per donarle
a Fidesmido e obbligarlo così ad incastellarsi e risiedervi.
Forse, Fidesmido aveva necessità di soldi, poiché nello
stesso giorno le rivendette a tal Francesco di Biagio.
Risulta in questo stesso anno, il giorno 6 agosto, anche una pergamena
che riporta un atto di vendita sottoscritto da Fidesmido ad alcuni
privati cittadini di Tolentino: Salimbene di Marino, Corrado di Palmiero,
Giacomo di Salinguerra e Caniccolo di Matteo. Su questo documento,
che tutto concorre a farlo presumere un falso storico, ci ritorneremo
sopra di qui a breve in modo più esteso.
Ancora cause davanti
i tribunali della Curia tra Tolentino e i signori di Urbisaglia
Ancora, nel giorno 11 febbraio del 1294, Tolentino presentò
ricorso contro la condanna in contumacia per le spedizioni di guerriglia
condotte contro gli abitanti di Urbisaglia, di Sanginesio, di Belforte
e di Ripe, alla multa di 10.000 marche d'argento dal giudice generale
Ghisenti da Gubbio e dal rettore della Marca Raimondo, vescovo di
Valenza. Nel ricorso si sosteneva che Tolentino non si era presentata
poiché, in quel periodo era in contrasti civili e militari
con Macerata, tali da non garantire l'incolumità diplomatica
dei suoi ambasciatori. Mentre nella sentenza si affermava che Fidesmido
fosse detenuto illegalmente in catene, onde fagocitare la sua resistenza
e a rinunciare volontariamente ai propri diritti di possesso. Così
la vendita precedente, effettuata sotto la costrizione del carcere,
venne di nuovo annullata.
Dopo la condanna, i rappresentanti di Tolentino si presentarono al
tribunale di Macerata per inoltrare un'istanza d'appello al Papa conoscendo
bene che il soglio pontificio permaneva sempre vacante; ottennero
solo di essere arrestati e imprigionati. Allora, il 22 agosto del
1294, ripeterono la stessa richiesta, comprendendovi anche l'appello
per la condanna ricevuta in occasione dell'assalto a Sanginesio, dove
avevano ucciso il podestà, a frate Tommaso, priore del monastero
di sant'Agostino in Tolentino. All'atto, stilato dal notaio Bartolomeo
Nicolutii era presente, tra altri monaci, un certo frate Nicola, citato
per primo tra i numerosi testi. Quasi certamente si tratta di san
Nicola da Tolentino (1245-1305), che venne canonizzato nel 1325, il
cui processo di santificazione ci fornisce notizie utili e interessanti
per la storia di Urbisaglia e uno spaccato vivace e realistico della
società del tempo. Infatti negli atti viene riportata, oltre
alle numerose testimonianze sulle attività spirituali svolte
da san Nicola nel circondario di Urbisaglia, la notizia che la stessa
moglie di Fidesmido, Pluccheneve, recuperasse l'uso della vista per
l'intercessione del santo, mentre questi celebrava rapito la messa
sull'altare del suo convento in Tolentino.
Intanto, il 16 maggio Clara e Lendesina sottoscrissero una convenzione
con Tolentino per la vendita della loro quota del castro di Urbisaglia.
Negli anni successivi rilasciarono innumerevoli quietanze per esigue
cifre di denaro, l'ultima da parte della sola Clara si effettuò
nel 1298. Probabilmente le somme venivano devolute in cambio per il
riscatto dalle servitù consuetudinarie dei suoi vassalli, certamente
già incastellati in Tolentino, e per sanare queste situazioni
di fatto.
Il 3 dicembre dal consiglio generale venne eletto il procuratore incaricato
della riconsegna, nelle mani di Giovanni Iscronano e Berardo de Pepito,
famigli del Rettore della Marca Gentile di Sangro, del castro di Urbisaglia
occupato militarmente, dopo che Tolentino aveva ricevuto l'ingiunzione
per la restituzione. Inoltre, il 16 gennaio 1295, Buongiovanni Zocchi,
sindaco di Tolentino, si recò a Montolmo, sede allora del Rettore
della Marca, per saldare con acconti le varie multe subite e per dilazionare
il più possibile i pagamenti residui. Poiché Tolentino
era ribelle alla Chiesa, alcuni notabili locali garantirono la consegna
al tesoriere Uberto di 1.000 fiorini nella domenica successiva e di
3.000 alle calende di febbraio. Nell'atto viene descritto l'assalto
a Urbisaglia: gli uomini di detto castro (Tolentino) insieme e singolarmente,
in modo ostile, suonando campane e trombe, con vessilli e bandiere
spiegate, con le armi necessarie ad un esercito fecero una sortita
e si avvicinarono a piedi e a cavallo al castro di Urbisaglia, soggetto
alla Chiesa Romana. E con violenza entrarono nel castro e assediarono
la rocca o arce percuotendo e ferendo gli uomini che vi erano, e dopo
un po' li debellarono. Inoltre, vennero bastonati Lambertuccio Adacani,
che ricopriva la carica di castellano, i suoi sergenti Agostino Pasculis
e Buongiovanni Salonis, insieme con il notaio Peduzio. La difesa del
castro e la custodia della rocca vennero affidate dal Rettore provvisoriamente
a Gentile di Nicola, sindaco incaricato da Sanginesio, sotto la protezione
del quale Urbisaglia era stata posta, il 28 febbraio del 1295.
Inoltre, il Rettore convocò, sotto pena della scomunica in
caso di contumacia, Margherita e Clara presso il tribunale di Macerata.
Le due donne si presentarono per giustificare il comportamento assunto
durante la forzata vendita di Urbisaglia e per dimostrare i titoli
legali del possesso del castro; ottennero così l'assoluzione
e rimesse libere.
Contemporaneamente, il 1 marzo, Clara delegò un procuratore
legale a rappresentarla in una lite giudiziaria contro Fidesmido,
agevolando così Tolentino. Nel maggio, la Curia di Macerata
nominò una commissione d'indagine sulla causa vertente tra
Fidesmido e Tolentino; che vedendo la male parata presa dagli avvenimenti
si appellò direttamente al giudizio del Papa. Infatti, il 14
luglio, furono eletti i procuratori e gli avvocati da inviare a Roma
per una soluzione positiva dell'annosa causa.
Il rettore della Marca, Federico vescovo di Ferrara, il 7 agosto,
assolse Sanginesio dalla condanna subita per essersi rifiutata di
riconsegnare il castro alla richiesta di un suo ambasciatore. Infine,
essendo oramai la questione divenuta un affare troppo importante e
che per giunta iniziava a sconvolgere i precari equilibri dell'intera
provincia a causa dei numerosi comuni coinvolti, il 26 novembre, il
nuovo papa Bonifacio VIII avocò direttamente a sé la
causa giudiziaria per ricreare un clima politico più tranquillo
e contemporaneamente per guadagnare tempo. Dopo una protesta di Tolentino
per non far decorrere i termini del ricorso, il processo venne iniziato
il 16 dicembre. Il 28 febbraio del 1296, il consiglio di Tolentino
scrisse delle lettere al Curia di Macerata, inibendogli di intromettersi
nella causa con Fidesmido e di limitarsi alla semplice citazione dei
testimoni davanti ai tribunali romani. Infatti, il 5 aprile, Corradino
Meliorati, venne eletto come procuratore giudiziario per recarsi a
Roma davanti a Bonifacio VIII, per la causa in corso. Nell'occasione,
astutamente, si propose di saldare anche alcuni vecchi censi, che
si dovevano versare da lungo tempo alla Curia.
Le notizie, che i documenti riportano, ci danno un quadro della situazione
nel 1296 molto confusa e intricata. Sembrerebbe che a Tolentino un
gruppo di persone inaffidabili abbia raggiunto le massime cariche
del governo cittadino. E attraverso violente intimazioni cercava di
forzare la mano al Papa per farlo trovare di fronte al fatto compiuto
nella causa con Fidesmido. Infatti, il 23 aprile il consiglio generale
di Tolentino venne convocato per eleggere alla carica di sindaco Buongiovanni
Zocchi, delegandolo all'acquisto di Urbisaglia da Salimbene di Marino,
Caniccolo di Matteo, Giacomo di Salinguerra e Corrado di Palmiero.
Risultava agli atti che questi nobili avessero acquistato Urbisaglia
da Fidesmido fin dal 1293. Quasi sicuramente quel documento è
un falso e fu creato con la compiacenza di alcuni notai per convincere
il tribunale di Roma della correttezza giuridica e del pieno diritto
di proprietà esercitato da questi nobiluomini. In periodi storici
come questo, pieni di confusione e contrasti e con il governo centrale
lontano e debole, non era raro il ricorso a questi maneggi per legalizzare
atti di forza intrapresi dai più intraprendenti. L'atto di
vendita venne stilato nello stesso giorno davanti al podestà
Tancredi Albrici da Spoleto, pagando 10.000 lire ravennati e anconitane.
