La Storia romana

Dalle origini al periodo romano.
I Secolo a. C. - III Secolo d. C.
di Pino Ferranti

Introduzione

Il toponimo Urbisaglia è la continuazione del romano Urbs Salvia o Urbisalvia, come risulta da varie lapidi ritrovate e dai numerosi testi di autori latini, che la citano. Esso si è mantenuto intatto attraverso i secoli testimoniando che, benché sia decaduta l'antica magnificenza, un nucleo abitato è sempre sopravvissuto in loco. Altre città del Piceno, anche più grandi, sono scomparse lasciando, come memoria della loro esistenza, solo una labile traccia nelle fonti. La ricerca del suo significato originario ha suscitato diverse interpretazioni, tutte attendibili, nessuna delle quali si è affermata per coerenza esclusiva di interpretazione. Forse l'ipotesi più probabile è quella di Città dei Salvi, una gens che raggiunse i vertici dello stato romano ed esercitò più volte il patronato sulla città. In un'altra ipotesi, è la stessa familia a derivare il proprio nome dalla città, come accadeva quando gli schiavi riacquistavano la libertà e divenivano liberti. Numerosi altri storici interpretano il nome di Urbs Saluia nel senso di Città della Salute, o della dea Salus. Avvalorano questa tesi le vicine sorgenti termali e vari reperti archeologici: una statua dedicata al dio della medicina Esculapio, alcune riproduzioni della statua della ninfa Igea, il basamento e una statua della dea Salus e vari laterizi, con un bollo recante la scritta a rilievo Salutis augusta salviensis, originali certamente del tempio esistente nell'area del criptoportico. Altri insigni studiosi, infine, fanno derivare il suo nome da Orvesallia, interpretandolo come un sito di origine italica sul quale i romani avrebbero innestato un nuovo toponimo denominandola Urbs Salvia. A sostegno di questa ipotesi sono alcuni documenti medievali e posteriori che ci tramandano il comune con il nome di Orbesallia. Inoltre c'è da aggiungere che nel dialetto locale il nome viene ancora oggi pronunciato come "rbisaia", aspirando la prima vocale e non pronunciando il " gielle ", come tutti i marchigiani.

La documentazione nelle fonti

La documentazione storica sulla realtà della città romana è inoppugnabile, sia per le numerose fonti letterarie, che per i notevoli resti monumentali, pervenuti fino a noi. L'ipotesi che abbia avuto origini picene o italiche, non è suffragata, finora, da nessun ritrovamento archeologico, ma possiamo solo basarla sulla considerazione che i romani difficilmente fondavano una città ex novo. Erano piuttosto abituati, nell'espansione del loro dominio, a sovrapporsi a siti già abitati, come si potrebbe dedurre dai diversi toponimi precedenti il nome attuale e dalla contestata testimonianza di Plinio. Numerosi sono gli antichi scrittori che la citano direttamente: il geografo greco Strabone (63 a. C. - 20 d. C.) - Pneuentia (Pneuntia); il naturalista latino Plinio (23 d. C. - 79 d. C.) - cum Urbe Salvia Pollentini; negli scritti dei Gromatici Veteres Ager Urbisalviensis; Claudio Tolomeo (138-180 d.C.) - Orsabaluia (Oursabalouja); l'interessante Itinerarium provinciarum Antonini Augusti - Urbs Salvia; nella Tavola peuntingeriana - Urbs Salvia e lo storico bizantino Procopio da Cesarea (V-VI sec. d.C.) - OurbisaliaV.
Nella sua interessante Geografia (III, 1, 52) lo scrittore di origine egiziana, Claudio Tolomeo, ricorda: Le città del Piceno sono: Traiana 36° 30' longitudine - 43° 26' latitudine, Oursabalouja 36° 56' longitudine - 42° 56' latitudine, Septempeda 36° 56 longitudine - 43° 10' latitudine, Cupra Montana 37° 30' longitudine - 43° 10' latitudine, Firmio 38° 20' longitudine - 42° 50' latitudine, Hadria 38° 45' longitudine - 42° 45' latitudine. In questa rapida descrizione del Piceno, dove sono riportate le coordinate geografiche per individuare la localizzazione delle città citate, gli storici concordano nel riconoscere Urbs Salvia in Oursabalouja.
Nei diciassette libri della sua imponente opera, Geografia (V, 4, 2), Strabone brevemente annota: ... quindi Septempeda, Pneuntia, Potentia e Fermo Piceno. L'identificazione di Pneuntia con la città di Urbs Salvia viene comunemente accettata da tutti gli storici ed equiparata al passo di Plinio.
