IL PARCO ARCHEOLOGICO DI URBS SALVIA

Il Parco archeologico di Urbisaglia gravita nell’area della colonia romana di Urbs Salvia, che si estende su di una superficie di circa 40 ettari , a cavallo della Strada Statale 78, tra le frazioni di Convento a Sud e Maestà a Nord. L’assetto monumentale che la città ancor oggi conserva va riferito ad un piano urbanistico coerente ed unitario avviato a partire dall’età augustea e proseguito in quella tiberiana, caratterizzato dallo sfruttamento e monumentalizzazione dei terrazzi naturali che caratterizzano questo lato della valle del Fiastra, costituendo certamente un imponente effetto scenografico. La visita al sito può avere inizio dal Museo Archeologico Statale, nel centro storico del paese lungo la Traversa Piccinini ; ritornando su Corso Giannelli, e proseguendo verso l’Arco di Porta Vittoria si possono osservare alcune interessanti epigrafi romane murate sulla facciata del Palazzo municipale, nonché, lungo il selciato stradale, i pozzetti di accesso all’acquedotto romano che attraversava l’area del paese proprio al di sotto dell’attuale corso principale fino ad arrivare al Serbatoio di arrivo, il cui ingresso di visita si raggiunge uscendo dall’Arco (Porta Vittoria) e percorrendo circa duecento metri lungo la strada per Macerata. A pochi metri dall’ingresso al Serbatoio, sull’altro lato della strada, inizia un confortevole percorso attraverso il Parco Archeologico di Urbs Salvia, che scende per un tracciato di circa un chilometro. Il viale di destra scende con una pendenza molto leggera, e può essere adatto anche ai disabili. Lungo il percorso troverete panchine e tavoli per una piacevole sosta. Il viale di sinistra scende molto rapidamente fino alla base del Teatro romano, mentre quello centrale scende attraverso la cavea scende fino alla scena, attraversando un vomitorium e percorrendo una parte del corridoio anulare. Lasciando il Teatro alle proprie spalle si continua il percorso scendendo sulla sinistra e costeggiando un poderoso muro di sostruzione in laterizi che delimitava e sosteneva il terrazzamento occupato dalla porticus post scaenam del Teatro stesso. Successivamente il sentiero segue due direzioni: girando a sinistra si costeggia la cinta muraria della città fino ad arrivare rapidamente alla statale 78 e all’anfiteatro; continuando invece a destra si giunge ad una seconda area terrazzata di cui si conserva il muro di fondo ovest, detto per la sua conformazione “Edificio a nicchioni”, in prossimità della quale si trovano i resti di un tratto stradale (con basoli e crepidines), che costituisce l’unica via romana fino ad ora scoperta nell’area urbana. Continuando a scendere lungo il percorso segnato si attraversa la piazza forense della quale scavi recenti hanno portato alla luce tra l’altro un basamento, funzionale probabilmente ad un monumento onorario, ed un tempio minore. Attraversata la Strada Statale 78 (che ricalca l’antico percorso della Salaria Gallica) si raggiunge il complesso santuariale del Tempio-Criptoportico, dedicato al culto imperiale attraverso la Salus Augusta. Dopo la visita del Tempio il percorso continua, parallelo alla S.S.78, oltrepassando la porta nord della città -caratterizzata da un accesso a tenaglia -, e prosegue fino all’Anfiteatro costeggiando due monumenti funerari a torre. Fuori dal percorso di visita la Porta Gemina , sui ruderi della quale nell’ottocento venne costruita la casa colonica attualmente visibile.


Il Museo Archeologico Statale

Il Museo Archeologico Statale nasce come struttura espositiva legata tematicamente allo sviluppo della città romana e del suo territorio. Il piano terra è dedicato al territorio ed ai fondamentali aspetti di carattere urbanistico della città: nella prima sala, associati ad una carta archeologica di sintesi del territorio stesso, sono esposti materiali ceramici provenienti da siti di carattere funerario ed insediativo, raccolti grazie a ricognizioni di superficie.