Ma il 28 aprile, Rainaldo da Milano, auditore delle cause in Roma,
comunicò a Giovanni canonico della pieve di santa Maria di
Tolentino, la conferma delle multe inflitte ai Tolentinati dal rettore
della Marca Gentile di Sangro: 1.000 lire d'argento perché
distrusse e fece distruggere il castro, le case, il girone di Urbisaglia
e altri beni nelle possessioni di Fidesmido; 200 lire d'argento perché
detenesse carcerato Fidesmido contro la sua volontà per costringerlo
alla vendita dei suoi beni; 10.000 lire d'argento perché predictum
comune deliberatione prehabita universaliter et singulariter more
hostili pulsata campana et tubis cum vexillis et banderiis et armis
ad exercitum opportunis equitasse et accessisse equester et pedester
ad castrum Orbisalie et ipsum castrum per violentiam intrasse et occupasse
casserum seu arcem ipsius castri obedisse percutiendo et ledendo homines
qui ibi erant et ipsum postea debellasse; quasi identici resoconti
ripetuti per Camporotondo, Belforte, Serrapetrona e Sanginesio; altre
condanne per ribellione alla Chiesa, ruberie ai mercanti transitanti
nel loro territorio, stupri e ruberie con incendi di case; e soprattutto
condanne specifiche agli stessi nobili che figurano come proprietari
nell'atto di vendita di Urbisaglia, quello che consideriamo falso.
L'atto è importante per comprendere la caotica situazione politica
e sociale del momento a Tolentino. Oltre alla sentenza di condanna
definitiva per la lite con Fidesmido, vi sono allegate altre pesanti
condanne riguardanti tutti i testimoni e i protagonisti che comparivano
nell'atto di vendita incriminato e negli altri atti comunali del periodo,
chiarendo definitivamente che erano magistrati e rappresentanti di
quella comunità. I fatti si potrebbero interpretare in questo
modo: alcuni cittadini di Tolentino si erano impadroniti con la forza
del castro di Urbisaglia e quindi lo avrebbero rivenduto tranquillamente
alle autorità costituite, di cui loro erano parte integrante.
Si sapeva bene che Roma era distante e le cose più sono ingarbugliate
più sono difficili da comprendere e dipanare da lontano.
Frattanto, il 13 luglio, venne ingiunto alla comunità urbisagliese
ad accogliere con benevolenza il notaio inviato dalla Curia, che precedentemente
era stato apostrofato con male parole, minacciato con le armi e scacciato
con ignominia da alcuni cittadini, probabilmente delusi dell'operato
della curia.
L'11 settembre il castellano di Urbisaglia, Bartolomeo Albertuzii
di Santa Maria in Giorgio, rilasciò una quietanza di 96 lire
ravennati a Gentile Vignati, sindaco di Tolentino, per la custodia
del castro e della rocca di Urbisaglia, che aveva presidiato insieme
ai suoi sergenti dal maggio precedente fino a quel giorno. Mentre,
il 19 aprile e il 16 settembre del 1297, le autorità amministrative
di Tolentino continuarono a sottoporre nuove petizioni e suppliche
a Bonifacio VIII per ottenere una rapida soluzione della costosa vertenza.
Frattanto, il giorno 20 giugno, Clara di Rosso promise a Buongiovanni
Petrelli, sindaco di Tolentino, di affrancare tutti i suoi vassalli
residenti ad Urbisaglia, insieme a quelli della sorella Tommasia,
monaca a Sanginesio, ricevendone in cambio 625 lire ravennati e anconitane.
Fidesmido, invece, navigava quasi sicuramente in brutte acque finanziarie,
tanto che dovette chiedere e prendere a prestito da Pietro Scotto,
giudice a Sanginesio, la bella somma di 700 fiorini d'oro, dando probabilmente
come garanzia le sue numerose proprietà in Urbisaglia, delle
quali certamente non aveva alcuna possibilità di disporre liberamente.
La diplomazia di
Tolentino finalmente raggiunge lo scopo di sottomettere Urbisaglia
L'influenza diplomatico-militare di Tolentino si sviluppò in
modo sempre più continuo e pressante, finché tramite
accordi politici e patti militari con altri comuni l'intera provincia
fu divisa in vere e proprie sfere di competenza. In questo contesto,
Urbisaglia era un fragile vaso di coccio in mezzo a vicini divenuti
troppo potenti. Dopo varie vicissitudini, assedi e guerricciole e
un lungo brigare, Tolentino era riuscita nel suo intento di entrare
definitivamente in possesso del borgo con il consenso di Camerino,
di Sanginesio e soprattutto dei Varano, che avevano principiato ad
esercitare quasi una vera e propria signoria su queste zone. Nell'archivio
storico di Tolentino esistono ancora tutte le pergamene delle deleghe
e degli atti di vendita riguardanti Urbisaglia.
Il 19 settembre del 1303 cominciarono le danze delle varie vendite.
Il consiglio generale di Sanginesio attraverso il sindaco Marino Johannini
e il podestà Corrado Magalotti di Montecchio rinunciò
a tutte le proprie pretese sopra Urbisaglia in favore di Camerino.
Il 15 ottobre il consiglio di Camerino nominò Andreolo di Angelo
come sindaco per rivenderla a Tolentino, alla presenza del podestà
Paolo di Corrado da Branca e fece pressione su di Fidesmido condonandogli
un oneroso debito, contratto insieme a Roberto de Montecchio, per
la bella cifra di 1.400 fiorini aurei nei confronti di Sanginesio
e Camerino. Il 16 ottobre fu il consiglio generale di Tolentino ad
eleggere il sindaco Berardo Corradi Gualfredi. Quindi il 18 Ottobre
Camerino cedette i propri diritti sopra Urbisaglia a Sanginesio e
questi a sua volta li rigirò a Tolentino. Così finalmente
Tolentino poté concludere l'affare, acquistando Urbisaglia
da Fidesmido con il consenso di Camerino, di Sanginesio e del rettore
della Marca. Nello stesso giorno fu stilato l'atto di vendita, alla
presenza dei sindaci di Camerino e di Sanginesio, di Antonio, rettore
della Marca e vescovo di Fiesole, di Rodolfo e Berardo di Gentile
da Varano, di Berardo vescovo di Camerino, di Accorambono di Tolentino,
di Giovanni Gualteruccio di Loro, di Roberto da Montecchio, di Accorambono
di Caldarola e altri nobili tolentinati e non. Con impressionante
solennità e pompa magna, nell'affollata piazza grande del comune,
sotto lo sguardo accondiscendente dei potenti della provincia, Fidesmido
di Pietro, signore di Urbisaglia, concesse ogni diritto su Urbisaglia
al podestà di Tolentino Napoleone Cardinali e al sindaco Corrado
Gualfredi, di sua propria, semplice, spontanea e libera volontà,
come riporta ironicamente il documento, ricevendone in cambio la non
modica somma di 15.000 libbre ravennati e anconitane, di cui 4.000
consegnate subito e le altre nei futuri 11 anni nel giorno di Ognissanti.
Vengono salvaguardati i diritti dotali della moglie di Fidesmido,
Pluccheneve e quelli di Gilberto da Petriolo. La citazione dei pretesi
diritti questo nobile, per altri versi sconosciuti, suffragano l'ipotesi
di un indebitamento sostanzioso, a cui era stato costretto Fidesmido
poiché non poteva attingere liberamente all'uso delle proprie
sostanze requisite in Urbisaglia in questi anni.
Nello stesso giorno vennero sottoscritti anche i patti segreti tra
Fidesmido e il comune di Tolentino: esenzione per sé e i suoi
discendenti da ogni ossequio e tassa per i ponti, le strade e le fortificazioni;
facilitazioni nell'acquisto di una casa a Tolentino con vigna e orto;
l'obbligo di partecipare alla difesa di Tolentino con due cavalli;
il divieto per gli altri e l'esclusiva per lui di poter edificare
molini, gualcherie o frisculi lungo il Fiastra e l'Entogge; l'obbligo
per gli abitanti di Urbisaglia di macinare il grano nei suoi molini;
il diritto esclusivo alla sua famiglia di nominare i rettori sulle
chiese di juspatronato; la restituzione delle sue proprietà
usurpate dai vassalli durante la lite giudiziaria e il riconoscimento
della proprietà delle case situate fuori dal girone; l'obbligo
di risiedere a Urbisaglia e che la sua abitazione non venisse fortificata;
la garanzia che alcuni suoi seguaci venissero esentati dall'obbligo
di militare nella milizia di Tolentino; la licenza di poter portare
armi per sé e quattro suoi famigli; il permesso di poter costruire
un vallato e un molino nuovi, e di poter riscuotere le gabelle e le
dative arretrate; l'impegno di contribuire allo stipendio del podestà
di Urbisaglia e dei suoi ufficiali e giudici; inoltre si riserva la
proprietà dei ruderi, affioranti sopra a terra.
Immediatamente, il rettore della Marca fece stilare l'atto di approvazione,
giustificandolo con l'affermazione di voler evitare situazioni irrisolte
di dissidio tra i comuni di Tolentino, Camerino, Sanginesio e Montecchio
e ordinò a Fidesmido di presenziare alla cerimonia ufficiale
di presa del possesso di Urbisaglia da parte di Tolentino. Infatti,
il 21 ottobre, Fidesmido e il sindaco di Tolentino, Corrado Gualfredi,
alla presenza degli altri sindaci dei comuni interessati e dei nobili
presenti all'atto di vendita, si passarono le consegne del possesso
davanti alla popolazione riunita nel borgo e nel girone di Urbisaglia.