Ancora, nei Libri Coloniarum dei Gromatici veteres si legge: Ager Urbis Salviensis limitibus maritimis et montanis lege triumvirali et loca hereditaria eius populus accepit (Il territorio di Urbs Salvia ha per confine i monti e il mare; è soggetto alla legge triumvirale e i luoghi appartengono alla popolazione per ereditarietà). La frase, spesso fraintesa, non intende sostenere che i confini di Urbs Salvia occupassero una zona dai monti Sibillini al mare Adriatico, ma che il territorio nell'atto di fondazione della colonia in epoca triumvirale e di attribuzione delle terre ai veterani come coloni, assecondò nell'orientamento catastale la naturale direttrice geografica dalla montagna al mare, conformandosi alla naturale disposizione orografica della vallata.
Soprattutto il noto passo della Naturalis historia di Plinio è interessante poiché solleva ipotesi stimolanti e suggestive. Descrivendo il Piceno narra:
La quinta è la regione del Piceno, un tempo densamente popolata: erano 360 mila i piceni che si arresero al popolo romano. Furono originati dai sabini in seguito al voto di una primavera sacra. I loro possessi si estendevano fino al fiume Aterno, dove si collocava i territorio di Atri con l'omonima colonia, distante 6 miglia dal mare. Procedendo da Atri si incontrano il fiume Vomano, il fiume Batino, Tronto con il fiume omonimo, la sola città dei liburni, il corso del quale segna i confini dei pretuzi e l'inizio del territorio dei piceni. Seguono la città di Cupra, il castello di Fermo e all'interno, in corrispondenza di questo, la colonia di Ascoli, la più nota del Piceno interno, e Novana. Sulla costa vengono poi Cluana, Potenza, Numana fondata dai siculi così come la colonia di Ancona, sita sul promontorio del Conero proprio sul gomito della costa, dove questo si ripiega. Dista 183 miglia dal Gargano. All'interno si trovano gli osimani, i cingolani, gli abitanti di Cupramontana, i faleriensi, i pausolani, gli abitanti di Planina, i ricinensi, i tolentinati, i treiensi e Urbisaglia abitata dai pollentini.
Questa lunga citazione, oltre che a descrivere succintamente l'intero Piceno con le sue numerose città, ha sollevato un vespaio di polemiche sulla corretta interpretazione da attribuire al passo di Plinio. La tesi, condivisa da numerosi storici, è che i pollentini furono trasferiti dai romani nella nuova città da loro fondata o rifondata, dopo una probabile distruzione di Pollenza per conquista o ribellione. Ma non trovandosi attestate altre fonti storiche che confermino pienamente o smentiscano l'autore, altri studiosi sostengono invece che vadano identificate come due città ben distinte e che Plinio sia incappato in una delle sue peculiari sviste geografiche, non avendo visitato direttamente tutti i luoghi descritti.
Nell'Itinerario di Antonino Urbs Salvia risulta congiunta con la strada che da Septempeda conduce a Firmum, mentre nella Tavola peuntingeriana, Urbs Salvia si trova a mezza via tra Asculum ed Ancona. Questo testimonia che la città era un'importante crocevia tra due strade di vitale importanza per l'economia della regione
La Tavola peuntingeriana è una mappa, molto concisa e dettagliata, del mondo allora conosciuto con tutte vie imperiali romane, e non, e delle città che collegano. Probabilmente risale ad un originale del III-IV secolo tramandatoci attraverso questa copia del secolo IX o X. Prende il nome da Konrad Peuntinger, lo studioso che acquistò il documento nel 1508, lo studiò e ne iniziò la pubblicazione. Consiste in una lunga striscia di pergamene congiunte ai lati, divisa in dodici sezioni con le distanze molto allungate da est a ovest, in cui sono indicate le strade, le città, i fiumi e i monti del mondo allora conosciuto, dall'estrema Britannia alla sperduta foce del Gange. Mentre l'Itinerarium Antonini è l'unico itinerario conservatoci sotto forma di libro, nel quale sono annotate tappe di percorsi che riguardano quasi tutte le province dell'impero.