Il percorso si dirama attraverso un piccolo ambiente dedicato al principale tempio urbano, destinato al culto imperiale sotto la denominazione della Salus Augusta Salviens(is/ium). Accanto ad un rilievo dell’edificio, con ricostruzione ipotetica della sua fronte, è esposto un capitello corinzio in calcare proveniente dall’area del complesso santuariale. Gli spazi ulteriori ospitano sulla parete di sinistra un pannello con la pianta del grande serbatoio d’acqua cittadino, ed accanto tegole dipinte provenienti dal cunicolo dell’acquedotto decorate con immagini di divinità poste a protezione dello stesso, un piccolo altare votivo per uso domestico, esemplari di antefisse provenienti dall’anfiteatro con maschere gorgoniche che conservano resti di colore rosso scuro, ed infine un plastico della città romana, con la dislocazione dei principali monumenti pubblici conservati, integrato da un acquerello ricostruttivo dell’impianto urbanistico. Nel corridoio del pian terreno  è esposto anche un singolare omphalos, riproduzione dell’esemplare che a Delfi segnava il centro del mondo, e per il quale i richiami, anche iconografici, al culto apollineo sono evidenti.

Il primo piano dell’edificio raccoglie nella prima sala  frammenti di decorazioni architettoniche provenienti dai principali edifici pubblici dell’area urbana, oltre all’importante testimonianza dei bolli laterizi di M.Attus Fabatus indicanti un’officina di proprietà del santuario della dea Salus. Una riproduzione fotografica in scala delle pitture del Criptoportico e due ritratti marmorei databili entro la prima metà del I sec.d.C., rinvenuti in una delle sale dello stesso complesso, completano l’esposizione. Nell’attigua sala numismatica  sono conservate monete provenienti da vari scavi storici, mentre un posto di assoluto rilievo assume, accanto ai frammenti di Fasti consulares, un frammento di Fasti Triumphales Populi Romani: ovvero la copia di un importante documento con l’elenco dei generali trionfatori della storia di Roma, fatto redigere da Augusto ed esposto nel Foro romano, la cui scoperta ad Urbs Salvia risulta davvero straordinaria trattandosi dell’unico caso al di fuori dell’Urbe. Tale rinvenimento documenta l’importanza della città e la sua totale adesione ai programmi ideologici del principato.

 Da questo ambiente si accede al breve corridoio dedicato all’instrumentum domesticum: frammenti esemplificativi di ceramiche comuni, fini da mensa, nonché di anfore, documentano la ricchezza della città e dei suoi rapporti commerciali con altre aree del bacino del Mediterraneo, dall’Africa alla Spagna. La sala più ampia del primo piano è dedicata al teatro e al suo arredo scultoreo, di cui fanno parte immagini di divinità (di particolare rilievo una testa di Apollo), accanto a effigi di personaggi reali, come le due statue acefale di togato e di dama panneggiata che chiudono scenograficamente la parete di fondo. Ancora da rilevare un capitello di parasta proveniente anch’esso dal teatro.

Ripercorrendo quest’ultima sala si raggiunge un breve corridoio  nel quale sono esposte due epigrafi monumentali legate all’Anfiteatro che forniscono numerose interessanti indicazioni sulla sua storia, come ad esempio il personaggio, Lucius Flavius Silva Nonius Bassus che lo fece costruire; il numero di spettatori che poteva accogliere, 5150; la data dell’inaugurazione, con sontuosi giochi, dopo l’81 d.C.; le cariche ricoperte e le gesta da lui compiute a capo della ventunesima legione Rapax.


Palazzo Comunale

La fronte del Palazzo Comunale, lungo il C.so Giannelli, conserva murate quattro interessanti epigrafi romane, di cui due in copia e due originali.

La prima da sinistra (originale) è dedicata a Gaio Salvio Liberale Nonio Basso, uno dei personaggi più importanti di Urbs Salvia il cui nome di famiglia “Salvio” rimanda probabilmente ad un antenato schiavo della città successivamente liberato. Fu grazie alla sue capacità retoriche, ma soprattutto all’aiuto del “parente” urbisalviense Flavio Silva -costruttore dell’anfiteatro-, che percorse un’eccellente carriera fino ad accedere al consolato, carriera esaltata proprio da quest’epigrafe funeraria.

La seconda da sinistra è la copia del testo epigrafico iscritto su di un piedistallo che sorreggeva un dono -la cui natura è a noi ignota- che, dopo l’età traianea, Tito Flavio Massimo -di ordine equestre e la cui origo è probabilmente urbisalviense, mentre era amministratore dell’imperatore in oriente dedicò agli dèi e alle dee di Urbs Salvia. L’originale è conservato presso la Raccolta Archeologica dell’Abbazia di Fiastra.

Anche l’originale della terza epigrafe è conservato presso la Raccolta archeologica dell’Abbadia di Fiastra, e si tratta di un’ara funeraria che Marco Calvio Sabino, ex schiavo, dedicò al padrone, Marco Calvio Clemente, che gli concesse la libertà. Quest’ultimo era certamente un personaggio importante nella città, avendo rivestito la carica di quattuorviro, carica forse legata ad Urbs Salvia al collegio sacerdotale degli Augustales.