Nello stesso giorno, Fidesmido rilasciò una quietanza per l'acconto
di 4.000 lire ravennati e anconetane. Poi il 5 novembre si premurò
di attestare che Tolentino gli doveva altre 2.000 lire pro cavalleria
et datio, senza alcun pregiudizio sulla somma totale pattuita nella
vendita.
Il 22 ottobre, con il popolo riunito nella piazza presso la chiesa
di san Giorgio, i cittadini di Urbisaglia fecero atto di sottomissione
a Tolentino e per rendere più convincente e pubblica la nuova
situazione, la procedura venne ripetuta una settimana dopo anche a
Tolentino, nella piazza antistante la chiesa di san Catervo.
Il 16 novembre il Rettore della Marca riconfermò con sollievo
la confederazione, rinnovata tra Camerino, Sanginesio, Tolentino e
Montecchio per superare le discordie, che erano sorte dalla esplosiva
situazione di Urbisaglia, e pacificare contestualmente l'intera provincia.
Si concluse così miseramente la lunga epopea, che aveva portato
Urbisaglia a resistere con tutti i mezzi leciti contro lo strapotere
e la prepotenza dell'invadente vicino. Il comune di Tolentino solo
con l'ausilio delle autorità superiori, i Varano e il rettore
della Marca, riuscì nel suo intento arrivando perfino a fare
carte false (nel senso letterale del termine) per perseguire i suoi
fini di espansione. Indubbiamente se la sottomissione di Urbisaglia
a Tolentino aveva cancellato il suo nome dal novero delle Terre murate
autonome, tanto da non risultare nelle costitutiones Egidiane, i suoi
cittadini si ritrovarono più liberi e non gravati dalle imposizioni
dei vecchi Signori. Si concluse un epoca, caratterizzata dal lento
risorgere dalla profonda decadenza dell'alto medioevo. Infatti il
XII e XIII furono indubbiamente secoli di forte espansione economica;
perché essa volle dire mobilità sociale e tensioni politiche
e istituzionali accentuate. Basterà pensare ai rapporti fittissimi
tra città e campagna, economici, ma di nuovo anche sociali
per l'inurbamento massiccio, anche forzato, come mai prima si era
avuto, e quindi anche politici e istituzionali; o alla competizione
tra le città - che non fu meno dura di quella tra Comuni e
Impero - per la conquista del territorio circostante, che comportava
guerre, ribaltamenti di alleanze, modifiche profonde nelle strutture
dei mercati; o ai prelievi fiscali, ora per la prima volta di grande
entità, necessari per mobilitare schiere armate e fortificare
ovunque.
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Dalla
vendita a Tolentino al periodo di Francesco Sforza
1303 - 1447
La Marca nello Stato
della Chiesa
Seguirono anni di tumulti, anche perché la situazione sociale
e politica non si era completamente stabilizzata, ma continuavano
i tentativi di espansione e di egemonia dei Comuni più grandi
in assenza di un controllo forte da parte dello stato centrale. In
questa complessa fase storica, si vennero imponendo nuove forme di
produzione e nuovi rapporti sociali, basati su un'economia mercantile,
monetaria e cittadina, accanto e in contrapposizione all'immobilismo
di una economia agraria, alla supremazia dei Signori del contado e
alla rigida gerarchia dei rapporti feudali. Lo Stato pontificio non
si era formato in seguito ad una conquista violenta imposta da un
vincitore, ma erano state le singole città che per sottrarsi
all'autorità imperiale si erano poste sotto il dominio della
Chiesa riconoscendone liberamente il potere.
Nello Stato della Chiesa, dove mancava ogni stabile raccordo fra stato
e famiglia regia, dove il sovrano era elettivo, anziano e quindi in
genere al potere solo per brevi periodi, dove era assente un solido
tessuto di fedeltà feudo-vassallatiche, dove ufficiali e personale
burocratico erano per lo più di condizione chiericale e largamente
proveniente da regioni esterne alla Stato, insomma in questa sorta
di monarchia elettiva e collegiale, il governo centrale aveva stretta
necessità della collaborazione e dell'appoggio delle oligarchie
locali. In nessun modo i papi intendevano minarne il potere e la salda
egemonia sul corpo sociale: che i nobiles viri continuassero a trarre
le risorse fondamentali dall'appalto delle gabelle, dall'affitto dei
beni comunali, dalle speculazioni sul debito pubblico a breve, dalle
libertà d'intervento nella ripartizione delle imposte dirette,
dal controllo dei maggiori uffici della città e del contado,
era accettato e anzi per più versi agevolato e favorito. Infatti,
il governo centrale si accontentò solo di avocare a sé
la nomina del podestà e di sottoporre i comuni ad un controllo
sempre più rigoroso in materia tributaria e fiscale, scendendo
sovente a patti sottintesi con le oligarchie cittadine che egemonizzavano
il potere politico nelle singole città.
Si impongono alcune
signorie nelle città della Marca
In provincia alcune importanti famiglie, con responsabilità
e ruoli diversificati, rappresentarono l'anima guelfa e furono garanti
per le rispettive città d'origine, di sottomissione al papato,
prefigurando quasi un prototipo di signoria: i Varano a Camerino,
gli Smeducci a Sanseverino, gli Ottoni a Matelica, i Cima a Cingoli,
gli Accoramboni a Tolentino e i Molucci a Macerata. Erano famiglie
magnatizie attive nelle loro città già prima l'affermarsi
del regime signorile; ma sin d'allora nettamente separate dai ceti
inferiori con un processo di unificazione sociale fra i potenti. Erano
di origine eterogenea e in violenta competizione tra loro, ma strettamente
ormai collegate dalle strategie matrimoniali e dal monopolio degli
uffici ecclesiastici più redditizi.
Dopo aver effettuato una cavalcata contro Matelica, Camerino con i
Varano raggiunse la pacificazione e una egemonia sul territorio della
provincia solo due anni dopo, nel 1306, stringendo accordi per un'alleanza
con Fabriano, Sanseverino e la stessa Matelica.
Il nuovo governo
di Tolentino su Urbisaglia
Le principali prerogative, che Tolentino esercitava su Urbisaglia
(l'approvazione degli statuti e delle riformanze, la ripartizione
del carico fiscale, la nomina e l'imposizione della presenza del podestà
ai consigli generale), testimoniano la puntigliosa rivendicazione
di supremazia sul distretto. D'altronde Urbisaglia aveva rinunciato
forzatamente alla propria indipendenza, ma non alla difesa della propria
autonomia, continuando a mantenere le sue magistrature, la capacità
giuridica delle sue assemblee pubbliche e l'amministrazione delle
proprietà comunali.
Il 6 gennaio 1304 venne riunito il consiglio generale di Tolentino
dal podestà Simone di Bonifacio de Tacanis per nominare Bonaventura
Benvenuti come sindaco per acquistare la parte di Lendesina, moglie
di Jacobuccio domini Guglielmi da Jesi e figlia di Jannicti domini
Pallariensis da Ancona e di Druda di Rosso, per 800 lire. L'atto venne
stipulato, il 22 febbraio, da Buongiovanni di Tommaso Parisiani come
sindaco e procuratore di Tolentino, che contrattò la vendita
di Urbisaglia da parte di Clara di Rosso, di Lendesina e della madre
Druda al prezzo di 10.000 lire ravennati e anconitane, facendo la
quietanza per sole 800. Nella vendita erano compresi anche i diritti
di proprietà di Lendesina e della stessa madre. Clara si riserva
di non vendere una casa in Tolentino; inoltre, insieme a Fidesmido
e Margherita, certamente presenti all'atto anche se non citati, si
impegna ad ottenere l'approvazione personale di Lendesina. Il 3 settembre
il monastero di san Giovanni di Sanginesio, nominò un difensore
dei suoi interessi poiché Fidesmido aveva venduto anche la
quota appartenente a Tommasia di Rosso, monaca in quel monastero.
Ancora, il 24 novembre, Fidesmido fece una quietanza per il pagamento
di 700 lire al vicario comunale Gualterio domini Thome da Offida,
a Corrado Gualfredi e al camerario Agure Petri Benecase.
Nel dicembre del 1305 il sindaco di Tolentino, Corrado di Giovanni
da Jesi, venne convocato dal giudice Antonio a per le accuse contro
il comune fatte dall'abbazia di Chiaravalle a causa delle divergenze
sorte sui molini lungo il Chienti e il Fiastra e perché i contadini
dell'abbazia erano obbligati ad alcune corvées. Venne assolto
perché nell'indagine giudiziaria le accuse risultarono infondate.
Tolentino a dimostrare la sua innocenza mostrando un documento del
30 gennaio, nel quale era stare liquidate 500 lire di risarcimento
a Serenideus di Loro, monaco e sindaco dell'abbazia di Fiastra, e
all'ex abate Giovanni alla presenza dei seguenti testi: Accorambono
di Giovanni, Giovanni Deutallevi giudice, Fidesmido da Urbisaglia
podestà, Gualtiero domini Thome da Offida giudice, i quattro
priori delle arti Tommaso Tebaldi, Giordano Buonaccursi, Giovanni
Leti e Bonaventura Morici, oltre i notai Bonaventura Benvenuti e Tommaso
Thome.