Ma la prova più evidente della esistenza di Urbs Salvia e dell'importanza della città è sostenuta dai Resti archeologici, che costituiscono, senz'altro e senza confronti, il sito più interessante delle Marche e, a ben considerare delle Regioni contermini. Ciò è dovuto a importanti annotazioni: l'estesa area occupata dalla città romana non presenta quella continuità di vita quotidiana che ha caratterizzato altri siti romani e una consistente serie di edifici pubblici perfettamente databili che vanno dalle Mura alle Porte urbiche, dal Teatro all'Anfiteatro, dal Tempio della Dea Salus all'Acquedotto romano, ed altro ancora che ha da venire riportato alla luce con nuovi e scientifici scavi.

Contesto storico della fondazione e dello sviluppo della Città

A partire dalle guerre puniche e dall'espansione nel Mediterraneo orientale, si accentuò la differenziazione del modello su cui era fondata la società arcaica di Roma. La posizione sociale dei singoli individui derivava dal concorso di fattori differenti come origine, formazione ed attività politica, proprietà di terre, denaro, ambizione e talento nello sfruttamento della congiuntura economica, ruolo nella produzione urbana e rurale, stato giuridico e appartenenza ad un gruppo etnico. La stratificazione sociale della società romana era complessa. L'aristocrazia senatoriale formava il vertice della società con i suoi privilegi nella conduzione politica basati sull'origine, sulla formazione e sull'esperienza politiche adeguate al proprio rango e sull'indipendenza economica assicurata dalla grande proprietà fondiaria, ma anche dai guadagni imprenditoriali.
I senatori indossavano come distinzione del loro grado: una striscia verticale di color porpora sulla tunica, più larga di quella dei cavalieri (latus clavus) e una calzatura speciale (calceus mulleus o solea), di solito rossa, alta e legata alla gamba con quattro corregge nere e una fibbia d'avorio (lunula). Dal II secolo a. C. si dotavano anche di un anello d'oro con sigillo.
I cavalieri, equites, costituirono una seconda élite; come i senatori, essi erano in gran parte ricchi proprietari terrieri; altri erano imprenditori, commercianti e banchieri, spesso di umile origine, ma anch'essi investivano volentieri le proprie sostanze in proprietà agricole e attività pastorali. In numerose comunità italiche, come Urbs Salvia, c'era uno strato superiore locale, che era formato da proprietari terrieri, ma che poteva essere molto differente per stato giuridico, situazione patrimoniale e culturale. In Italia vi erano numerosi agricoltori in possesso della cittadinanza romana, ma erano minacciati nella propria esistenza e moltissimi di loro si erano riversati soprattutto a Roma. Qui contribuirono alla formazione di un vasto stato di proletari, che fu rafforzato dalla gran massa dei liberti per manumissio; era la concessione della libertà con il gesto di mettere le mani sopra il capo dello schiavo e con il pagamento di una tassa, fornita spesso dallo stesso schiavo. Miserrima era la condizione della stragrande maggioranza dei soci italici, in quanto non godevano nemmeno dell'ambita cittadinanza romana. Inoltre, la posizione più bassa della società era occupata dalle masse servili, nelle quali si contavano spesso ex cittadini resi schiavi per debiti non pagati, che non avevano nessun diritto personale e venivano brutalmente sfruttati nelle proprietà agrarie. La giurisdizione romana non prevedeva punizione per i reati degli schiavi poiché non erano cives, ma solo il padrone era autorizzato a svalutare la loro proprietà infliggendo loro qualsiasi pena, anche la morte. Inoltre, i cittadini romani esclusi dai beni primari di sussistenza si accalcavano al foro nella disperata ricerca di un'occasione di lavoro, anche provvisorio. Questa tradizione popolare è rimasta in uso ancora fino a non molti anni fa, quando nella piazza di Urbisaglia si effettuava la chiamata, da parte di possidenti, per un lavoro giornaliero in campagna o nell'edilizia.
A causa di questa accentuata differenziazione della società, compiutasi in modo molto rapido, maturò presto tutta una serie di gravi conflitti. Nello stesso tempo tanto l'ordinamento politico di Roma, ormai del tutto anacronistico, quanto la tradizione spirituale della società romana, ugualmente superata, si dimostrarono incapaci di tenere uniti gli strati ed i gruppi sociali tra loro contrapposti, in un sistema sociale equilibrato. La conseguenza inevitabile fu la crisi della società con guerre civili e rivolte che logorarono la repubblica. Esistevano motivazioni sociali e non soltanto politiche nel conflitto che oppose Roma ai suoi soci italici. La conclusione della rivolta italica si risolse con la concessione della cittadinanza romana con la lex Julia del 90 a. C. per i popoli italici rimasti fedeli a Roma, poi con la lex Papiria del 89 a. C. anche per quelli ribelli che si arrendevano, e infine nell'anno 49 a. C. per l'intera popolazione dell'Italia settentrionale.