La quarta è un’epigrafe funeraria (originale) dedicata a Vitellia Rufilla, moglie del console Gaio Salvio Liberale e madre di Vitelliano autore di questa dedica. Come testimoniato dal testo Vitellia Rufilla fu per tutta la vita flaminica Salutis Augustae, ovvero sacerdotessa della Salus Augusta, il cui culto veniva officiato nel principale Tempio forense di Urbs Salvia.


Il Serbatoio

Si tratta del Serbatoio di arrivo e decantazione dell’acquedotto romano, acquedotto costituito da un cunicolo sotterraneo coperto a volta e con pareti in opera laterizia che percorreva il crinale del colle per una lunghezza di oltre km 1,5.Il Serbatoio serviva a raccogliere, far decantare e pulire l’acqua proveniente dall’acquedotto prima che defluisse al sistema di distribuzione della città. La struttura, alla quale si accede oggi tramite uno stretto passaggio, è formata da due gallerie a volta comunicanti, rivestite di malta idraulica, della capacità di 1.000 metri cubi d’acqua, lunghe circa 50m e larghe 2,90m. 

        A- Pozzetti di aereazione: avevano la funzione di purificare l’aria e permettere, allo stesso tempo, l’uscita dell’aria all’ingresso dell’acqua. Consentivano inoltre l’ispezione del serbatoio.

        B- Foro di uscita dell’acqua: da questa uscita l’acqua veniva convogliata verso il sistema di distribuzione caratterizzato certamente dalla presenza di un castellum aquae, da condutture di piombo e terracotta che distribuivano l’acqua a terme, fontane pubbliche ed ad alcune case private.

       C -Apertura di comunicazione fra le due gallerie.

         D -Bocca d’immissione dell’acqua: l’acqua proveniente dall’acquedotto affluiva al Serbatoio tramite questa apertura; da notare le concrezioni calcaree formatesi nel corso dei secoli. Nella volta a tutto sesto sono ancora visibili le impronte lasciate dalle tavole usate per gettare la malta cementizia


Il Teatro  

Fatto costruire da Gaio Fufio Gemino negli anni precedenti il 23 d.C., sfrutta il pendio del colle secondo modalità costruttive di origine greca. Fu realizzato in opera laterizia con nucleo cementizio, e subì dissesti già in epoca antica a causa di movimenti franosi. Le sue imponenti dimensioni testimoniano l’importanza di Urbs Salvia in epoca augusteo-tiberiana e la sua monumentalità contribuì notevolmente all’esaltazione dell’immagine della città, dominando il foro con un imponente effetto scenografico.

Durante le campagne di scavo, avviate già nel XVIII sec., furono rinvenuti, tra l’altro, una testa di Apollo, due statue acefale una femminile ed una raffigurante un personaggio togato, conservate presso il Museo Archeologico statale di Urbisaglia.

    

A.      Tempietto a pianta quadrata dedicato forse ad Apollo.

B.      Cavea. Addossata in parte al pendio della collina ed in parte poggiante su sostruzioni, ospitava gli spettatori. Le gradinate erano suddivise in tre settori separati tra loro da due corridoi anulari. Misura 85m di diametro.

C.      Vomitorium. Passaggio di accesso alla cavea.

D.      Ambulacrum. Corridoio anulare che permetteva l’accesso e la distribuzione del pubblico alla cavea, proteggendo contemporaneamente l’edificio dai dissesti del terreno

E.       Scala di accesso all’Ambulacrum. Da notare il dissesto operato dalle frane del terreno.

F.       Parascaenia. Ambienti rettangolari disposti simmetricamente ai lati della scena per il deposito dei materiali necessari allo spettacolo e per l’accesso al teatro.

G.      Resti di decorazione parietale.

H.      Aditus. Corridoio di accesso all’orchestra.

I.        Orchestra. A forma di semicerchio, misura 27m di diametro. Qui potevano prendere posto i musici.

J.        Proedria. Fila di sedili riservati alle autorità.

K.      Euripo. Rete di condotti di scolo che permetteva il deflusso delle acque.

L.       Scena. Dell’ampio edificio scenico, lungo 54m, rimangono scarsi resti dei muri di fondazione, coperti in epoca recente con materiale cementizio di color rosa. La scena era certamente ornata da un ricco e sontuoso apparato scultoreo.