Nella provincia, segnata dalla presenza di un locale particolarismo
esasperato, era scoppiata un'aspra guerra che contrapponeva Fermo
a Sanginesio per il controllo del borgo di san Lorenzo dell'Apezzana,
oltre il fiume Fiastra. La pace fu raggiunta solo il 20 gennaio 1306
con l'interessamento dei legati papali: il vescovo Guglielmo e l'abate
Piliforte.
Ultimi atti notarili
dei Signori di Urbisaglia
Il 12 settembre 1307, Clara di Rosso fece ad Assisi un atto di donazione,
riguardante la terza parte delle sue ricchezze in terreni e case,
sia a Tolentino che Urbisaglia, a Federico di Federico da Massa, zio
materno, per i molti e grati servizi ricevuti da lui e dal padre.
Fidesmido, dopo aver incassato diverse rate della vendita effettuata,
fece testamento nel 1309 nominando esecutore testamentario l'abate
di Fiastra, Matteo. Dal documento si scopre che aveva un fratello
più piccolo di nome Tardinellus, che non viene mai citato negli
altri documenti coevi. Probabilmente, come lascia supporre il nome,
era un portatore d'handicap. Per il suo sostentamento ereditò
due cavalli e alcuni terreni sotto il protezione e l'amministrazione
dell'abate. Dopo alcune donazioni alle chiese locali, che ricadevano
sotto il suo juspatronato (san Giorgio, San Biagio e san Michele),
lasciò erede universale il nipote Fidesmido, figlio di Rodolfo
da Camerino. Dalla lettura attenta del documento, inoltre, ricaviamo
l'impressione del pessimo rapporto che Fidesmido tenesse con il vescovo
di Camerino; probabilmente la ragione va ricercata nelle forti pressioni
subite nella vendita forzosa di Urbisaglia oppure in mere questioni
familiari, visto anche che il vescovo era il fratello carnale di Rodolfo
da Camerino, suo cognato.
Dopo che i principali Signori di Urbisaglia avevano perfezionato la
vendita del castro e della sua giurisdizione, restava fuori dal gioco
solo la madre di Fidesmido, Margherita per completare il pieno possesso
di Urbisaglia da parte di Tolentino. Infatti il 23 marzo del 1310
venne eletto a sindaco Gualterio di Tommaso Tebaldi, notaio, per stendere
l'atto a nome del comune. Per ottenere la sua parte del prezzo pattuito
si era rivolta al comune di Fermo che con la rapresallia aveva fatto
pressione su Tolentino, bloccando tutte le proprietà terriere
e mercantili possedute dai Tolentinati nel territorio del contado
di Fermo, minacciando di venderle per risarcire i torto subito da
Margherita. Si pervenne a questo passo estremo, poiché Margherita
nel frattempo si era risposata con Egidio di Guglielmo da Fermo, e
in quella città risiedeva acquisendone i diritti di cittadinanza.
La rappresaglia era perfettamente legale in quei tempi e ben codificata
dalla giurisprudenza medievale. Era un'istituto giuridico che si prefiggeva
lo scopo di riparare i danni provocati dal particolarismo e dalle
autonome giurisdizioni dei comuni. Infatti concedeva la facoltà
ad un comune di sequestrare i beni e perfino di catturare le persone
originarie della città, i cui cittadini avevano perpetrato
un torto o provocato un danno ad un proprio concittadino, al quale
poi non era stata resa un'equa giustizia. Sotto la pressione di questo
ricatto, i maggiorenti di Tolentino si recarono rapidamente a Fermo
per trattare un pacifico accordo. Pagarono a Margherita, vedova di
Pietro e madre di Fidesmido, 2.000 lire ravennati e anconitane. In
cambio Fermo promise di non molestare più gli abitanti di Tolentino
che commerciavano con i residenti a Loro e Santangelo. All'atto firmato
nel chiostro del vescovado erano presenti: Pietro Rainaldi da Mortone,
capitano del popolo di Fermo, Giovanni Aceti podestà, Fidesmido
di Pietro (ultima testimonianza ante quem che fosse ancora in vita),
e numerosi altri nobili gentiluomini della città di Fermo.
Nel giugno dell'anno successivo, Lendesina di Clara, insieme al marito
Tommasino Malpili, cedette tutti i suoi diritti sugli uomini e le
proprietà in Urbisaglia al sindaco di Tolentino, Vannuccio
Gentiluzi, per la 200 lire.
Fidesmido di Camerino
e Urbisaglia
All'inizio del 1312 quasi certamente venne a morire Fidesmido di Pietro,
infatti il 9 febbraio Rodolfo di Giacobuccio da Camerino, curatore
degli interessi del figlio minorenne Smeduccio, che da questo momento
assumerà il nome del nonno Fidesmido, nominò due procuratori,
Francesco Massi da Camerino e Francesco di Paolo da Macerata, per
difendere i diritti di successione del figlio davanti a tutti i tribunali
dei comuni della provincia. Intanto, anche Camerino aprì un
contenzioso con Clara di Rosso, contestandogli delle proprietà
e nominando lo stesso Francesco di Paolo come procuratore. Tolentino
governava Urbisaglia attraverso un castellano abbinandola a Colmurano,
in quest'anno vennero nominati, votandoli in una quaterna in consiglio,
Aldrovanno Gilberto degli Aldrovanni e Jacobuccio Sonebaldi.
Ma Clara passò a miglior vita, come risulta dal testamento
redatto dal notaio Bentivoglio Brunetti a Macerata nella casa di Giuliano
di Paolo, nel marzo del 1312. Esecutore testamentario venne nominato
il frate francescano Pietro Raimondi. Frattanto, il giudice generale
della Marca, Martino degli Ancellati, condannò Rodolfo di Jacobuccio
da Camerino e suo figlio Smeduccio, alias Fidesmido, che con altri
accoliti originari dei paesi circonvicini, avevano cercato di impadronirsi
di una proprietà dell'abbazia di Fiastra, trafugando grano,
orzo, spelta e buoi e impedendo loro di seminare e lavorare la terra.
Tolentino continua
ad amministrare Urbisaglia accentrando sempre più potere nelle
sue mani
Nell'ottobre del 1312 venne imposto da Tolentino a Urbisaglia, Colmurano
e Montenereto di mandare cavalieri muniti armis et aliis ad exercitum
opportunis per una guerra contro Ancona; contemporaneamente si inviò
come castellano Aldrovannino di Gilberto Aldrovannini, a sostituire
Jacobuzio Senebaldi, con il famiglio Berto e otto sergenti per bene
et sollecite de die et de nocte custodire ita quod dictum castrum
sanum et salvum permanebitur. Le magistrature politiche, che amministravano
Urbisaglia, erano composte del castellano o podestà, eletto
da Tolentino, con i suoi sergenti di polizia; mentre il sindaco e
quattro massari venivano eletti dagli uomini liberi di Urbisaglia.
Nel 1313 venne concessa per due anni la gabella della pesa di Urbisaglia
al convento di san Catervo di Tolentino per ripagarlo della somma
dovuta dal comune di Tolentino per l'acquisto effettuato di un molino
lungo il Chienti. Nell'anno successivo, Tolentino impugnò una
sentenza giudiziaria davanti al giudice della Marca per difendere
il suo diritto di esercitare il mero et mixtum imperium sopra il distretto
di Urbisaglia. La questione era sorta poiché alcuni cittadini
di Urbisaglia erano stati incarcerati in Tolentino per reati comuni
e i parenti avevano presentato ricorso alla Curia provinciale contro
la sentenza di condanna emessa da giudice di Tolentino.
Lo stesso problema fu sollevato nel 1340, quando un omicida fu fatto
evadere dalla prigione con il favore del castellano di Urbisaglia.
Allora il sindaco di Tolentino si presentò davanti alla Curia
provinciale per reclamare nello specifico il suo diritto di poter
giudicare il castellano infedele, e in generale il diritto legale
di Tolentino di poter esercitare la giustizia nel castro a lei sottoposto.
Disordini nella
Marca e ne approfittano alcuni signori avventurieri
Nello sconvolgimento politico della Marca determinato dalle lotte
tra i fedeli al papa e coloro che volevano costituirsi in liberi signori
con il predominio ora di una fazione ora di un'altra, vennero posti
sotto sequestro alcuni possedimenti e proprietà di diversi
cittadini condannati in contumacia e banditi dai tribunali provinciali
per la lega ribelle alla chiesa costituita da Osimo, Recanati, Fabriano,
Sanseverino, Matelica e Cingoli. Tra questi Guglielmo di Albertina
da Sanseverino aveva delle proprietà in Urbisaglia e nel suo
distretto; aveva subito la condanna a 100 lire nel mese di luglio
per l'occupazione armata di Montemilone per gli atti notarili di Tommasuccio
da Penna e Sante di Giovanni. Il Rettore della Marca donò i
beni requisiti a Federico di Montappone per i servigi resi al suo
servizio nell'agosto 1315: è lo stesso personaggio che aveva
ereditato le proprietà di Clara di Rosso negli anni precedenti;
e che, nel 23 dicembre 1316, nominato come nobilis et potens miles
dominus Fredericus de Monte Appono vendette a Giovanni Gibellino Tubatori,
sindaco di Tolentino, la casa di Clara iuxta plateam comunis, viam
publicam Turribulum beccarium et Boctium Gualterii. Federico ne era
entrato in possesso di un terzo per gli atti del notaio Giovanni Bonaventura
magistri Petri di Monte Milone e per gli altri due terzi di proprietà
da Vitale di Brost, arcidiacono di Camerino e Rettore della Marca,
per gli atti di Martino da Cesena.