Certamente da ciò non derivò un degradamento nella società solamente romana; al contrario, l'ordinamento sociale esistente fu rafforzato, perché gli strati sociali superiori degli italici erano divenuti beneficiari con uguali diritti e doveri del complesso, in cui era basato il sistema di dominio romano.
Nell'ambito di tale processo, durante la seconda parte del II secolo a. C., si potrebbe collocare la fondazione della Città di Urbs Salvia, che raggiunse il suo massimo splendore nella seconda metà del I secolo d. C., quando la Città divenne il principale centro culturale, sociale e politico dell'intera Valle del Fiastra.
Questa tesi è avvalorata, oltre che da ricerche archeologiche recenti da alcune caratteristiche conservatesi nella organizzazione civile della Città. In questo contesto trova una giustificazione il doppio nome citato in Plinio: un forte nucleo indigeno fu coinvolto nella fondazione, o rifondazione, e nella gestione della nuova città, forse perché sconfitti in una loro ribellione che la storia ufficiale non ha registrato o semplicemente perché i Romani non erano usi fondare nuove città ma a sovrapporsi a siti già esistenti. Altra motivazione a sostegno di questa interessante ipotesi di fondazione della città in epoca repubblicana é la sopravvivenza di antiche magistrature: Urbs Salvia è la sola città in tutta la regione in cui siano attestati dei quattuorviri, due iscrizioni d'età imperiale ne fanno menzione. Nelle comunità annesse a Roma (municipia) e in particolare nelle numerosissime che furono incorporate dopo la concessione della cittadinanza romana agli alleati italici, portano questo nome i quattro magistrati elettivi che amministrano la giustizia e dirigono i servizi di polizia. Il nome risulta dalla fusione in un solo collegium di due distinte coppie di magistrati, quali si trovano nelle colonie (romane e latine) e in alcuni municipia di più antica annessione: duoviri iure dicundo, amministratori della giustizia, e duoviri aedilicia potestate, aventi le funzioni di polizia che a Roma erano affidate agli aediles (edili). Ogni cinque anni, ai fini del censimento, i quattuorviri assumono la funzione che a Roma era propria dei censori, e prendono il nome di quattuorviri censoria potestate o quattuorviri quinquennales. Vigono per queste cariche i principi romani dell'annualità e della gratuità; e anche quella speciale regola di collegialità che consiste nel potere di ciascuno di compiere da solo qualsiasi atto di competenza dell'ufficio, salvo il veto di uno dei colleghi (intercessio). Le condizioni di eleggibilità, i modi delle elezioni, le funzioni amministrative dei quattuorviri erano regolate da norme generali ispirate al diritto pubblico di Roma.
Successivamente lo sconvolgimento delle guerre civili travagliarono duramente la regione, dopo aver attraversato il Rubicone, Giulio Cesare dilagò nel Piceno occupando in pochi giorni Pesaro, Fano e Ancona. Dopo l'occupazione di Gubbio da parte dei suoi si diresse contro Osimo roccaforte dei pompeiani. I decurioni della città gli spalancarono praticamente le porte senza colpo ferire.
Urbs Salvia non è citata tra le Città conquistate dalle truppe di Cesare, ma quasi sicuramente l'attraversò per recarsi da Osimo a Fermo, infatti Cesare annota nel De bello civili: Cesare, movendo da Osimo, attraversa l'intero Piceno. Tutte le prefetture di quelle regioni lo accolgono con grande entusiasmo e riforniscono il suo esercito di tutto il necessario. Anche Cingoli, città organizzata da Labieno (che lo aveva tradito a favore di Pompeo) e completata a sue spese, vengono da lui ambasciatori e assicurano di essere felici di eseguire i suoi ordini. Egli chiede soldati; e quelli li mandano. Come si può notare, Giulio Cesare annota nel suo libro solo gli avversari che cercarono di contrastarlo o coloro che passarono inaspettatamente dalla sua parte, tacendo su tutte le città che non gli crearono alcuna sorta di problemi.