M.      Porta regia. Entrata in scena riservata agli attori protagonisti.

N.      Porta hospitale. Entrata in scena degli attori non protagonisti.

O.      Camerino. Da notare, sull’angolo, una latrina.

P.       Pozzetti quadrati che ospitavano le armature lignee del sipario.

Q.      Porticus post scaenam. Porticato quadrangolare che si ergeva dietro l’edificio scenico, e di cui scavi ora coperti hanno rimesso in luce i resti dei plinti delle colonne in laterizio.

Porzione ben conservata di opus reticolatum


 

L’Edificio a Nicchioni  

Si tratta di una struttura di contenimento, realizzata presumibilmente nelle prime fasi di urbanizzazione, che permetteva il raccordo dei vari terrazzamenti in base ai quali era organizzata la città. L’edificio è formato da un muro con cinque nicchie con funzione di controspinta al terreno retrostante, ed era obliterato alla vista dalla presenza di un criptoportico - forse costituito da tre gallerie su due navate, due delle quali visibili e decorate da affreschi parietali oggi scarsamente leggibili - che abbracciava la piazza antistante, anche questa terrazzata ad est ed affacciata verso l’area pianeggiante della città e sul Foro.

In quest’area i resti romani vennero adoperati in epoca moderna anche per la costruzione di case coloniche utilizzate attualmente dalla Soprintendenza per Beni archeologici delle Marche e dall’Università degli Studi di Macerata come laboratorio e magazzini in funzione degli scavi che si stanno tuttora conducendo. Da notare un tipico forno a legna moderno costruito nei pressi del muro a nicchioni.  


Il complesso Tempio-Criptoportico

Il complesso, delimitato da un ampio recinto sacro, si apriva sulla strada antistante ( la Salaria Gallica ) e prospettava con grande effetto scenografico sull’area forense.

Il Tempio prostilo esastilo (con sei colonne sulla fronte), delle dimensioni di circa m 16 x 30, era dedicato alla Salus Augusta e di esso attualmente si conservano solo parte del podio, privo dell’originale rivestimento di blocchi e lastre calcaree, e le tracce dei muri divisori interni. L’ingresso principale avveniva in una prima fase attraverso un’ampia scalinata centrale, in una seconda - successiva al crollo di un corridoio ancora in situ -, probabilmente attraverso due rampe simmetriche sui lati, che portavano ad una piattaforma dalla quale, un’ulteriore scalinata centrale, permetteva l’accesso al pronao. Da questo, attraverso un ampio portale si entrava nella cella dove, sulla parete di fondo di un abside semicircolare era contenuta la statua della divinità.

Il Criptoportico è una struttura semi-sotterranea formata da quattro gallerie che circondano il Tempio. Tre di esse erano divise in due navate mediante una serie di pilastri rettangolari collegati da archi. Le due gallerie laterali nord e sud sono lunghe 52 metri , quella di raccordo orientale misura 42 metri .Le gallerie erano interamente decorate ad affresco: il braccio meridionale, aperto alle visite, permette ancora di apprezzare le interessanti decorazioni pittoriche di età tiberiana, riferibili al III stile pompeiano, divise su tre fasce delle quali quella superiore quasi completamente perduta.

La parete presenta, sopra ad uno zoccolo decorato con pannellature di colore scuro, una serie di quadri raffiguranti trofei militari nei quali si distinguono ancora elmi, lance, scudi, etc.

 Questi riquadri sono separati da listelli verticali decorati da candelabri. Nella fascia superiore, conservata solo in parte, la decorazione presenta raffigurazioni naturalistiche con animali esotici, scene di caccia e maschere lunari; nel complesso i modelli iconografici scelti sono legati alla propaganda augustea ed imperiale.

I muri perimetrali sono in opera mista, costituita da conci di pietra alternati a file di mattoni, raddoppiati all’esterno da un secondo muro e protetti all’interno, dalle infiltrazioni d’acqua e dall’umidità, da un pavimento in opus spicatum.La costruzione del Criptoportico risale all’inizio del regno di Tiberio (prima metà del I secolo d.C.).


  Le Mura  

Le Mura costituiscono uno degli esempi di fortificazioni fra i più appariscenti e meglio conservati delle Marche. Perfettamente aderenti alle necessità imposte dalla conformazione del pendio su cui sorge la città, la loro costruzione risponde piuttosto che a delle necessità difensive – nell’italia augustea ormai pacificata anche il problema del brigantaggio era ormai estremamente ridotto - ad una volontà di autoaffermazione e autorappresentazione della città, emblema e simbolo della comunità e strumento propagandistico. La tecnica costruttiva è quella laterizia a doppia cortina, ed il perimetro completo, oggi solo in parte visibile, è di circa due chilometri e mezzo. Lungo il circuito murario vi erano delle torri di guardia, a pianta poligonale, poste quando possibile ad una distanza regolare di ca. 40 m , misura che corrisponde all’incirca alla distanza percorribile da un tiro di freccia.