Assalto di alcuni
masnadieri all'abbazia di Fiastra
Nel 1318 un certo frate Girardo da Petriolo, dopo essere stato scacciato
ignominiosamente dall'abbazia di Fiastra per il suo comportamento
immorale, vi ritornò con l'aiuto del fratello Nuzio Boncontis,
di frate Raimondo e di un manipolo di scherani radunati a Urbisaglia,
Montemilone e Tolentino. Per vendetta assalì l'abbazia, rubando
calici, croci dorate, libri, paramenti sacri, una borsa con 10 fiorini
e 25 lire anconitane, cavalli e altri animali da stalla e da cortile.
Costoro bruciarono carte e atti notarili, sequestrarono e bastonarono
il priore che aveva espulso frate Girardo, portandolo in catene attraverso
i territori di Tolentino e Camerino, mentre si davano alla fuga. Il
tribunale del Rettore sospettò che dietro questo atto vandalico
si nascondessero le mire espansionistiche di Tolentino, vista la sua
tenace volontà di sottoporre l'abbazia alla propria giurisdizione.
Vennero citati, allora, Accorambono di Gentile da Tolentino, insieme
agli altri notabili, il podestà e le alte cariche cittadine,
sottoponendoli ad un'istruttoria condotta dal preposto di san Giacomo
in Camerino, Pietro da Gubbio nominato da Americo de Lautrico, vicario
del rettore Amelio di Lautrec, preposto di Belmonte. Alla fine del
processo risultò, in mancanza di prove certe, la completa loro
estraneità ai fatti addebitati; solo i diretti responsabili
furono condannati tutti in contumacia, poiché nel frattempo
si erano resi sagacemente irreperibili.
Accoramboni tiranneggiano
Tolentino
Nei primi anni del Trecento, nonostante l'esistenza delle autorità
comunali, il vero reggitore della Terra di Tolentino era Accorambono
di Giovanni. Suo padre era stato ucciso dagli avversari politici negli
anni precedenti. Uguale sorte subì Accorambono, che fu trucidato
dai Tolentinati decisi a restaurare un governo di populus contro i
maggiorenti e i nobili. Nato nel 1275 circa era una personalità
di primo piano di parte guelfa, non solo in regione, ma anche a livello
nazionale se nel 1325 era stato eletto podestà a Firenze. Per
quanto riguarda Urbisaglia egli si era piano piano impadronito delle
proprietà dei Signori di Urbisaglia. Infatti nel 1328 acquistò
due molini, diverse abitazioni e numerosi appezzamenti di terra sparsi
in tutte le contrade, che pagò solo nel 1330, da Cecca, moglie
di Vanni Girardi da Massa, figlia di Lendesina e nipote di Clara di
Rosso, al prezzo di 360 fiorini aurei.
Nel 1335 si svolse al tribunale di Macerata una causa tra il monastero
di Fonte Avellana e un certo Pucciarello da Urbisaglia, riguardante
il possesso della chiesa di san Biagio e di un appezzamento di terra.
Fidesmido di Camerino
tiranneggia Urbisaglia
Inoltre, Gentile II, figlio di Berardo da Varano, signore di Camerino,
chiese al comune di Tolentino un risarcimento dei danni subiti nelle
sue proprietà in territorio di Urbisaglia durante la rivolta
e la sedizione di Fidesmido da Camerino, che con l'aiuto di alcuni
suoi accoliti armati si era impossessato di Urbisaglia e della rocca.
Un approfondimento va fatto su Fidesmido. E il nipote del Fidesmido
di Pietro, ultimo signore di Urbisaglia, e il figlio di Rodolfo di
Giacobuccio, parente dei Varano e fratello di Berardo, che ricoprì
la carica di vescovo a Camerino dal 1310 al 1327. La parentela con
Fidesmido il vecchio può essere stata originata da un matrimonio
contratto da una propria figlia, risultando nel testamento erede come
nipote. Per alcuni anni, inoltre, esercitò il potere sul paese,
dichiarando di possederlo in nome del Papa, dopo averlo occupato violentemente
provocando feriti e morti. Per legittimare questa usurpazione inviò
perfino una petizione al Papa, ad Avignone, tentando di ottenere la
conferma ufficiale alle sue pretese. Invece Giovanni XXII (1245-1334),
per tutta risposta, il 24 novembre 1331 diede mandato al suo Legato
nella Marca, Fulco, di intentare un processo contro di lui per sedizione
e rivolta nei confronti della Chiesa. Per gli atti del giudice della
curia generale, Buongiovanni di Piacenza, si procede contro Fidesmido,
i suoi familiares (Gentilone, Carilgionum, Cecco di Serravalle, Jacobuzio
di Spoleto, Cantuzio e Canonario), Massimo di Francesco di Matelica,
magistro Ruggero di Monte san Pietro e alcuni abitanti di Urbisaglia
poiché si erano impadroniti del castro e delle sue fortificazioni,
uccidendo e ferendo alcuni cittadini contrari, contro il volere di
Tolentino e in aperta ribellione della Chiesa. Anche il comune di
Tolentino si era presentato per sostenere le sue ragioni contro Fidesmido
in persona del sindaco Vannuccio Gentiluzi, accampando il diritto
di giudizio per il mero et mixto imperio che esercitava sul proprio
distretto. Il Legato della Marca ammonì severamente Fidesmido
e gli concesse un termine perentorio per abbandonare il paese e restituire
Urbisaglia con tutte le sue fortificazioni a Tolentino, confermato
nella pienezza dei suoi diritti. La sentenza lo assolse dal reato
di sedizione e occupazione armata di una terra soggetta al dominio
della Chiesa, mentre i ferimenti e gli omicidi erano di esclusiva
competenza del tribunale di Tolentino, al quale spettava il diritto-dovere
di perseguire questo tipo di reati. Di conseguenza nel 1335 Gentile
da Varano, nominò Vanni Serri de Roccha Maii, come procuratore
per ottenere un risarcimento da Tolentino per 750 lire a causa dei
danni provocati nelle sue proprietà, durante la ribellione
di Fidesmido. Intanto, Fidesmido, vista la piega sfavorevole presa
dagli eventi, aveva di certo già abbandonato la partita e fatto
perdere le sue tracce. Infatti, nel 1344 lo ritroviamo a Siena con
la carica di capitano di guerra: l'eletto a questa carica esercitava
il comando sull'esercito cittadino e svolgeva, anche funzioni repressive
e giudicanti su questioni di ordine pubblico. E da questa sede che,
attorniato dai suoi ufficiali pro suo officio exercendo nominò
don Francesco Rinaldi di Urbisaglia e Ruggero magistri Deutallevi
olim de Monte Sancti Petri et nunc habitator castri Urbisalie come
suoi procuratori per nominare don Sciarra magistri Pertempi di Sarnano
come cappellano della chiesa di san Giorgio di Urbisaglia, sottoposta
la suo juspatronato.
Precedentemente, nel 1340, la stessa carica era stata ricoperta dal
padre Ridolfo di Camerino, che si era distinto nella repressione di
una congiura scoppiata a Massa contro Siena, dove fece decapitare
i caporioni della rivolta. Ma Fidesmido nell'esercizio delle sue particolari
funzioni, strinse alleanze troppo strette con la fazione dei popolari,
destando i sospetti del consiglio dei nove, composto per lo più
di nobili. Per evitare sgradite sorprese, il consiglio lo destituì
dalle sue funzioni dopo solo due mesi, pur saldandogli il salario
per l'intero anno.
Successivamente, ormai anziano e stanco, lo ritroviamo a sottoscrivere
patti di pace con Rodolfo da Varano alla presenza del Legato della
Marca Gil Alvarez Carrillo de Albornoz (1310-1367), detto semplicemente
Egidio Albornoz, nel 1363, con la ricomposizione delle offese, che
si erano reciprocamente arrecati (homicidia, injurias et molestationes);
che i seguaci di Fidesmido possano liberamente girare armati per la
provincia senza essere molestati dai seguaci del Varano; che il castro,
controllato da Rodolfo, ritorni sotto il controllo di Fidesmido, ma
il Legato sostenne l'impossibilità della cosa, poiché
apparteneva a Tolentino e Rodolfo lo governava per subvicariato concessogli
a vita dal Papa. Infatti, sin dal 1355 a Rodolfo di Varano era stato
concesso in feudo Tolentino, insieme con Sanginesio.
Da questo momento in poi la casata di Fidesmido, denominata successivamente
dei Ridolfini, procurò un grande lustro alla città di
Camerino con i suoi discendenti, uno dei quali divenne addirittura
comandante generale della cristianità nella guerra santa contro
i Turchi in Ungheria.
L'Arbornoz e le
Marche
Negli ultimi mesi del 1347 comparve in tutta Europa la peste nera,
così chiamata per via delle emorragie sottocutanee che deturpavano
i cadaveri. L'imperversare del flagello variò da regione a
regione, a volte anche da villaggio a villaggio. Comunque, si presume
che a livello europeo il numero degli abitanti riducesse di circa
un quarto.