Seguirono i lunghi anni di lotte civili finché i tre giorni di trionfo di Augusto chiusero un lungo periodo infausto. Le sofferenze, gli orrori, l'insicurezza avevano logorato le persone; molte famiglie che prima avevano avuto un ruolo determinante nella politica si erano estinte o cancellate. Così erano comparsi uomini nuovi, per i quali le tradizioni della repubblica non costituivano più un'esperienza vissuta, ma solo un involucro privo ormai di sostanza. Quello che però univa tutti era il desiderio di pace, per il quale i più erano disposti a pagare anche un alto prezzo. Alcuni cittadini di Urbs Salvia parteciparono attivamente nel Partito di Ottaviano Augusto; contribuirono fattivamente alla sua affermazione politica e ne ricevettero in cambio onori e potere giungendo fino ai vertici dello stato romano, come consoli. Quando Ottaviano nel 29 a. C. fece chiudere il tempio di Giano Quirino, come segno che la pace regnava in tutto l'impero, voleva annunciare simbolicamente l'inizio di una novella epoca di pace, ma Roma avrebbe avuto sicuramente un nuovo padrone.
Il principato di Augusto doveva rimanere nella memoria collettiva come pax augusta diffusa in tutto il mondo conosciuto. L'altare della pace augustea, l'ara pacis augustæ, che venne inaugurata nell'anno 13 a. C., in occasione del suo ritorno dalla Spagna e dalla Gallia, era parte integrante di questa celebrazione pubblica, così come la triplice chiusura del tempio di Giano Quirino, che poteva avvenire solo quando era stata ripristinata la pace in ogni angolo del territorio sottoposto al dominio di Roma. Prima di Augusto, questa situazione si sarebbe verificata solamente due volte, durante il suo lungo principato, invece, per ben tre volte. L'appartenenza al senato si era inflazionata, dopo la battaglia di Anzio ne facevano parte più di mille persone; questa cifra era molto lontana dal numero di seicento senatori, che a partire da Silla formavano tale organismo. La prima vera diminuzione nel 29-28 d. C. si svolse in modo ancora molto moderato. La vera e propria drastica riduzione venne effettuata solo nel 18 d. C. Più di trecento senatori persero il loro seggio, la maggior parte per costrizione. Augusto intraprese personalmente l'ingrato compito e riuscì a riportare a seicento il numero dei membri dell'assemblea e tale rimase fino al tardo III secolo d. C. Uno dei criteri con cui veniva misurata la dignità di un senatore era l'entità del suo patrimonio e delle entrate economiche relative. Antecedentemente la riforma augustea il censo minimo richiesto ammontava a solo quattrocento mila sesterzi, poi i senatori dovevano dimostrare di possedere un patrimonio familiare di almeno, se non superiore, di un milione di sesterzi, distribuito in capitale e in redditizie proprietà agrarie.

Lo sviluppo edilizio ed economico

La vantaggiosa posizione geografica della città, situata all'imbocco della valle del Fiastra (Flussor nella menzione latina) e al crocevia di trafficate strade romane, produsse una rapida espansione edilizia di Urbs Salvia, che raggiunse ben presto un notevole benessere e una indiscussa egemonia sul territorio circostante, divenendo un centro di scambi commerciali e di intense attività culturali e ludiche, di cui il teatro, e soprattutto l'anfiteatro, sono una testimonianza certa.
Nel processo di accresciuto sviluppo della città si distinsero diversi eccezionali personaggi urbisalviensi di rango senatorio ed uno di classe equestre: Caius Fufius Geminus, Caius Salvius Liberalis Nonius Bassus con il figlio Vitellianus, Lucius Flavius Silva Nonius Bassus e Titus Flavius Maximus. Grazie a loro, la città toccò l'apice della propria potenza economica, monumentale e militare intrecciando la propria storia con quella di Roma. Appartenenti alla nobiltà locale, raggiunsero ben presto i più prestigiosi incarichi al vertice dello stato romano. Continuarono, però, a mantenere uno stretto legame con la loro patria, dove ricoprirono più volte le massime cittadine cariche in Urbs Salvia.
Nello svolgere queste funzioni civiche, la ornarono di pregevoli monumenti pubblici, inseriti in un progetto unitario di urbanizzazione, concretizzando i fini propagandistici della pace augustea. Tutti i più interessanti edifici, di cui restano notevoli testimonianze, furono edificati in questo periodo di sviluppo: il teatro, l'anfiteatro, i templi, le mura, le porte urbiche, i portici, l'acquedotto e le sue cisterne. Le loro carriere politiche sono state ricostruite con sufficiente approssimazione attraverso le lapidi rinvenute nelle numerose campagne di scavi, effettuate sin dai secoli scorsi.