Due le porte di ingresso facilmente individuabili: la Porta Nord e la Porta Gemina.

La Porta Nord era posta al fondo di un cortile di forma trapezoidale, cosa che consentiva una migliore difesa in quanto il nemico che avesse cercato di superare la porta poteva essere colpito non solo di fronte, dall’alto della cinta, ma anche dai due fianchi, da una posizione quindi fortemente dominante.

Porta Gemina, è così denominata perché caratterizzata da due aperture, secondo una tipologia frequente presso i romani. Il monumento è oggi di difficile lettura poiché alla Porta Gemina è stata sovrapposta in due fasi nel corso del XIX sec. una casa colonica.

Monumenti funerari a torre. Nei pressi della Porta Nord si possono osservare due strutture di cui resta il solo nucleo cementizio: si tratta di due monumenti funerari a torre che fiancheggiavano, al di fuori delle mura, il percorso stradale e che in origine dovevano essere decorati da lastre di rivestimento, contenere l’urna sacra con le ceneri del defunto ed anche l’epigrafe che ne tramandava la memoria ai posteri.


L’anfiteatro

Costruito fuori dalla cinta muraria, a margine della Salaria Gallica, è uno degli anfiteatri romani meglio conservati nelle Marche. Fu fatto erigere intorno all’81 d.C. da Lucio Flavio Silva Nonio Basso, come si legge nell’iscrizione conservata nel Museo Archeologico di Urbisaglia.  

Di forma ellittica, occupa una superficie di circa 5000mq. L’arena è lunga 59 m e larga 35. L’edificio si conserva per tutto il suo perimetro fino all’altezza del primo ordine di gradini (ima cavea), comprendendo il primo livello dei vomitoria. E’ in opera cementizia rivestita di laterizi, con specchiature di opus reticulatum mixtum.

A.      Ingressi all’arena, che in origine erano coperti a volta. Di qui entravano i gladiatori e le processioni che precedevano i giochi.

B.      Arena. L’antico piano dell’Arena è situato a circa un metro di profondità rispetto a quello attuale, e non risulta che sotto di esso vi fossero gallerie e locali di servizio. Al contrario di quanto spesso indicato non vi sono attualmente elementi per supporre un suo uso per le naumachie, cioè per le battaglie navali.

C.      Condotto di immissione dell’acqua per la pulizia dell’arena.

D.      Condotto per il deflusso delle acque per la pulizia dell’arena. I due condotti per l’afflusso e il deflusso dell’acqua sono coperti a “cappuccina”.

E.       Cavea. Destinata agli spettatori, era formata da due o forse tre ordini di gradinate: probabilmente quella inferiore con i posti d’onore per i dignitari dello stato, quella mediana per i cavalieri. Quella superiore riservata ai plebei, alle donne e agli schiavi. Alla cavea vi si accedeva attraverso 12 vomitoria, coperti con volta a botte, che portavano direttamento alla gradinata inferiore, ed attraverso una serie di scale poste al di sotto di un corridoio anulare che circondava tutta la struttura.

F.       Porta Libitinense (da Libitina, dea della morte). Era la porta da dove venivano fatti uscire i morti o i moribondi al termine dello spettacolo.

G.      Opus reticulatum mixtum.

H.      Muro esterno: presenta in vista una serie di grosse nicchie cilindriche e di speroni di cm 60 di spessore. I nicchioni si comportano come dei veri e propri archi orizzontali, che trasmettono la spinta della terra, per mezzo degli speroni, sui pilastri esterni. Le nicchie, probabilmente ornate da statue, sono occupate modularmente da rampe di scale per l’accesso al piano superiore. Si rileva con una certa frequenza la mancanza del rivestimento esterno che rende visibile il nucleo cementizio interno poiché i mattoni vennero prelevati in epoca medievale anche e soprattutto per la costruzione del borgo di Urbisaglia e dell’Abbazia di Fiastra.

I.        Basi dei pilastri. Resti dei pilastri sui quali poggiavano le strutture dei piani superiori dell’edificio e che nello stesso tempo costituivano un ampio porticato esterno. Le fondazioni dei pilastri erano legate a quelle del muro perimetrale da una serie di diaframmi in muratura, che rivelano l’impiego di un ingegnoso procedimento costruttivo.