Nello Stato della Chiesa l'autonomia dal papa dei signori e dei comuni
più grandi era un fatto compiuto; allora, nel 1353, Innocenzo
VI (inviò come Legato il cardinale aragonese Egidio Albornoz,
a recuperare e riordinare in forma statuale il patrimonio di san Pietro.
Contraddistinsero la costruzione politica dell'Albornoz un accentuato
carattere personale e una concezione dell'autorità papale non
tanto in termini di dominio, quanto di pacificazione e coordinamento
di territori frammentati fra una pluralità di realtà
comunali e signorili estranee e contrapposte l'una all'altra. Attese
a quest'impresa per quindici anni, contrastando o alleandosi con le
diverse signorie come Gentile da Mogliano a Fermo, i Manfredi di Faenza,
gli Ordelaffi di Forlì, Galeotto e Malatesta Malatesta ad Ancona
e Recanati. Con il Liber Costitutiones Marchiae anconitanae, da lui
emanate a Fano tra il 20 e il 30 aprile del 1357, raccolse, ordinò
e ammodernò le leggi e le consuetudini delle Marche, allo scopo
di restituire alla regione una base stabile del diritto; e rimasero
a fondamento della struttura dello stato della Chiesa fino al 1816,
alla fine dell'età napoleonica. Le costitutiones Aegidianae
furono un programma di legislazione regionale, virtualmente estesa
a tutto il territorio pontificio, ma rispondente essenzialmente a
un certo orientamento della sola Marca anconetana, dove vigeva un
equilibrato sistema di modesti poteri di città autonome in
un regime tra comunale e signorile, e marginali dinastie territoriali.
Urbisaglia ritorna
sotto il controllo di Tolentino
Tolentino ritornò presto in possesso di Urbisaglia, infatti
il primo luglio del 1365 il suo sindaco pronunciò il giuramento
di fedeltà alla Chiesa anche a nome dell'intero distretto.
Gli abitanti di Urbisaglia, con la scomparsa dei propri Signori diventarono
protagonisti della propria storia e pur avendo dovuto rinunciare forzatamente
alla propria indipendenza per decisioni altrui, non cessarono mai
di difendere la propria libertà, conservando e ampliando continuamente
i margini della propria autonomia nell'amministrazione del proprio
territorio e della loro vita sociale.
Del 1367 ritroviamo documentato l'ultimo atto notarile degli eredi
di Fidesmido. Il 15 aprile, dopo la morte del cappellano di san Giorgio
di Urbisaglia, don Angelo Rinalduzi di Borgiano, viene nominato dagli
eredi di Fidesmido don Francesco di Andrea da Serravalle, pievano
di san Lorenzo, a nominare come nuovo rettore della chiesa di san
Giorgio don Antonio Vanni: Todisca, figlia di Masio Gentiluzi da Mogliano
e moglie del quondam Giorgio, figlio di Fidesmido, e tutrice dei figli
Toardo e Matteo. L'atto viene stipulato nella chiesa di san Lorenzo
e il pievano impone le mani al nuovo rettore, confermandolo nell'incarico
ricevuto.
Nel gennaio del 1372, Gregorio XI ritornò da Avignone a Roma
e il 26 dello stesso mese, con un Breve, concesse i feudi di Tolentino
e Sanginesio a Gentile III e Giovanni, fratelli di Rodolfo di Varano,
a cui furono tolti, poiché erano sostenitori più sicuri
della politica papale.
Tra peste e signori
della guerra
Insieme alla peste, che si abbatté più volte durante
questo secolo, cominciarono ad imperversare le compagnie di ventura,
che, mettendosi al servizio di questo o quel comune, finivano per
taglieggiare duramente tutta la popolazione. L'abbazia di Fiastra,
saccheggiata nel 1381 dalla compagnia detta Società di san
Giorgio al comando del conte Lando (Konrad von Landau) e dell'Acuto
(John Hawkwood, 1320 c.a - 1394), si avviò verso una progressiva
decadenza. Di conseguenza Urbano VI (1318-1389) sollecitò il
Legato della Marca ad applicare le sanzioni contro gli usurpatori
Gentile e Rodolfo da Varano che tra i vari castelli detenevano illegalmente
anche quello di Urbisaglia. Ma vennero completamente assolti dall'accusa
di ribellione alla Chiesa dal papa Bonifacio IX (Pietro Tomacelli,
1350 c.a -1404), famoso per il suo nepotismo, che lo indusse fra i
vari favoritismi ad affidare ai parenti laici alti incarichi amministrativi.
L'11 settembre del 1393, il fratello del papa Bonifacio IX, Andrea
Tomacelli venne mandato con un esercito agguerrito a riprendere il
possesso della Marca e toglierla al controllo dei Varano. Riuscì
ad entrare in Penna san Giovanni, difeso dalle genti di Gentile di
Varano, ma con i rinforzi sopraggiunti da camerino Gentile riuscì
a sconfiggere il marche Tomacelli e a farlo prigioniero insieme al
conte Francesco di Carrara.
Nell'ottobre del 1399, Rossino Mustaroli, sindaco di Urbisaglia con
atto notarile di Mario Antonio di Vanni e di Gentiluccio Catti, giura
fedeltà al podestà di Tolentino Nicola di Giovanni de
Fracta da Trevi, accompagnato da Giovanni Francesco, Giovanni di Vanni
Andreoli, Marchese Nicoluzi e Giorgio di Tommaso.
Sul finire del secolo l'abate e monaci dell'abbazia di Fiastra si
trasferirono ad Urbisaglia poiché, a causa delle incursioni
e delle razzie perseguite da bande mercenarie, non era loro più
garantita l'incolumità fisica tra le mura del monastero. Intanto
le gabelle di Urbisaglia erano gestite in appalto da Tolentino, mentre
la nostra comunità pagava un censo mensile per l'affitto di
4 fiorini, che Tolentino trasmetteva successivamente alla curia romana,
mentre la riscossione della dativa venne affidata a Gentiluccio Cecchi
di Urbisaglia, e nel 1401 a Giulio Cecchi beccaio di Tolentino per
una raccolta complessiva di 43 fiorini.
Nel 1407 venne inviato come castellano ad Urbisaglia Benedetto di
Cola. Il 16 marzo del 1409 Urbisaglia acquistò da Giovanni
di Rodolfo da Varano alcuni campi in Brancorsina collocati tra l'abbadia
di Fiastra e il Chienti per gli atti di Paolo Petrutii di Camerino.
Successivamente la comunità completò l'acquisto della
possessione di Brancorsina o Coste di Chienti con l'acquisizione delle
proprietà dei signori Vanni di Camerino: era una proprietà
boschiva utilizzata dagli abitanti come comunanza per raccogliervi
legna e fascine o pascolarvi i maiali.
Nel Quattrocento si formò sovente una diarchia tra il governo
del rettore papale e le magistrature locali, rendendo più evidente
la persistente eterogeneità delle autonomie operanti con un'accentuata
instabilità interna e spesso anche territoriale. Ovunque le
oligarchie, affermatesi nel periodo precedente, rimasero socialmente
e politicamente vitali, ora in connubio, non senza talvolta tensioni,
con i regimi signorili cittadini, coperti n no dal vicariato, ora
invece in rapporto diretto con la sede pontificia.
Nel 1421 Braccio da Montone (1368-1424), signore di Perugia e sposo
di Nicolina da Varano, marciando contro la città di Fermo,
nel tentativo di impadronirsi della Marca, trovò la strada
sbarrata dall'abate di Fiastra Antonio da Varano, alleato con i suoi
nemici. Cinse d'assedio il castello della Rancia, invase e si impadronì
dell'abbazia, devastandola ferocemente nei suoi possedimenti: fece
crollare il tiburio e il tetto della chiesa, e rase al suolo il castello
di Villamagna. L'abate si ritirò definitivamente in una casa
che l'abbazia possedeva in Urbisaglia, nella quale stipulò
diversi atti di enfiteusi per continuare ad amministrare le numerose
proprietà terriere. L'abbazia non si riprese più da
questa selvaggia distruzione e lentamente si avviò verso una
progressivo decadimento.
Urbisaglia e Tolentino
dopo il '400
I rapporti con Tolentino continuavano ad essere assai precari: nel
1428 Niccolò Bianchini, luogotenente di Giovanni II da Varano,
venne chiamato a dirimere una diatriba tra Tolentino da un lato e
le comunità di Urbisaglia e Colmurano dall'altro. Questi due
comunità si erano rifiutate di pagare le tasse a causa delle
continue vessazioni subite. Il duca di Varano, intervenendo nella
controversia, obbligò i due comuni a pagare in futuro le tasse
concedendo, inoltre, che la somma arretrata venisse utilizzata per
la manutenzione straordinaria delle mura castellane, e nel contempo
intimò a Tolentino di inviare un medico e un maestro di scuola
a servizio dei due distretti.