Numerosi sono i casi di evergetismo documentati dalle lapidi ritrovate. La parola moderna evergetismo deriva dal greco energesia - azione di fare il bene della collettività e quello che lo pratica è energeteV. Questa azione si esplicava nella costruzione fatta da privati di edifici di utilità pubblica come il teatro e anfiteatro, acquedotti e fonti, templi e semplici edicole, ecc., oppure fondazioni private che si distinguevano nella distribuzione gratuita di denaro e cibo o nella organizzazione di cene collettive e munera gladiatoria (spettacoli di gladiatori); oppure in offerte di statue o altari da fare alle divinità in particolari circostanza a nome dell'intera comunità locale.
Oltre i casi trattati nella rubrica dei principali personaggi di Urbs Salvia, ve ne sono altri minori, li cui donazioni hanno contribuito ad abbellire la Città.
Da una lapide abbastanza mutila risulta che un praetor quinquennalis, dal nome sconosciuto per una lacuna del testo, fece costruire probabilmente un impianto termale concedendone l'uso pubblico ai cittadini in perpetuum. Una testimonianza simile resta legata ad un mosaico a tessere bianche e nere, scoperto negli anni sessanta e subito ricoperto, nel quale si accenna alla costruzione o restauro di un lavatio (bagno femminile) concessa in uso perpetuo e gratuito.
Una seconda iscrizione ricorda un certo Rutileius figlio di Caius, identificato come un magistrato municipale registrato nei fasti della città durante il principato di Augusto, che lascia in dono 100.000 sesterzi. Sembrerebbe un contributo riservato all'area sacra del tempio principale della città, essendo citata la dea Æquitas Augusta. In che cosa si sia esplicitato il dono non è dato scoprirlo; si potrebbe supporre forse un aedes, costruita o restaurata, oppure una statua dorata constatata l'ingente somma messa a disposizione, che risulta essere la più alta documenta nella V Regio Picenum.
Un'altra lapide funeraria incompleta celebra un personaggio che ricoprì una carica pubblica nella provincia Narbonense, rivelando le munificentia che manifestò in diversi interventi: una costruzione elevata da solo con una porta a doppio battente, portici e magazzini a completamento di un tempio dedicato alla Magna Mater o a Minerva, una o più orologi ad acqua o meridiane solari, e diversi elementi complementari di arredo come bandiere, vessilli, statue e colonne.
Un liberto Gaio Fufio Gemino, Caius Fufius Politicus, donò un sacrum alle ninfe Gemini. L'oggetto della dedica, non è individuabile perché rimane sconosciuta la collocazione monumentale dell'epigrafe; probabilmente si riferisce ad una deduzione di acqua alla città, forse un acquedotto o una fonte o a un ninfeo.
Nella griglia urbana della città, il decumanus maximus coincideva perfettamente con il tracciato della Salaria Gallica, mentre altre funzionali strade la collegavano direttamente con le principali città confinanti: verso Tolentinum e Septempeda, Ricina e Auximum, Faleria e Asculum, e Firmum.
La pianta della città era simile ad una scacchiera distesa sul versante della collina, ponendo al centro del fondovalle il foro e gli altri edifici civici e di culto; mentre le vie parallele si intersecavano tra loro ad angolo retto.
Il cardo con il decumano costituiva una delle due linee fondamentali della centuriazione, intersecantesi ad angolo retto. Il decumano era tracciato in origine da oriente ad occidente, generalmente nell'asse della lunghezza della porzione del territorio stabilita; il cardo lo incrocia da sud a nord. Le linee secondarie (limites), parallele al cardo e al decumano, formavano le centurie.
Il pomerium era la stretta fascia di terreno consacrato che delimitava la zona destinata all'abitato. Centro della città era il foro, collocato frontalmente al tempio della dea Salus. Era il luogo dove si amministrava la giustizia e, per estensione, ambito in cui venne esercitato il potere giudiziario.
La trasformazione dallo stato di municipium a quello di colonia in tarda età agustea o all'inizio del principato di Tiberio può definirsi una tappa fondamentale per la vita di Urbs Salvia. Municipium è il termine per designare certe comunità cittadine dipendenti da Roma - deriva da munus capere, esprime cioè l'idea di un assoggettamento ad oneri - avendo perso la propria autonomia senza godere dei diritti politici di cittadini romani. Uno stretto legame con il potere dello stato, precisi intenti strategici e una meticolosa pianificazione caratterizzavano invece le colonie dedotte da Roma.
Il diritto pubblico romano distingueva due tipi di colonie. Nelle coloniæ civium romanorum era inviato un contingente di cittadini, spesso in numero di trecento, cui era concesso singolarmente in proprietà un appezzamento di terra di pochi jugeri. E una superficie di terreno arata in un giorno da una coppia di buoi attaccati allo stesso giogo, iugum; corrisponde a un rettangolo costituito da 240x120 piedi romani, circa 0,252 ettari. Queste colonie esercitavano per conto di Roma una preminente funzione di controllo sul territorio conquistato. Le coloniæ latinæ erano strumenti di romanizzazione dell'Italia; i coloni trapiantati non erano cittadini romani, ma provenivano da tutte le città latine alleate di Roma, cui dovevano poi fornire contingenti militari. A partire dall'epoca di Gaio Mario (II secolo a. C.) le colonie dedotte ebbero carattere militare, dovendo provvedere alle necessità dei proletari congedati dagli eserciti. Durante le guerre civili madre Italia non poteva accogliere più tutti i suoi figli sradicati, questo avrebbe significato il perpetuarsi della rivoluzione della proprietà con conseguenze disastrose per le continue rivolte dei vecchi proprietari che ne sarebbero derivate. L'acquisizione di terre da assegnare ai veterani avveniva per via di confische più o meno legali. Il processo di sistemazione del territorio intorno alla città per la suddivisione tra i coloni - limitatio, centuriazione - lasciò imponenti tracce nel territorio agricolo, spesso ancora visibili. Durante l'impero nelle colonie dell'Italia si collocarono i veterani congedati dalla guarnigione della capitale, e nelle province quelli provenienti dalle legioni, che proteggevano dai probabili invasori gli estremi confini dell'impero.

Organizzazione amministrativa della Comunità di Urbs Salvia

Al vertice della comunità urbisalviense era posto l'ordo decurionum, che comprendeva i membri più in vista dei consigli ed i magistrati, deliberatamente separati dalla plebe, ed era costituito e strutturato come il senato a Roma. L'appartenenza a tale ordo non era, in linea di principio, ereditaria; vi venivano ammessi quei cittadini ricchi che, al compimento del venticinquesimo anno di età entravano a far parte del consiglio, decurionatus grazie all'esercizio di magistrature cittadine. Questo ceto nobiliare contava per lo più 100 membri ed erano coloro che ricoprivano le cariche cittadine riguardo alla amministrazione pubblica, alla giustizia e alla religione.
Ogni anno, a direzione della comunità locale erano posti i quattuorviri e propriamente i duumviri jure dicundo, giurisdicenti, e i duumviri ædilicia potestate, gli edili. I requisiti per esercitare tali cariche pubbliche erano: essere liberi per diritto di nascita, aver prestato il servizio della leva militare, aver raggiunto un età superiore ai 25 anni e comprovare il possesso di una prescritta sostanza in beni patrimoniali. Era tradizione che nell'assumere questa carica i soggetti sborsassero una cospicua somma di denaro a vantaggio della collettività per organizzare giochi gratuiti al circo. I ludi, invece, erano gare sportive e rappresentazioni sceniche, generalmente di origine religiosa. Erano finanziati dalla comunità a cura dei vari magistrati, oppure offerti da privati che aspiravano a tali onori, in questo caso ebbero sempre un significato politico come strumento per ottenere il consenso popolare alla nomina dell'offerente.
I duumviri jure dicundo erano i candidati di rango più elevato come i consoli a Roma: presiedevano i comizi dell'intero popolo e il senato cittadino, amministravano la giustizia nei tribunali, nominavano come proprio rappresentante un præfectus per il tempo della loro assenza, riunendo così in sé i poteri sia dei consoli e che dei pretori romani. In loro vece, ogni 5 anni si eleggevano per tenere il censo, compilare il bilancio, ecc. i quattuorviri quinquennales, a imitazione dei censori di Roma.
Agli ædiles spettavano la conservazione dell'archivio della città, la vigilanza sulle costruzioni e le strade, il controllo sui prezzi delle derrate, la polizia dei mercati e l'organizzazione dei giochi pubblici.
I quinqueviri erano un collegio di magistrati che esplicavano varie funzioni: erano incaricati della ripartizione delle terre, del restauro e la manutenzione delle mura e torri, e svolgevano anche il ruolo di aiutanti dei tresviri per la polizia e la ronda durante la notte all'interno della città.
La città di Urbs Salvia apparteneva alla tribù velina.