Urbisaglia godeva di una discreta autonomia, tanto che il 16 marzo
del 1429 con un atto stipulato a Camerino, nella casa del magistro
Giovanni sita sopra la camminata del magnifico Berardo II da Varano
in contrada di Mezzo, alla presenza dei testimoni Conte di san Venanzo,
Nicola dei Blanchini da Bologna, ser Marino Angeli da Sarnano, Giluzio
di Jacobo dei Giluzi di Tolentino e del canonico Giovanni de Oculis
di Camerino, acquistò da Giovanni II da Varano nell'interesse
della comunità, attraverso i suoi sindaci Francesco di Nicola
e Mariotto di Marino, nominati con atto del notaio Tommaso di ser
Giulio di Sanginesio, ma abitante in Urbisaglia, tutte le proprietà
appartenute per tre quarti agli eredi di Fidesmido di Camerino e per
un quarto a Febo di Rodolfo, con l'esclusione di molendinis, frisculis,
domibus et omnibus aliis quibuscumque consistentibus rebus intus castrum
predictum Urbisalie, il cluso che tiene Matteo Sclavi, la terra lavorata
da Cola Moriduttis, l'orto che avevano venduto a Piergentile Varano
Orlandino Ceci e Pedicone, le terre acquistate da Orlandino Petullio
e la vigna di Coptimatis Giliuzio, per un prezzo complessivo di 1100
ducati d'oro, di cui 400 pagati subito e il resto entro un anno. Inoltre
nel 1432, il patrono di Tolentino Giovanni di Rodolfo da Varano, stabilì
nuove regole riguardanti il castellano di Urbisaglia confermando che
doveva giurare fedeltà nella persona del sindaco di Tolentino.
Organizzazione civile
della Marca e il Papato
In questo secolo, la grande politica papale verso lo stato fu abbastanza
costante e coerente. Le considerazioni fondamentali erano la creazione
di sicurezza per la sede del papato in Roma; per dare una protezione
alle politiche spirituali, ecclesiastiche e temporali dagli influssi
minacciosi provenienti da governi estranei in Italia e fuori; la creazione
e il consolidamento del territorio per proteggere la Città
Eterna e la chiesa centrale; fornire i soldati per la difesa, denari
per pagare i soldati e sostenere le politiche globali del Papato.
A Tolentino la locale oligarchia si presentava ancora largamente informale:
la compilazione statutaria del 1434 disponeva una rappresentanza popolare
in consiglio distribuita per quartieri e non ereditaria, mentre un
addictio di poco successiva (agosto 1436), richiede nei confronti
degli aspiranti alle cariche pubbliche libram appretii et fumantem
e l'essere originario del luogo. Solo nel secolo successivo questa
diventerà ereditaria; sempre che il successore non sia persona
infame.
Francesco Sforza
nella Marca
La situazione della Marca era destinata ad evolversi in modo
caotico ed in continue innovazioni, incoraggiando le mire espansionistiche
degli audaci condottieri di ventura. Ma venti di guerra si aggiravano
nella Marca e Tolentino obbligò, nel novembre 1432, i futuri
nuovi castellani di Urbisaglia a portare seco omnia et singula utensilia
et arma opportuna in dicto castro, a loro spese.
Francesco Sforza (1401-1466), visconte di Cotignola e conte di Ariano
nonché famoso capitano di ventura, era giunto nella Marca con
lo scopo di crearsi un dominio personale. Entrato nella Marca dalla
Romagna, in breve sottomise tutte le città assediando i più
riottosi, mentre il legato pontificio Giovanni Vitelleschi fuggiva
ignominiosamente con una nave da Recanati verso Venezia, per riparare
poi a Roma.
Patrone assoluto della regione, Francesco Sforza affidò Urbisaglia
al suo capitano Taliano il Furlano, che l'aveva conquistata provenendo
da Sanginesio, insieme al fratello Bartoluccio, con un audace colpo
di mano dopo la sconfitta subita a Fiordimonte dal capitano del papa
Niccolò Fortebraccio, che vi perse la vita per mano di Cristoforo
Mauruzi da Tolentino.
Signoria di Taliano
il Furlano su Urbisaglia
Per l'assenza di Taliano, impegnato nelle varie scorribande contro
i sostenitori della Chiesa e per conservare le usurpazioni effettuate
dallo Sforza, il potere amministrativo e giuridico venne esercitato
da Bartolomeo Nicolai di Montolmo con la carica di podestà,
ma la rappresentanza diplomatica fu esercitata dalla moglie di Taliano,
Elena Tomacelli. Infatti, dalla sua dimora in Urbisaglia, con due
lettere datate 7 e 14 settembre 1436, si rivolse al consiglio di Credenza
di Macerata per ottenere la liberazione di Domenico da Francavilla,
amico di Taliano e famiglio di Troilo de Murro da Rossano, un altro
valoroso capitano premiato dallo Sforza con il feudo di Apiro, coinvolto
in un omicidio perpetrato in Petriolo. E dopo essere stata accolta
la sua richiesta, ringrazio quel comune con una lettera datata il
18 settembre dello stesso anno. Mentre esiste all'archivio statale
di Macerata un libro sulla amministrazione del comune da parte del
podestà Bartolomeo Niccolai. Contiene diverse ordinanze sul
divieto di lavare panni nelle fonti Pecolle e Nuova, situata nella
piazza, di non bestemmiare la Vergine e i Santi, di non ospitare i
banniti dal dominus Taliano, sulla proibizione del gioco dei dadi
o altri divertimenti, di non attentare al tranquillo stato della Terra
garantito dal magnificum dominum Talliano, e di organizzare feste
senza il suo permesso sotto la pena prevista negli statuti e nelle
riformanze. Successivamente risulta un altro podestà di nome
Ugolino.
Vita di Taliano
Furlano
Taliano (o Italiano) merita un accenno particolare per essere stato
dominus di Urbisaglia: figlio di Antonio, era originario del Friuli,
per questo viene detto il Furlano (friulano). Si era sposato nel 1428
a Foligno, mentre era al servizio della repubblica fiorentina con
Elena come capitano delle armi, figlia di Agnese dei Trinci, signori
del luogo, e di Andrea de Tomacellis, nobile originario di Napoli
e parente del papa Bonifacio IX.
Aveva servito nel 1432 Venezia e nell'anno successivo era passato,
con armi e bagagli, al servizio di Francesco Sforza, seguendolo nella
sua avventura nella Marca. Dopo alcune fulminee operazioni militari
compiute nella Marca, compresa la conquista di Urbisaglia, Taliano
si rivelò un brillante combattente e stratega tanto da divenire
uno dei principali capitani dello Sforza. La smania di denaro dei
capitani di ventura era cosa nota e le varie città se li contendevano
rialzando il prezzo della condotta che il precedente committente aveva
sborsato. Così anche lui, nel 1436, attirò l'interesse
di Camerino, che si manteneva apparentemente indipendente sotto i
Varano, per un passaggio nelle sue fila; ma Taliano, in quella occasione,
rimase fedele allo Sforza. Dopo aver fatto campo militare nell'agosto
del 1437, insieme a Alessandro Sforza, in Fabriano per contrastare
i continui movimenti di truppa del Piccinino, proveniente dall'Umbria,
scoppiarono scaramucce con Camerino, che aveva già riconquistato
Serravalle. Nel novembre, Camerino si alleò con Francesco Piccinino
e Giosia Acquaviva, che operavano per conto del Papa, nel cercare
di scacciare il conte Sforza dalla Marca, Ma Francesco Sforza, non
si fece intimidire, coadiuvato da Taliano e dagli altri suoi capitani,
attaccò Camerino assediandola e saccheggiando i paesi limitrofi:
Castelraimondo, Muccia e Serravalle. La pace venne ben presto stipulata
con le armi in pugno e la città stremata dovette rinunciare
ai diritti su quelle terre pagando, inoltre, una grossa somma di denaro
per risarcire le indennità di guerra. Ma questi patti venivano
rispettati per il tempo che duravano i soldi dalla taglia, così,
il 23 dicembre, ritroviamo Taliano, accampato presso san Maroto, nel
tentativo di impadronirsi della città. Da qui inviò
diverse lettere alle comunità della provincia per ottenere
aiuti, in vista del protrarsi del lungo assedio. Inoltre emise anche
un bando, in nome dello Sforza, per invitare i vescovi, gli abbati,
i comuni e gli ebrei a pagare le tasse, i frutti dei censi e qualsiasi
altra imposta dovuta alla tesoreria del conte. Seguirono numerosi
e violenti combattimenti, compreso l'assedio di Fiordimonte, che lasciarono
nel camerinese un pessimo ricordo di Taliano. Ma sul suo conto cominciarono
a circolare, sempre più spesso, convincenti voci di un probabile
tradimento, come risulta da una lettera inviata al duca di Milano
Filippo Maria Visconti (1392-1447) da un suo famiglio il 15 novembre:
trovò Taliano cum VII cavali de là da Pesaro chi andava
in la Marchia, li altri soi cavalli li andava dietro scortegati et
desfacti. Dice se presume de là che Taliano ingannerà
il Conte Francesco. Infatti nel gennaio 1438, convinto da Niccolò
Piccinino (1386-1444), passò con armi e bagagli alla parte
avversa, dopo che gli era pervenuta fortuitamente nelle mani una lettera
dello Sforza, indirizzata al fratello Alessandro, nella quale si ordinava
l'arresto immediato di Taliano per alto tradimento. Abbandonato l'assedio
di Cessapalombo e accettata una condotta da Camerino per 2.000 scudi,
ritornò al suo dominio di Urbisaglia tentando anche, con una
sortita improvvisa, di impadronirsi di Macerata, e mettendo in apprensione
i comuni della Marca, che ben conoscevano la sua valentia e audacia.