Le originarie tribù dei Ramnes, Tities e Luceres, che formavano il populus, furono aumentate nei secoli successivi portando il numero a trentacinque: quattro cittadine e trentuno rustiche. La tribù Velina venne istituita per ultima, insieme alla Quirina, nel 241 a. C., dopo la completa conquista del territorio dei Piceni e dei Pretuziani.
In età flavio-traianea la città conobbe una nuova fase di sviluppo edilizio e monumentale, attestato anche dal sorgere dell'anfiteatro e dall'ampliamento, o comunque ampia ristrutturazione del teatro, che fu corredato di uno scenografico porticus post scenam.
Le lapidi forniscono innumerevoli informazioni sul complesso apparato statale, sulla legislazione, sul commercio, sui costumi, sulla complessa struttura della società e sulla organizzazione familiare. Infatti, risultano attestate numerose magistrature e cariche politiche esercitate nella città: quattuorviri, quinquennales, ædiles, flaminica Salutis Augusta, decuriones, ecc. Inoltre, una lapide esistente a Tolentino ma originaria di Urbisaglia, testimonia l'esistenza di un collegium fabrorum: era un'associazione di categoria professionale che la legislazione romana tendeva a sottoporre a un ferreo controllo nel timore che potessero costituire l'origine di incontrollati focolai che ingeneravano disordine sociale o politico.

Conclusioni

Senza ombra di dubbio il periodo romano è stato il più luminoso nella lunga storia della città di Urbisaglia. Infatti la sua superficie urbanizzata, racchiusa dalle possenti mura urbiche e intervallate da robuste torri, è la più vasta nelle Marche con i suoi 400 mila metri quadrati, superata in estensione solo dalla città di Ascoli. La monumentalità dei suoi edifici ha lasciato tracce consistenti non solo nella memoria dei posteri, ma anche nei ruderi che ancora sopravvivono sparsi nel territorio. Si possono ammirare i resti di edifici antichi che lentamente ritornano alla luce ed appare così la struttura di una città con un impianto urbanistico intatto, terrazzato e in dinamico rapporto con l'ambiente: il teatro, i portici coperti, l'anfiteatro, le mura con le sue torri, il tempio della dea Salus e il suo criptoportico, le cisterne con i cunicoli dell'acquedotto, le fonti, le svettanti tombe a torre e altro ancora. In effetti la particolarità di Urbs Salvia è che essa ci permette di avere una idea abbastanza consona e precisa sull'aspetto esteriore di una città romana, le particolarità singolari della vita quotidiana, il funzionamento di una città nell'età augustea e del primo principato, nonché grazie al fortunato ritrovamento di alcuni singolarissimi monumenti come i fasti trionfali e gli omphaloi, di cogliere la ricaduta in ambito periferico dei motivi della propaganda politica elaborati e diffusi da Augusto a sostegno del nuovo regime da lui fondato. I frammenti dei fasti di Urbisaglia contengono gli stessi errori presenti nel testo esposto a Roma: se ne deduce che sono una copia tratta dall'originale esposto al foro di Roma. Se a questa annotazione si aggiunge il fatto singolare che Urbs Salvia è l'unica città del mondo romano, all'infuori di Roma, a restituirci un frammento dei fasti sia consolari che trionfali, si deve dedurre lo stretto legame che intercorreva in quel momento storico tra le due città e la stretta connessione che esisteva tra Ottaviano Augusto ed i Fufii Gemini. Questa iniziativa dei maiores di Urbs Salvia mirava a riprodurre nella loro città monumenti dal forte contenuto simbolico elaborati dal regime augusteo.
La munificenza dell'immagine di Urbs Salvia e la ricchezza della sua identità storica ancora traspaiono dai resti monumentali che costellano la fertile campagna. I fasti degli abitanti del tempo sono illustrati dalle pitture del criptoportico e dal marmo pario utilizzato nelle statue ritrovate, dalle monete e dai bronzetti che collezionisti ottocenteschi ritrovavano facilmente dopo ogni aratura. Tutto questo andrà incontro ad un lento decadimento nei secoli successivi. Ma i tempi lunghi e misteriosi della storia non hanno mai permesso che Urbs Salvia scomparisse del tutto, e forse la stessa nota testardaggine dei suoi abitanti ha contribuito a farle risalire lentamente la china e attraversare tutto il medioevo, come in apnea, fino a tornare ad essere una ridente e accogliente cittadina. Oggi parte di questa storia è ben documentata nel locale museo statale, dove è possibile immergersi nella cultura, nell'arte e nella storia di questo periodo.

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