Ma Alessandro Sforza, accorso in tutta fretta da Fermo dove risiedeva,
per recarsi a Sanseverino, qui chiese a tutti i comuni di inviare
nuovi soldati nell'accampamento programmato nei pressi di Montolmo.
L'inizio della lettera riferisce: Siccome per l'innovazione di offendere
ha fatto Urbisaglia, è di bisogno far provvigione a Montolmo,
dove manderemo delle genti d'arme, anche per la conservazione di quella
Terra e la salute dei vicini circostanti, dai quali nei bisogni si
deve ricercare i favori e aiuti. L'ordinanza non ebbe conseguenze,
poiché Taliano, dopo aver tentato un'altra sortita alla volta
di Ascoli, passò ai primi di aprile con i suoi soldati al servizio
di Norcia e di Corrado Trinci, zio di sua moglie e signore di Foligno,
quando venne stipulata la pace tra Francesco Sforza e il Visconti.
Al loro servizio partecipò con la sua banda armata alla guerra
contro Spoleto, nella quale Piero Tomacelli abate di Montecassino,
loro parente, svolgeva funzioni di governatore. A lui si erano ribellati
gli abitanti per le continue angherie subite e perché Corrado
Trinci desiderava mettere la città sotto la sua giurisdizione.
Dopo qualche mese, il 6 maggio, Spoleto fu presa e messa al sacco.
Taliano non si trattenne a lungo in Umbria poiché Corrado Trinci
venne catturato durante il sacco di Foligno, l'8 agosto 1439, dal
cardinale Giovanni Vitelleschi e incarcerato nella rocca di Soriano,
dove successivamente venne strangolato per ordine dello stesso Eugenio
IV, insieme ai suoi figli Francesco e Giacomo, il 14 giugno 1441.
Taliano era già stato richiamato nel maggio 1438 al servizio
dal duca di Milano, di nuovo avverso allo Sforza.
Nella Marca giunse la notizia che, in uno scontro violento sul lago
di Garda, è stato rotto Taliano Furlano e ferito a morte da
uno schioppetto, e le sue bandiere sono condotte a Vinegia in suo
grandissimo vilipendio. La notizia era certamente falsa, se Taliano,
in veste di capitano del Visconti, alleato del Papa e del re Alfonso
di Napoli guerreggiava con ragguardevoli truppe contro la città
di Bologna nel luglio del 1445, mentre nei mesi seguenti era intento
ad occupare le città tra il Metauro e il Foglia per conto della
Lega Santa, costituitasi contro lo Sforza al comando del cardinale
Ludovico Scarampi Mezzarota patriarca di Aquileia. Il 5 ottobre conquistò
Montesanto (Potenza Picena) e dintorni, ponendo in stato di assedio
Civitanova. Ma il sopraggiungere delle armate sforzesche lo costrinse
ad una frettolosa ritirata.
Dopo la perdita di Roccacontrada, la stella dello Sforza stava tramontando
e tutte le città lo abbandonarono. A Taliano si era aperto
il cammino verso Fabriano e diede il suo contributo nella riconquista
papale, mettendo a ferro e fuoco Cingoli e il circondario, mentre
gli altri capitani, Giovanni Ventimiglia e il patriarca di Aquileia,
provenienti dagli Abruzzi e transitando per Norcia e Fabriano lo raggiunsero,
riunendo i tre eserciti. Conquistarono Montemilone, che si arrese
subito; il 9 novembre entrarono trionfalmente a Macerata, dove accettarono
la resa incondizionata di Civitanova, Recanati e delle città
rimaste fedeli allo Sforza. Solo Fermo oppose una strenua resistenza
e fu ordinato a Taliano di metterla in stato di assedio nel gennaio
del 1446. Immediatamente, il Ventimiglia e Taliano mossero le truppe
verso Fermo e giunsero a Santangelo in Pontano, dove trovarono le
porte sbarrate. La inaspettata resistenza cagionò la rabbia
dei due capitani, che postala in stato di assedio, l'ebbero in breve
in loro potere e la misero a ferro e fuoco. Alla notizia di questi
eventi, gli abitanti di Mogliano si affrettarono a sottomettersi,
ai 14 novembre. Con la situazione pacificata nei dintorni, il 26 novembre
l'esercito papale raggiunse Fermo, dove il 24 era scoppiata una rivolta
dei cittadini, che aveva costretto Alessandro Sforza ad asserragliarsi
con le truppe fedeli all'interno della fortezza, detta Girifalco.
Dopo un lungo e inutile assedio per la strenua difesa apprestata dagli
sforzeschi, Fermo raggiunse un accordo con Alessandro Sforza e in
cambio della sua partenza, avvenuta il 20 febbraio 1446, alla volta
di Camerino, dove continuavano a governare i Varano parenti stretti
di sua moglie Costanza, ricevette alcuni ostaggi fermani e 10.000
fiorini come contribuzione della guerra in atto.
Il 2 maggio ritroviamo Taliano Furlano all'abbazia di Fiastra per
ricevere i numerosi doni e omaggi, che solennemente Tolentino aveva
decretato al gradito ospite. Quindi i tre eserciti papali, del Patriarca
di Aquileia, di Raimondo Boilo e del Furlano si riunirono tra Fossombrone
e Fano, per riconquistare quella parte della regione al dominio della
Chiesa. Così, mentre l'avventura nella Marca di Francesco Sforza
procedeva verso le sue definitive conclusioni, Taliano, adescato dai
Fiorentini, decise di cambiare di nuovo bandiera. Ma il Visconti,
venuto a conoscenza della tresca attraverso le sue spie, spedì
negli accampamenti del cardinale il fedele Giorgio Danone con una
missiva segreta. Scoperto il tradimento, il cardinale fece catturare
Taliano, il 28 luglio 1446. Fu condotto così sotto buona scorta
a Rocca contrada, dove il castellano lo fece decapitare nella pubblica
piazza di fronte ad una popolazione eccitata.
Così si conclusero insieme le avventure e la vita di un coraggioso
capitano di ventura, che ha vincolato il suo nome alla storia di Urbisaglia.
Egli resta comunque il simbolo emblematico e lo specchio fedele dei
travagli in cui si dibatteva l'intera Italia in questo secolo così
violento.
Urbisaglia sotto
Francesco Sforza
Riprendendo il filo rosso della storia di Urbisaglia troviamo che,
posteriormente al tradimento di Taliano, Francesco Sforza mise Urbisaglia
sotto il controllo del suo capitano Antonio degli Attendoli da San
Severino, detto il Ciarpellone o Zerpellone. Egli si era distinto
spesso al servizio dello Sforza, restandogli fedele nella buona e
cattiva sorte, per audacia e ferocia nei vari scontri armati, tanto
che venne definito dall'umanista rinascimentale Francesco Filelfo
(1398-1481): vir industrius, audax, ferus bellicosissimusque. Ciarpellone
la governò per un anno circa attraverso Bartolomeo de Humilis
di Perugia, ma sospettato anche lui di tradimento venne impiccato
ingloriosamente a Fermo, cosicché Urbisaglia passò alle
dirette dipendenze dello stesso Sforza.
Il 19 agosto del 1443, infatti, Francesco Sforza partito di mattina
presto da Urbisaglia dove aveva pernottato e accampato le sue truppe,
dette battaglia nella pianura di Montolmo all'esercito di Nicolò
Piccinino, posto al comando del figlio Francesco Piccinino, di Carlo
Fortebraccio e del cardinale Capranica, sconfiggendoli.
Partenza di Francesco
Sforza dalla Marca e ritorno dello Stato della Chiesa
Comunque la stella del conte Francesco nella Marca stava tramontando
nella Marca, dove stava infuriando la peste, mentre cominciava la
radiosa avventura nel ducato di Milano.
Nella Marca, allontanatosi Francesco Sforza, scomparirono definitivamente
anche le vecchie signorie dei Chiavelli a Fabriano, degli Smeducci
a Sanseverino e dei Cima a Cingoli. Ad Ascoli, a Fermo e a Jesi non
si parlò più di vicariato, mentre tornarono i Varano
a Camerino rassegnati a un ruolo ormai marginale. Mentre gli Ottoni
restarono a Matelica, ove lo Sforza li aveva mantenuti. Il tracollo
delle Signorie restituì al pontefice gran parte del controllo
diretto della Marce. Se si escludono le zone infeudatate in aree economicamente
e politicamente marginali, nel resto del territorio si stabilì
un rapporto diretto, se non tra sovrano e sudditi, certamente tra
pontefice e comunità immediate subiectae. La formula del reggimento
di queste comunità venne dunque ad assumere, nell'ottica del
governo centrale, un rilievo politico e una valenza strategica nuova
ed imponente. Ci troviamo in presenza di un potere oligarchico, che
precede l'esperienza signorile, che convive con essa, ed a essa sopravvive
dimostrando sul lungo periodo una intensa capacità di tenuta,
di recupero e di ripresa. E tutto ciò anche nella misura in
cui, nell'adottare modelli di reggimento del potere con norme magnatizie
o antimagnatizie, popolari o miste, riesce a piegarle agli interessi
precipui del proprio aggregato sociale, con un netto convergere di
intenti fra la nobiltà antica e nuova, con la fusione in un
solo ceto sociale egemone della nobiltà imborghesita e della
borghesia feudalizzata